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Il Duende – Un incanto inesprimibile

“il duende bisogna svegliarlo nelle più recondite stanze del sangue”

«Il duende non sta nella gola; il duende sale interiormente dalla pianta dei piedi». Vale a dire, non è questione di facoltà, bensì di autentico stile vivo; ovvero di sangue; cioè, di antichissima cultura, di creazione in atto.

Nel 1929,  il grande poeta e drammaturgo Federico García Lorca, comincia a viaggiare e dopo un lungo soggiorno a New York va a Cuba nel 1930, dove partecipa a quattro conferenze tra le quali memorabile la “Teoria e gioco del duende”. Tale conferenza è diventata poi anche una libretto col titolo appunto “Il duende – Teoria e Gioco”.

Il duende è qualcosa di intraducibile, è forse il carisma, l’energia o l’incantesimo che una persona possiede. E’ qualcosa che si suscita negli altri senza artificio o compiacimento, qualcosa che tutti percepiscono, riconoscono, è per dirla con lui, un “energia che arriva da sotto i piedi come a certe ballerine, o dal fondo della gola come per certi cantanti”. “Quando un artista mostra il duende non ha più rivali” e “non c’è mappa né esercizio” per impararlo, acquisirlo o capire dove sta.

Garcia Lorca Naque a Granada, più precisamente a Fuentevaquerosnel, nel 1898 il, suo padre era un ricco proprietario terriero. La madre una colta maestra di umili origini. Iniziò come musicista, divenne poi drammaturgo e soprattutto uno dei maggiori poeti lirici del XX secolo. Dopo Cuba Lorca va in Sud America e poi torna a Granada, dove si entusiasma per la proclamazione della Repubblica. Firma un manifesto contro Hitler e si dichiara apertamente a favore dei diseredati e della giustizia sociale nel bel mezzo della guerra civile spagnola. Viene arrestato il 17 agosto del 1936 e due giorni dopo fucilato insieme ad altri quattro uomini: un maestro elementare, suo figlio e due toreri.

Manuel Torres, grande artista del popolo Andaluso, diceva a uno che cantava: “Hai voce, conosci gli stili, ma non ce la farai mai, perché non hai duende ”. La tecnica non basta, è il fuoco interiore che bisogna accendere. “Il duende può comparire in tutte le arti, ma dove lo si trova con maggiore facilità, com’è naturale, è nella musica, nella danza e nella poesia parlata, poichè queste necessitano di un corpo vivo che le interpreti, poiché sono forme che nascono e muoiono di continuo ed elevano i propri contorni su di un preciso presente. In italiano il dizionario riporta duende come traducibile con “folletto, spiritello”. Questa trasfigurazione indica la difficoltà di tradurre con un termine questa particolare energia che eleva l’artista ad un piano espressivo superiore.

Per cercare il duende non v’è mappa né esercizio. Si sa soltanto che brucia il sangue come un topico di vetri, che prosciuga, che respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili, che fa sì che Goya, maestro nei grigi, negli argenti e nei rosa della migliore pittura inglese, dipinga con le ginocchia e i pugni in orribili neri di bitume; o che spoglia Don Cinto Verdaguer con il freddo dei Pirenei, o porta Jorge Manrique ad attendere la morte nella landa di Ocaña, o copre con un vestito verde da saltimbanco il delicato corpo di Rimbaud, o mette gli occhi da pesce morto al conte di Lautréamont nell’alba del boulevard.

Non resta che leggere per intero questo testo di Lorca e poi se si frequenta l’Arte cercarlo nell’inquietudine e nel profondo per essere scossi da una febbre creativa che ci fa vibrare e tremare.

 

Garcia Lorca

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