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I versi di Montale fra società e ricordi

A qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi giorno, potreste accendere la televisione e trovare almeno su un canale notizie e commenti all’attuale situazione economico-politica mondiale: proteste, scioperi, consultazioni e dibattiti sono il pasto quotidiano delle reti internazionali d’informazione. Ma vi siete mai chiesti per un attimo quale fosse il rapporto fra questi avvenimenti e voi stessi? Vi siete mai chiesti che legame c’è fra voi, privati cittadini, uomini, lettori e il resto della società che vive, scorre e si muove accanto a voi e con voi? La risposta sarà senz’altro individuale. Questa di cui vi parlo è di Eugenio Montale, grande poeta italiano e Nobel per la letteratura nel 1975.

ritratto fotografico di Eugenio Montale.

Nel 1971, dopo dieci anni di pausa -o gestazione- poetica, Montale pubblica Satura, raccolta di componimenti di diverso tipo e diverso argomento tra cui ritroviamo il significato moderno di satira come “critica mordace dei costumi”. All’interno di Satura potete trovare una poesia in versi liberi intitolata “Nel silenzio”: ci ritrae un Montale anziano e provato dalla mancanza della moglie. Vorrei, se possibile, gettare uno sguardo su questa persona che vive privatamente un dolore mentre sente che il mondo attorno prosegue, corre e talvolta si ferma. Queste sono le parole:

Oggi è sciopero generale.

Nella strada non passa nessuno.

Solo una radiolina dall’altra parte del muro.

Da qualche giorno deve abitarci qualcuno.

Mi chiedo che ne sarà della produzione.

   La primavera stessa tarda alquanto a prodursi.

                                                                 Hanno spento in anticipo il termosifone.

                                                                 Si sono accorti ch’è inutile il servizio postale.

                                                              Non è gran male il ritardo delle funzioni normali.

                                                             È d’obbligo che qualche ingranaggio non ingrani.

                                                         Anche i morti si sono messi in agitazione.

                                                    Anch’essi fanno parte del silenzio totale.

                                                    Tu stai sotto una lapide. Risvegliarti non vale

                                                perché sei sempre desta. Anche oggi ch’è sonno

                                              universale.

 Eugenio Montale è un anziano di settantaquattro anni, solo: si è isolato dal mondo esterno, persino dai vicini di casa di cui non sapeva nulla prima di sentire il suono di una radio. La parte iniziale della poesia pare un elenco, privo di emozioni, di fatti e realtà che gli appaiono e che gli scivolano via senza interessarlo: osservate come ogni verso racchiuda interamente la frase, creando un elenco di cose slegate tra loro e futili. È come se Montale girovagasse per casa senza avere un obiettivo preciso e ci descrivesse in piccole frasi tutto ciò che gli passa davanti con lo stesso animo di una persona che debba scrivere la lista per la spesa. Questo carattere dei primi versi ci disorienta un po': non capiamo dove vada a parare, non vediamo un oggetto preciso della sua attenzione, non cogliamo il nesso fra questi flash brevi e fugaci di realtà.

Quel giorno è stato proclamato sciopero generale. È un evento strano poiché, anziché manifestazioni e chiasso, attorno al poeta c’è solo silenzio. È un deserto di persone vive che si popola del ricordo dei morti: Montale ci sta suggerendo che, in qualche modo, la mancanza del trantran quotidiano lascia il posto al ricordo, alla meditazione ed alla solitudine. Da sei anni sua moglie non c’è più e la malinconia trapassa e riempie tutte le composizioni successive.

I versi centrali sono dedicati a commentare le proteste dello sciopero: Montale lo fa con il tono ironico che è proprio della satira. La produzione industriale, fermata dallo sciopero operaio, viene fantasticamente accostata alla primavera che tarda a venire: è un accostamento assurdo, segno di questa mente del poeta che vola da un pensiero all’altro. Ed ancora l’attenzione cade sulle inefficienze del servizio pubblico: Montale si lamenta ironicamente del servizio postale esattamente come i nostri anziani in coda per una commissione o per ritirare la pensione. La società moderna allora diventa un grande marchingegno che inevitabilmente avrà ogni volta qualche difetto (ricordate la grande macchina di Tempi moderni con Charlie Chaplin?).

 Infine, nel silenzio che lo circonda, Montale rivede i propri morti che affollano la sua mente: ciononostante, conoscendo l’isolamento del poeta dalla società, non dobbiamo ritenere queste immagini mentali meno reali per lui. Egli convive realmente con il ricordo della moglie: è esplicito nell’affermare che non gli occorre resuscitarla poiché lei è sempre con lui. Società o meno, Montale non è mai solo e vive questo suo isolamento accanto ad un ricordo che lo accompagna sostituendosi alla cara moglie. L’ambiente si eclissa dietro la propria coscienza di anziano, la solitudine si colma di una presenza non fisica della moglie. E tutto questo avviene sempre: che fuori sia caos, che sia “silenzio universale”, ricordiamo che siamo sempre in compagnia di noi stessi e delle nostre immagini.

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