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Gli uomini “dannati”

 

L’Olimpo greco (soffitto di una sala di Palazzo Pitti in Firenze)

Come poteva l’uomo greco non relazionarsi con il complesso mondo divino che lo sovrastava e lo circondava in ogni momento della sua vita? Tra uomo e dio possono essere trovati innumerevoli tipi di relazione: la benevolenza (di Atena che protegge i suoi eroi favoriti come Ulisse),il favore (della comunità divina verso Tantalo presso cui erano soliti banchettare), l’ira (di Poseidone, sempre verso Ulisse che gli aveva accecato il figlio Polifemo), lo stupro (di Poseidone ai danni della povera Medusa). In una vicinanza così particolareggiata tra mondo terreno e mondo divino non poteva mancare un preciso regolamento dei rapporti: gli uomini sottostavano agli dei ed erano tenuti a rispettarne sempre l’autorità con le parole e con gli atti. La punizione sarebbe stata tremenda. Ed è proprio di quattro casi di punizione che iniziamo a parlare.

Una delle più antiche vittime della punizione divina fu Tizio, un gigante figlio di Zeus stesso e della principessa beota Elara. Il mito vuole che, in occasione della relazione extra coniugale di Zeus con Latona, madre di Apollo e Artemide, il gigante Tizio venisse spinto da Era, legittima moglie di Zeus, a perseguitare la sfortunata amante del padre degli dei. Un caso di “stalking” nell’antichità. Tizio, mosso da violenta passione amorosa per mano di Era, trovò Latona sola nei boschi e tentò di violentarla ma i figli di lei accorsero ed uccisero il molestatore con una pioggia di frecce. Nelle Fabulae Iginio (usando nomi latini) racconta che “Poiché Latona si era data a Giove, Giunone aveva ordinato a Tizio, figlio della Terra (un essere di dimensioni enormi), di possederla con la forza; ma quando Tizio ci provò, fu ucciso da Giove con un fulmine. Pare che negli Inferi, disteso, occupi lo spazio di nove iugeri; accanto a lui è stato posto un serpente perché gli divori il fegato, che poi ricresce a ogni luna”.

Tiziano Vecellio, La punizione di Tizio

La terribile giustizia divina pose un serpente (o, secondo una variante del mito, un’aquila) a divorare il fegato del gigante: ne viene una importante analogia con Prometeo che, durante il suo incatenamento alla montagna, è costretto a patire che un falco gli divori il fegato quotidianamente. Tiziano Vecellio raffigurò la cruenta scena del divoramento del fegato in un dipinto risalente al biennio 1548-49 e custodito a Madrid: Tizio è avvolto dalle catene e si contorce per il dolore causato dal rapace che introduce il becco nella piaga.

Anche Issione incontrò la morte e la punizione divina per un atto di irrispettosa “tracotanza” verso gli dei: egli aveva desiderato Era, la moglie di Zeus. Il mito vuole che Issione venisse invitato dal padre degli dei ad un banchetto divino al quale partecipava anche Era. In questa circostanza nell’uomo nacque desiderio per la regina degli dei e Zeus, notando la cosa, volle metterlo alla prova. Così realizzò una nuvola (Nefele) del tutto simile alla moglie e la mandò a Issione il quale senza pensarci due volte si unì a lei. Svelato poi l’inganno, Zeus volle vendicarsi dell’affronto e diede incarico a Ermes di punire lo stolto umano. Così Issione, dopo essere stato fustigato, venne inchiodato ad una ruota fiammante che girava nel cielo senza mai fermarsi.

Peter Paul Rubens, Issione

Dalla nuvola che si unì a Issione secondo la tradizione nacque la stirpe dei centauri. Un dipinto di Peter Paul Rubens ritrae l’unione di Issione con Nefele mentre una compiaciuta e pudica Era (quella vera) si allontana dalla coppia per avvicinarsi al legittimo marito che sta osservando gli amanti.

A guadagnarsi la punizione divina fu anche Sisifo, astuto umano che inganno la morte per ben due volte. Secondo le leggende egli fu fondatore e primo re di Corinto e la sua relazione con la morte ha tratti tragicomici. In un primo tempo egli fu testimone dell’unione amorosa di Zeus con una ninfa fluviale, Egina figlia di Asopo. Quando il padre di Egina chiese a Sisifo notizie sulla figlia, egli rivelò tutto ciò che aveva visto e il padre degli dei volle punirlo inviando Morte (Tanato) a prelevarlo per condurlo nel Tartaro. Ma quando Tanato giunse a Corinto, Sisifo fece in modo di farlo ubriacare per poi incatenarlo. Ne nacque una situazione paradossale: sulla terra non c’era più Morte e l’ordine naturale della vita pareva essere compromesso dal gesto tracotante di Sisifo.

Tiziano Vecellio, Sisifo

Così Ares, dio della guerra, giunse a Corinto e risolse la questione trascinando il re negli Inferi. Ma Sisifo era astuto e fece giurare alla moglie Merope di non celebrare correttamente i riti funebri: avrebbe avuto un pretesto per essere rimandato nel mondo dei vivi a controllare la correttezza della cerimonia. E così fu. Persefone, regina degli Inferi, lo inviò per tre giorni sulla terra ma Sisifo si trattenne per molto tempo finché la morte naturale non lo trovò vecchio e arrendevole. E con essa giunse, implacabile ed inesorabile, la punizione divina. Sisifo fu condannato a trasportare un enorme masso su una montagna: ogni volta che egli arriva sulla vetta, la pietra cade ed egli deve cominciare la sua fatica da capo. È ancora Tiziano Vecellio a raffigurare, nell’oscurità della voragine infernale, la fatica del corpo di Sisifo che sconta la sua pena.

L’ultimo soggetto del nostro percorso è Tantalo. Egli commise empietà verso gli dei che erano ospiti presso la sua casa in un banchetto: così facendo si macchiò di un reato gravissimo per l’uomo greco cioè la rottura del rapporto di ospitalità. Egli infatti volle mettere alla prova gli dei e servì loro in pasto le carni del suo proprio figlio Pelope. Quando questi si accorsero dell’inganno riportarono a vita il povero ragazzo e condannarono al supplizio il padre.

Gioacchino Assereto, Tantalo

La condanna a Tantalo gli attribuiva questa punizione: egli era legato ad un albero carico di frutti al centro di un lago limpido ma non poteva né bere né mangiare poiché qualora si avvicinasse all’acqua questa si ritirava e quando tentasse di carpire i frutti questi venivano spostati con l’intero ramo. Sopra di lui un grande sasso lo teneva sempre nell’ansia di una imminente caduta. Il dipinto di Gioacchino Assereto ritrae Tantalo nell’atto di allungare una mano che non otterrà mai ciò che desidera.

 

Una grande vicinanza univa uomini e dei nell’antico mondo greco. Si è spesso parlato dei tratti umani propri delle divinità: anche esse come i comuni mortali sono guidate da passioni, da vizi e da desideri. Ma nonostante ciò esiste sempre una gerarchia di enti che impone all’uomo timoroso e scrupoloso rispetto verso l’alto.

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