I figli degli uomini Reviewed by Momizat on . In anni recenti i cineasti messicani hanno destato scalpore a livello mondiale. Tra loro si sono particolarmente distinti Alejandro Gonzalez Inarritu, Alfonso C In anni recenti i cineasti messicani hanno destato scalpore a livello mondiale. Tra loro si sono particolarmente distinti Alejandro Gonzalez Inarritu, Alfonso C Rating: 0
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I figli degli uomini

In anni recenti i cineasti messicani hanno destato scalpore a livello mondiale. Tra loro si sono particolarmente distinti Alejandro Gonzalez Inarritu, Alfonso Cuaròn e Guillermo Del Toro.

Pellicole come “La piccola principessa”, “Il labirinto del fauno”, “Amores Perros”, “Y tu mamà tambien”, “La spina del diavolo”, “21 grammi”, usciti in sordina in tutto il mondo, sono riusciti a conquistare in breve tempo il cuore dei critici e degli spettatori.

Presentato in anteprima alla 63esima Mostra del Cinema di Venezia, “I figli degli uomini”, tratto dall’omonimo romanzo di P. D. James, è il miglior film finora girato dal regista Alfonso Cuaròn.

Anno 2027. La razza umana è sull’orlo dell’estinzione perché da diciotto anni non nascono più bambini e la scienza non riesce a capire quali siano le cause della dilagante infertilità. In una Londra infestata da frange nazionaliste violente che vorrebbero cacciare dall’Inghilterra tutti gli immigrati, Theo, ex attivista pacifico, ora semplice burocrate, si trova coinvolto con la ex moglie rivoluzionaria, Julian, nel salvataggio e nella protezione di una donna rimasta misteriosamente incinta, che potrebbe rappresentare un barlume di speranza per la continuazione della specie umana…

Ambientato in un futuro distopico, non molto lontano dal nostro, il film mette in scena, in una Londra disperata, anarchica e violenta, una tragedia per il genere umano. Sono passati 18 anni dalla nascita dell’ultimo bambino, le scuole e i parchi sono vuoti, l’assenza di bambini ha trasformato il mondo in una “no man’s land” oscura, grigia, priva di ogni fede e speranza. Netta la contrapposizione tra benestanti e poveri: i primi continuano a vivere nelle loro enormi case, asettiche, piene di opere d’arte trafugate dai principali musei europei; i secondi vivono nelle strade, in un ambiente reso malsano dalla nascita di nuovi complessi industriali che rendono il panorama simile a quello dickensiano dell’industrial revolution, straordinariamente fotografato da Emmanuel Lubezki (direttore della fotografia di “The Tree of Life” e “The New World”). Attentati si susseguono quasi quotidianamente e sembra che il silenzio provocato dall’assenza di bambini sia stato colmato da rumori causati da raffiche di mitra ed esplosioni di bombe, simboli di un’umanità caduta irrefrenabilmente nell’abisso tragico, in un baratro di nichilismo ed anarchia.

Gli immigrati vengono ghettizzati, rinchiusi in “moderni” campi di concentramento e sottoposti a varie torture, prima di essere espulsi. Il governo fornisce gratuitamente alla popolazione inglese il Quietum, un kit da suicidio.

Si muove in questo contesto il protagonista Theo, (anti)eroe inconsapevole, che contribuirà in modo decisivo alla salvezza (?) del nostro pianeta. Si noti come Theo non sia responsabile delle proprie azioni, ma agisca sotto i consigli della ex moglie Julian (nella prima parte del film) e spinto dal desiderio della giovane nera di salvare il proprio figlio (ironia della sorte, la speranza per una nuova umanità non viene da un’aristocratica english woman ma da una donna nera). Cuaron sembra aver trasferito nei suoi films il ruolo motore della donna nell’azione e nella narrazione, tipico delle opere tarantiniane e almodovariane.

