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I dialoghi dei morti

 

Un vecchio detto popolare vuole che una volta morti non si possa portare con sé nessun oggetto e nessuna proprietà della vita terrena. Questa è la famigerata arma dei poveri contro i ricchi: saranno anche pieni di soldi ma dovranno lasciarli sulla terra, dal primo all’ultimo centesimo! Il tema è scottante dal momento che pezzi interi di letteratura si occupano dell’accesso alla morte in base alle “categorie” sociali poiché infondo anche nel morire si vuole cercare la distinzione. C’è chi pensa che a farsi notare basti il monumento e così nasce la moda del sarcofago. Ma la vera questione è più complessa. Posto che esista un al di là, è possibile portarci appresso quegli atteggiamenti e quei costumi che ci contraddistinguono come “gruppi sociali” nella vita? Domanda oscura, ma che ora chiariremo con qualche esempio.

Luciano di Samosata

Luciano di Samosata fu uno scrittore greco del II secolo d.C.. Particolarmente impegnato in una rielaborazione dello stile classico, di lui rimangono numerosi dialoghi ed un romanzo chiamato Storia Vera. Nei Dialoghi dei morti possiamo leggere la lamentela che il nocchiero Caronte rivolge alle anime appena entrate nell’Ade: “come vedete, la barca piccola [..] e qualora si piegasse sul lato, si capovolgerebbe. Voi però venite fin qui portandovi ogni cosa”. Inizia la fila di morti i quali devono spogliarsi di ogni loro oggetto e presentarsi nudi davanti al dio Ermes che li ammetterà a salire sulla barca. E naturalmente iniziano gli incontri simbolici. Si presenta Carmoleo, famoso per la sua bellezza: ma a lui Ermes comanda “deponi la tua bellezza, le tue labbra con i loro baci, i capelli folti ed il rossore sulle guance e tutta la pelle”. Quindi si fa avanti Lampico, tiranno di Gela, coperto degli abiti regali e lamentandosi: “è necessario che un tiranno si presenti nudo?”. La risposta di Ermes secca ogni possibilità di scampo: “un tiranno mai, ma un morto sì! Quindi lascia giù tutto. […] Lascia anche la boria e l’altezzosità. Affonderebbe la barca se venisse caricata”. Il quadro è piuttosto chiaro: non solo occorre deporre i beni terreni materiali ma anche il proprio carattere, quello che ci fa rientrare nella categoria di “bello”, “potente”, “vincente”. Ciò che ci contraddistingueva nella vita terrena non ha più valore quando si è diventati morti. È il turno del grassissimo atleta Damasia: egli giunge già nudo ma Ermes gli comanda di “buttar via le corone e gli annunci delle vittorie”. Il ricco e nobile Cratone depone le ricchezze assieme al “vestito da funerale e il cognome, il prestigio, gli antenati”. Un generale arriva con i suoi trofei di guerra: deve abbandonarli poiché nell’Ade “c’è pace, non occorre nessuna arma”. Il filosofo, infine, è costretto a lasciare a terra la vanagloria, le questioni sciocche, i discorsi spinosi, i pensieri imbrogliati: inutili fardelli terreni per un’anima che non si occuperà più di nulla.

Michelangelo, Il giudizio universale, particolare di Caronte, Cappella Sistina

Nel XX secolo un attore celeberrimo affiancava alla cinematografia anche la passione per la poesia. Antonio De Curtis, in arte Totò,

Totò

fu autore di celebri componimenti in napoletano. Il più celebre di questi in assoluto è “A’ livella”, lunga poesia che tratta proprio della morte. Il due novembre l’autore è in un cimitero e vive una circostanza singolare ed emblematica. Gli appaiono davanti due morti: il primo, marchese ed eroe di guerra, possedeva un grande sarcofago coperto di fiori mentre il secondo, povero netturbino, aveva ottenuto una piccola tomba senza fiori e luce. Ma dal momento che le due tombe erano state collocate vicine, le lamentele del marchese si possono udire da lontano: “da voi vorrei saper, vile carogna / con quale ardire e come avete osato / di farvi seppellir per mia vergogna / accanto a me che sono un blasonato”. La singolare risposta del netturbino azzittisce la altezzosità del marchese: la morte è come una livella che spiana le differenze tra gli uomini. Così le ultime parole del povero aprono ad un rapporto diverso e paritario con il marchese ormai morto: “suppuorteme vicino -che te ‘importa? / sti ppagliacciate ‘e fanno sulo e vive: nuje simmo serie… appartenimmo a morte[sopportami vicino, che ti importa? Queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri, apparteniamo alla morte].

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