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Il gusto del macabro: Iginio Ugo Tarchetti

 Avete mai notato che i monumenti di sepoltura di stile barocco presentano sempre almeno un teschio od uno scheletro? E che alcuni segmenti della pittura europea, specie dopo il concilio di Trento (1545-63) riportano ossessivamente elementi legati alla morte ed alla putrefazione? Ma potremmo anche chiederci come mai, al giorno d’oggi, i film horror abbiamo così tanto successo.

Il macabro è un aspetto della vita che da secoli affascina giovani ed adulti in molti campi artistici e letterari. Benché vi siano diverse motivazioni ad avvicinare l’uomo ad pensiero dello scheletro, tuttavia egli da sempre lo raffigura e cerca di trovargli un rapporto “sensato” con i vivi. Se avete mai visitato una “cripta dei Cappuccini”, fatelo al più presto: la sensazione di come queste persone vivano il corpo morto è singolare e, se non altro, affascinante.

Ma sul corpo morto hanno meditato anche diversi scrittori. Di uno di questi mi vorrei occupare oggi poiché ritengo che, fra i tanti a toccare questo tema, egli abbia scelto il punto di vista più “particolare”. Iginio Ugo Tarchetti (1839-69) fu uno scrittore e giornalista italiano. Era uno dei più importanti esponenti di quel movimento letterario chiamato Scapigliatura che, sul modello dei decadenti francesi, attaccava duramente la tradizione culturale romantica in Italia affidandosi ad uno stile di vita anticonformista e “maledetto”. Leggete qui di seguito cosa scriveva di una donna:

Quando bacio il tuo labbro profumato,

cara fanciulla non posso obliare

che un bianco teschio vi è sotto nascosto.

 Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,

obliar non poss’io, cara fanciulla,

che vi è sotto uno scheletro nascosto.

 E nell’orrenda visione assorto,

dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,

sento sporger le fredde ossa di un morto.

Questo piccolo componimento si chiama “Memento”, esattamente come l’espressione latina “memento mori” (ricordati che devi morire): senz’altro non a caso il tema, fondamentale ed ossessivo, è la morte. Non è il messaggio comune che voi mandereste ad una donna: e  se pensate che sia assolutamente strano e  singolare avete reso felice Tarchetti che, con vero spirito anticonformista, non voleva affatto scrivere qualcosa di ordinario.

il sarcofago di Maria Teresa d'Asburgo e del marito Francesco Stefano di Lorena presso la chiesa dei Cappuccini di Vienna. Notare che la pesantezza delle forme e le statue incappucciate suggeriscono un insieme macabro e tenebroso.

Dunque tutto parte dalla contemplazione di una donna: si menzionano le labbra ed il bel corpo. Ma dietro a questi compare minacciosa la visione del corpo morto e dello scheletro, quasi che fosse una seconda figura che appare improvvisamente a spaventare il poeta. Così diventa difficile concedere un bacio a questa donna: al contatto fra le labbra infatti apparirebbe nella visione del poeta il “bianco teschio” di lei. Ugualmente l’abbraccio diventa macabro: sarebbe come essere stretti dalla presa di uno scheletro. Insomma, ogni parte del corpo porta a pensare allo scheletro e questo genera ripugnanza. L’ultimo verso sentenzia questa verità: ovunque si guardi, la morte è dappertutto e contamina lo sguardo di chi, ignaro, contempla il mondo senza accorgersi di lei.

Potremmo chiederci per quale motivo Tarchetti scelga di parlare così “vivacemente” della morte: ne dovremmo ricavare sostanzialmente due elementi. Il primo, come già sopra spiegavo, è l’anticonformismo. Questi giovani scrittori sono stanchi di romanzi romantici, di “sposi” promessi e bistrattati dal destino, di vicende d’amore senza lieto fine: vogliono introdurre qualcosa di nuovo attraverso le cose che scrivono e gli atteggiamenti che assumono nella società. Tarchetti diede scandalo al suo tempo per una relazione con una donna epilettica in procinto di morire: ma allo stesso tempo frequentava salotti aristocratici (quello di Clara Maffei, frequentato anche da Verdi) nei quali filtrava la sua innovazione letteraria a lettori “tradizionalmente tradizionalisti” come i nobili. Il secondo motivo per trattare della morte è il contesto europeo: è il momento del Decadentismo francese che, di lì a poco, comparirà chiaramente anche in Italia con Pascoli e D’Annunzio. Possiamo dire che già con gli Scapigliati ci fosse una comunione di argomenti e di prospettive sulla vita e sul ruolo dell’intellettuale nella società (basti pensare all’albatro di Baudelaire).

Perché leggere la Scapigliatura e Tarchetti oggi? È semplice: perché costituiscono il più recente esempio italiano di una “moda del macabro” che farà successo diversi anni a seguire con il cinema horror. Se questo infatti ha successo, occorre attribuire un po’ di merito ai suoi diretti predecessori.

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