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Il cielo è democratico

Guardando in alto, in questi pomeriggi d’estate, scorgo giochi che solo il creato ci dona.

Oltre i tetti pesanti di tegole, oltre i pensieri umani, infatti, splende un cielo magnifico.

La volta, ai più attenti, offre un sacco di colori.

Non solo l’azzurro, con tutte le sue declinazioni, ma anche il bianco delle nuvole vergini, il rosa del primo tramonto.

Alzando il naso, in questi giorni, rivedo il cielo d’Irlanda.

Esso è eccentrico, volubile, incantato, sorprendentemente simile a quello che ora, mentre sto scrivendo, fa capolino alla mia finestra.

Quanti ricordi mi tornano in mente: le giornate a Galway, le Aran, il triste Paddy.

Ma come è possibile che questo cielo italiano sia affine a quello dell’Isola di smeraldo?

L’unica cosa che posso pensare è che il natural soffitto, spesso piacevole, a volte impietoso, è democratico. Sì, il cielo è democratico.

Accoglie, sotto di sé, la totalità degli uomini, con le loro speranze e le loro miserie. Ogni uomo è uguale e, allo stesso tempo, diverso da ogni altro suo prossimo. Come le parti del cielo sono, contemporaneamente, uguali e differenti fra loro.

Il cielo è paziente, non inveisce, non chiede, non teme: si limita ad esserci. Vede gioie e violenze, guerre e amori, ma non si scompone. Attende.

Certo, a volte si fa sentire: fulmini e tuoni sono la sua voce. Ma la sua voce è ugualmente spartita, fra buoni e cattivi. Sarebbe bello, a tal proposito, se certe saette si posassero solo sul cuore di qualche malvagio, ma ciò, evidentemente, non è fra i progetti del cielo.

Esso, l’ho già detto, è democratico.

Non fa differenze fra bianchi e neri, fra vittime e carnefici, poveri e ricchi. Lui c’è, accoglie tutti, al di sotto del suo manto azzurro.

Questo strambo soffitto è democratico perché, continuamente, mischia i suoi tanti colori in molteplici forme che, lentamente, navigano attraverso i sentieri dello spazio, sopra le teste degli uomini.

Per questo, quando il cielo appare limpido e sereno, scorgo il verde delle Cliffs, la musica del Tig Cóilí, il folle Einman.

Appena soffia il vento però, capricciose nubi grigie (gravide di pioggia) soffocano l’azzurro, e mi rubano il ricordo.

Ora il cielo appare coperto e malinconico, come quello sopra Dublino.

È vero, siamo ancora in Irlanda, ma il cielo d’Irlanda, come detto, è volubile. Vivace e irrequieto spesso ama cambiare i propri vestiti, a scapito dei turisti più maldestri.

Vecchia, sporca città, come scordarti? Come dimenticare le tue strade, le tue sconfitte, le ragazze dalle strane calze? Come il John Kavanagh (la Guinness migliore di tutto il Leinster), lo Stephen’s Green, coffee and biscuits in St. Patrick’s Cathedral?

Forse, da qualche parte, c’è una giovane donna di Sligo che osserva il cielo. E forse, proprio in questo momento, scorge, nel suo azzurro, l’azzurro dei cieli d’Italia. Quello che, spesso, soverchia gli antichi archi romani, le torri longobarde. Quello che sempre, quando non ci sono ricordi nel cuore, si trova sopra di me.

Forse, in questo momento, io e lei, più che mai, siamo come fratelli.

Fratelli sotto lo stesso cielo.

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