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Il discorso del re (balbuziente)

In principio era il Verbo. Ma non per tutti è piacevole proferire tale Verbo. Il sovrano inglese Giorgio VI ne è stato la prova vivente. E non solo lui. Demostene, Cicerone, Virgilio, Alessandro Manzoni, Winston Churchill, Marilyn Monroe, Isaac Newton, Jimi Hendrix, Harvey Keitel, Bruce Willis… Potremmo tranquillamente continuare, ma non è il caso. Tutte queste personalità sono state accomunate da un problema: la balbuzie. Fino al 2010, quello della balbuzie non è stato un tema molto affrontato al cinema. Per sfatare tale tabù è dovuto intervenire il produttore Harvey Weinstein che ha affidato la regia di un biopic sul re inglese Giorgio VI, “il balbuziente”, al semidebuttante Tom Hooper che ha realizzato “Il discorso del re”.

Interpretato da un Colin Firth in forma smagliante (il Teatro Scespiriano deve pur esser servito a qualcosa!), ma che difficilmente raggiungerà i fasti dell’ottimo “A single man”, “Il discorso del re” ha fatto incetta ai Premi Oscar, nel 2011, trionfando nella categoria di miglior film, miglior regista, miglior attore protagonista e migliore sceneggiatura originale. Al centro del palcoscenico vi è la cronaca del malinconico e triste Duca di York, secondogenito dell’energico Giorgio V, che sarà, suo malgrado, catapultato sul trono inglese dopo la morte del padre e l’abdicazione del fratello maggiore Edoardo VIII che preferisce sposare la divorziata americana Wallis Simpson. Albert, chiamato affettuosamente dai suoi cari Bertie, è afflitto fin dalla tenera età da una forma debilitante di balbuzie e si ritroverà a parlare in pubblico e ai microfoni della radio, medium di successo negli anni Trenta. Sarà aiutato dalla moglie e dal logopedista, anticonvenzionale ed eccentrico, di origine australiana, Lionel Logue, tra spasmi, rilassamenti muscolari, incertezze e prepotenze.

Ebbene si, prepotenze. La caratteristica di Bertie che colpisce lo spettatore è l’ambivalenza del suo carattere: da un lato la debolezza, il dolore, la sensazione di impotenza nei confronti del padre e del fratello “logonormodotati”, dall’altro l‘irritabilità mista ad arroganza, lo snobismo e l’iniziale arrendevolezza. L’accurata analisi psicologica del protagonista, il fatto che non si strizzi mai l’occhio allo spettatore e che non lo si spinga a provare eccessiva pietà o compassione nei confronti del balbuziente consente la buona riuscita del film che non cade mai in un “forrestgampico gigionismo”.

La parola, la capacità di comunicare, il Verbo sono state alcune tra le più grandi conquiste della razza umana e non è difficile pensare come possa essersi sentito il sovrano inglese alle prese con un problema di tale caratura. Giorgio VI, tra balbettii e incertezze, sarà il primo sovrano a comunicare via radio l’entrata di una nazione, la sua Inghilterra, in guerra, la Seconda Guerra Mondiale, contro la Germania nazista di Hitler, uomo che colpisce il nostro Bertie per la sua capacità oratoria che cattura e trascina, strumentalizzandole, le folle. In una scena, il regista pone una sorta di contrapposizione tra Adolf Hitler, povero interiormente, ma capace di ammaliare con la parola chi lo ascolta, e Giorgio VI, coraggioso, ma che fatica a trovare in sé le forze per poter esternare le proprie idee, a causa del suo deficit oratorio.

Il regista, Tom Hooper, costruisce il film con una regia secca, asciutta, avvalendosi di piano sequenze, di telecamere a mano, di soventi piani americani e primi piani, grazie alle lenti 18 mm che mettono il primo piano a fuoco al pari dello sfondo, e sfruttando l’ottimo apparato scenografico, freddo, quasi asettico; si incolla al protagonista, seguendolo per stanze e corridoi, schiacciandolo verso spazi opprimenti, specchio dell’angoscia del sovrano, riuscendo perfettamente a rendere la sua sensazione di inadeguatezza e arrendevolezza.

Hooper ha anche il pregio di dirigere una sequenza conclusiva, quella che culmina col discorso finale, il discorso del re, in un crescendo così coinvolgente da strappare l’applauso. Tuttavia sorvola su una pecca non di certo veniale: Giorgio VI annuncia l’entrata dell’Inghilterra in guerra e le persone che ascoltano alla radio e agli altoparlanti siti all’entrata della sua residenza, Buckingham Palace, festeggiano la riuscita del discorso del re. Ma quale popolo avrebbe festeggiato l’entrata in guerra della propria nazione?!

La vera forza del film sono i due protagonisti, Colin Firth e Geoffrey Rush, che funzionano alla perfezione perché giocano su terreni contrapposti: il primo, premiato con l’Oscar, dopo anni di anonimato, esce allo scoperto, facendo un sorprendente lavoro sul personaggio: con la voce, e con il corpo, goffo, timido, tutto silenzi e balbetti; il secondo crea un perfetto connubio tra sobrietà e istrionismo.

Né è da meno il resto del cast rigorosamente british: Helena Bonham-Carter in quelli della Regina Elizabeth Bowes-Lion, Timothy Spall, Guy Pearce, Michael Gambon, et cetera.

Per anni e anni, numerose personalità balbuzienti si sono alternate sui palcoscenici principali del mondo. Mi sorge una domanda. E se Dio fosse balbuziente?

Voto: ★★★1/2

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