Il merito del regista sta nell’aver saputo creare un film fantascientifico privo di chissà quali effetti speciali che faccia riflettere sul presente proponendo una storia in un futuro di guerra, inquinamento, razzismo e violenza, decadimento del nostro presente. La tragedia che ha colpito l’umanità non è dettata da cause esterne, da un attacco alieno o da un cambiamento climatico repentino, non è stata la natura a ribellarsi e a tradire l’uomo. Tale tragedia, come suggerito dal titolo, è figlia dell’uomo, che ha tradito e perso la propria natura. Cuaron sembra volerci dire che l’uomo è diventato fin troppo apatico, distaccato e disinteressato all’amore e alle gioie quotidiane che ne derivano, attento solo allo sviluppo economico e al benessere materiale più che a quello psicofisico. La regia, caratterizzata da virtuosistici piani sequenza, lunghi alcuni minuti, girati con telecamera a spalla (in alcune scene sporca di sangue) è ottima e funzionale alla storia. Spesso la macchina da presa segue il protagonista, come un inviato di guerra, trasformando il film in una sorta di documentario che acuisce il senso di incertezza e di claustrofobia.

Notevoli sono gli ultimi venti minuti del film: il pianto di un neonato riesce a far bloccare momentaneamente gli scontri armati tra immigrati, esercito e dissidenti, non più abituati ad un tale prodigio della natura, e particolari sono i giochi di luce creati da Lubezki che fotografa in modo più luminoso le scene caratterizzate dalla presenza del neonato, simbolo della speranza ritrovata. E’arrivato un nuovo Salvatore? Non a caso, il gruppo attivista che protegge inizialmente la donna incinta è chiamato gruppo dei Pesci (termine di derivazione greca, ἰχθύς, acronimo di Gesù Cristo Salvatore figlio di Dio). Secondo l’interpretazione del filosofo contemporaneo Slavoj Zizek, l’individualismo di Theo (da attenzionare il nome), il suo essere ai margini non in quanto parte attiva di un movimento contro, ma proprio in qualità di non partecipe, di “spassionato”, lo rende eroe del suo tempo, la sola opportunità di salvezza per l’umanità perché disinteressato al significato che viene attribuito alla nascita di una nuova creatura dopo tanto tempo. Si rinnova la fecondità spirituale, che contiene tutto il significato della vita. Non a caso Theo, come un angelo neutrale, vuole solo difendere la vita in quanto tale, nella sua semplicità che è stata dagli altri dimenticata. Le esplosioni e gli scontri sono solo l’oggettivazione esterna delle esplosioni interiori. L’acqua si pone, ancora una volta nel mondo cinematografico, come l’elemento salvifico e catartico: Theo (un moderno Giuseppe) e la donna nera con il proprio figlio (Maria con Cristo), oggettivano una potente metafora cristologica, configurandosi come la famiglia che darà la salvezza all’umanità

Un’ ulteriore chiave di lettura può essere rappresentata dalla filosofia nietzschiana: in un mondo che gli uomini (gli uomini?) hanno reso inautentico, è necessario un annichilimento dei falsi valori tradizionali a favore di sentimenti dionisiaci, quantomeno autentici. Il bambino potrebbe quindi rappresentare l’oltreuomo in grado di rifondare il mondo.

Il cast, in cui spiccano Clive Owen e Michael Caine, è ottimo e riesce a mettere in scena la disperazione e l’emaciazione di questi uomini, vicini alla fine del mondo, alla loro fine. E’ difficile che un film “catastrofico” non sia trasformato in “disaster movie” e che ci sia un tale equilibrio, tutto merito del regista che ha saputo muovere in modo encomiabile la macchina da presa, ha scelto ottimi collaboratori tecnici ed ha saputo gestire un cast di prim’ordine ed una sceneggiatura che, forse, in mani altrui, avrebbe potuto dare risultati diversi.

Il finale è enigmatico. Le urla di bambini che accompagnano i titoli di coda che ci suggeriscono un ritorno del mondo al suo “normale” status, sono reali o rappresentano gli ultimi ricordi di un mondo ancora felice del morente Theo?

Voto: ★★★★★

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