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Il mondo parallelo della poesia persiana

Già altrove e più volte ho detto che il percorso educativo europeo e, nel nostro caso, italiano è necessariamente “occidentalizzato”: non mi stancherò mai di contestare tale necessità la quale, per salvare un po’ di tempo e un po’ di denaro, sacrifica interi settori della più vasta e più completa cultura mondiale. Certo non chiederemo ai nostri professori di insegnare tutte le letterature esistenti sulla faccia della terra: basterebbe indicarne la presenza e lasciare poi all’interesse dei singoli studenti la ricerca e la scoperta di queste “culture parallele”. Perché i nostri studenti hanno ancora interesse!

Ma chi avrebbe mai detto (io stesso rimasi, scioccamente, colpito) che il Medio Oriente fosse culla di un sistema letterario assolutamente pari al nostro: oserei dire che alcune tendenze della poetica occidentale vennero anticipate di qualche decennio dalla letteratura turca e persiana ed in questo articolo cercherò di darvene conto. Ad ogni modo, e questo serva da breve introduzione, dovete sapere che l’Oriente sviluppa una letteratura parallela alla nostra e ugualmente degna: tutto è costruito sull’asse portante della filosofia che innerva e sorregge i testi e le opere. Accanto alla filosofia sta l’amore, profondo ed incontaminato, verso la natura e tutto ciò che è stato creato. Tali schemi poetici hanno prodotto grandi nomi, a noi sconosciuti: Owhadoddin di Kerman, morto nel 1298 fu autore di un poema analogo alla nostra Divina Commedia e intitolato “La nicchia delle luci”; contemporaneamente, Gialal al-Din Rumi di Balkh, defunto nel 1273, componeva il cosiddetto “Corano persiano”, un poema mistico dalle forti analogie al testo sacro all’Islam.

Ed infine arrivo all’autore di cui parlerò più approfonditamente. Il suo nome era Mirza Abdolquader Bidel (1644-1721), attivo nel bacino indo-persiano e considerato massimo ed ultimo esponente dello stile poetico indiano. Nella sua poesia egli combina misticismo, indagine filosofica e una forte componente emotiva individuale: tutto ciò troverete nella sua immensa attività di scrittore nella quale emergono per importanza un poema epico (Erfan, “La Gnosi”), una raccolta di lettere e uno zibaldone autobiografico (Ciar Onsor, “I quattro elementi”). Poco fa dicevo che questa letteratura ha in alcuni casi anticipato istanze poetiche occidentali ed ora voglio mostrarvi come questo sia potuto avvenire: leggete il breve ed intenso componimento di Bidel intitolato “Solitudine”.

Io, simile al pesante mio sospiro,

divengo carovaniere di pianto.

Del profondo bruciante mio dolore

serbo accesa nel petto la ferita,

ed un amico, oltre quel rosso sangue,

io nella mia follia non troverò.

Nel mondo senza uscita dell’inganno,

io erro solitario come il sole.

O fiero Bidel, sei condannato

a languire lontano dagli amici.

Tu sei una strofa privata del suo ritmo

nel grande libro celeste del soffrire.

L’immagine è fortemente drammatica: la solitudine che ferisce l’animo del poeta si riversa anche all’esterno e gli impedisce di avere relazioni con le altre persone. Potremmo immaginare questa solitudine come una gabbia: Bidel è prigioniero all’interno e legato alla catena del suo dolore mentre alte sbarre gli impediscono di incontrare qualcuno che lo aiuti a liberarsi o anche solo che gli faccia compagnia. Tale impossibilità è rafforzata dall’ultimo verso che sentenzia in maniera emblematica il sentimento del poeta: egli è come la strofa che ha perso il ritmo. Ma la strofa che perde il ritmo non è più una strofa, è completamente snaturata da se stessa e diviene qualcos’altro. Trovo che questa immagine, al di là di un discreto fascino letterario, sia forte e drammaticamente significativa: è la presa di coscienza che non si è più se stessi, si è diventati qualcos’altro di ignoto.

La prima volta che ebbi occasione di leggere questi versi rimasi colpito immediatamente da questo sentimento che ero sicuro di aver già conosciuto altrove, sui libri di testo a scuola. Pensai ed arrivai a concludere che la poesia di Bidel anticipa, a mio avviso, diverse tematiche che caratterizzeranno la poesia simbolista di Baudelaire. L’angoscia dell’ essere chiusi in se stessi, l’attività auto-lesionistica del pensiero (come i “ragni” dello spleen baudelairiano) e la contemplazione dei luoghi più profondi dell’animo umano sono elementi che leggiamo in Bidel tanto quanto in poesie come “Spleen” del simbolista francese. Benché la forma letteraria non coincida (del resto Bidel non conobbe il Simbolismo, essendo morto duecento anni prima) il sentimento è il medesimo. Non mi sento di escludere neppure che Baudelaire fosse ignaro di questo probabile antecedente persiano: nell’Ottocento è di gran moda in Europa la lettura di testi provenienti dall’Oriente, in concomitanza con alcune filosofie (quella di Hegel, quella di Schopenhauer) che portano all’attenzione dei lettori occidentali il mondo e la cultura orientale.

Resterebbe da chiederci come mai una tematica così forte e caratteristica, come quella dell’angoscia e della solitudine, in Oriente preceda l’Occidente di almeno 150 anni. La risposta, credo, sta nella natura stessa della letteratura orientale. Essa infatti è costruita, come dicevo sopra, sul connubio fra forma poetica ed indagine filosofica: non dovrebbe essere troppo strano che una seria ricerca filosofica (e poi mistica, come quella di Bidel) abbia portato a riflessioni così profonde sulla propria vita e sulla solitudine che arriveranno in Occidente solo molti anni dopo, quando sarà abbattuta la tirannia dell’ornamento barocco, la forma neoclassica e il sentimentalismo romantico. La sua stessa natura filosofica candida la poesia persiana ad essere veggente, vate di un pensiero e di una riflessione modernissima sulla vita e sull’uomo: chi non stimava la cultura orientale dovrà ritrattare le sue posizioni e riconoscerne il primato in alcuni luoghi. Tale modernità e profondità dei contenuti, in anticipo rispetto anche alla nostra mentalità, è uno di questi luoghi.

Concludo riportandovi le parole di un illustre scrittore, macigno della letteratura tedesca, come Johann Wolfgang Goethe a proposito della letteratura orientale: “chi mediti su ciò che a loro [ai poeti persiani, n.d.a.] mancava -cioè che essi non possedevano né teatro né arte figurativa- mentre il loro talento non era più ristretto di qualsiasi altro in qualunque tempo, una volta familiarizzatosi col loro particolarissimo mondo, dovrà sempre di più ammirarli”.

 

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