Il Muro Reviewed by Momizat on . Stiamo scavando da tre settimane. Il muro è solido e si avanza con grande difficoltà. Non so come sono finito qui e neanche dove sia “qui”, so solo che io e gli Stiamo scavando da tre settimane. Il muro è solido e si avanza con grande difficoltà. Non so come sono finito qui e neanche dove sia “qui”, so solo che io e gli Rating:
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Il Muro

Stiamo scavando da tre settimane. Il muro è solido e si avanza con grande difficoltà. Non so come sono finito qui e neanche dove sia “qui”, so solo che io e gli altri dobbiamo andare avanti. E scavare. Attorno al cortile lastricato di pietra sorgono due palazzi enormi, che nascondono la luce solare per gran parte della giornata. Silver dice che per noi è una benedizione e io gli credo. Fa così caldo in questi giorni che se non fossimo all’ombra finiremmo per scavarci il cranio a vicenda. Se provo a fare uno sforzo mentale tutto ciò che riesco a ricordare non va oltre le tre settimane: credo sia una sensazione simile a quella che si prova quando si cercano di ricordare i primi mesi di vita, è tutto opaco e confuso e più indietro si va meno si ricorda. Anzi, se si prova a pensare cosa ci fosse “prima” viene naturale rispondere: niente. Non c’era niente prima. Prima di tre settimane fa dunque non c’era niente. Al mondo da tre settimane, nato adulto, tutte le persone che lavorano con me si trovano nella stessa situazione. Fly è sempre incazzato, lavora come un mulo allo scavo nel muro e parla pochissimo. I suoi pensieri sono per me irraggiungibili, ma è la persona che sento più vicina, come se tra di noi si fosse stabilito un tacito assenso telepatico. Io cerco di risparmiare le forze, anche se non so per cosa. Visti da fuori probabilmente sembriamo un branco di psicopatici, rannicchiati ai piedi dei due palazzi più grossi della città, che scavano ininterrottamente da tre settimane. Non sono neanche sicuro della misurazione del tempo, mi fido di quello che dice Stephen: è stato lui il primo a svegliarsi nel cortile. Siamo diversi metri al di sotto del livello stradale cittadino, isolati in uno spazio in cui possiamo essere visti facilmente dai passanti e ancora più facilmente ignorati. Ma non ce ne andiamo. Perché non ce ne andiamo? Non possiamo. Da un lato c’è il retro di un palazzo di oltre trenta piani, completamente liscio, di un materiale sconosciuto: impossibile appigliarsi. Le scale antincendio devono essere state abolite alla fine del secolo scorso a quanto pare, perchè se ne intravedono i resti arrugginiti nel piccolo spazio sterrato adiacente al cortile. Qui nessuno bada all’ordine, basta che la facciata dei palazzi sia splendente. Tanto il resto non si vede e chi passa e lo vede se ne frega. Una società non molto dissimile da quella dalla quale immagino di provenire. Dalla parte opposta a questo monumentale edificio c’è il suo collega: siamo d’accordo nell’affermare che sia stato costruito in un materiale che ricorda il vetrocemento, in quanto riflette il flusso delle auto, delle persone a piedi, le nuvole, il sole, tutto. Tranne un piccolo particolare: le nostre sagome non le riflette. Impossibile vedere le nostre immagini. Questo non me lo spiego e non voglio neanche sapere il perché. Fatto sta che non ha praticamente aperture, nessun ingresso e nessuna finestra, solo i contorni metallici, o di qualunque materiale siano fatti, e le lastre riflettenti e impenetrabili che ricordano una scacchiera con le caselle tutte dello stesso colore. Ci abbiamo lanciato contro tutto quello che abbiamo trovato qui sotto ma niente, non si è nemmeno scalfito e, cosa ancor più strana, nessuno si è precipitato a dirci di smettere. Nessuno sembra in effetti accorgersi della nostra presenza. Eppure lo scavo nel muro lo stiamo facendo e le macerie si accumulano nel cortile. Dietro di noi passa una strada sopraelevata: sembra vicina, così vicina che se ci mettessimo uno sulle spalle dell’altro potremmo quasi toccarne il fondo, ma non c’è nessun appiglio e i pilastri che la sostengono sono lisci come il marmo. Chiaramente non sono di marmo: a forza di picconate potremmo farli crollare causando un enorme disagio alla città e richiamando di conseguenza l’attenzione su di noi. Ma quando Fly ha tentato di colpire una delle colonne con la pala, quella gli si è letteralmente sbriciolata in mano. Non osiamo toccare questi materiali a noi sconosciuti, anche perchè abbiamo il fondato sospetto che la temperatura di superficie delle colonne sia elevatissima. Nessun insetto, uccello, o essere vivente osa avvicinarsi alle colonne, e nemmeno la vegetazione riesce a crescere tra le crepe. E poi di notte emanano un bagliore verde fosforescente. Chissà di cosa sono fatte. Oltre la sopraelevata il paesaggio è tutto sfocato: non siamo neanche sicuri che esista. L’unica possibilità che abbiamo è il muro.

Un gigantesco muro che ci sta di fronte. Ho già detto che è solido, ma non sembra avere alcuna struttura metallica al proprio interno: dev’essere stato costruito in un passato lontanissimo per chissà quale motivo e si sgretola progressivamente grazie all’azione dei pali di acciaio che abbiamo staccato da vecchi segnali stradali accatastati al bordo della sopraelevata, dai resti della scala antincendio e delle pale che, con incredibile stupore da parte nostra, erano disposte ordinatamente ai bordi del cortile, ognuna con una lettera incisa sopra, quando ci siamo risvegliati qui. Ma ora parliamo di quello che facciamo ormai da tre settimane, ogni giorno: scavare nel muro. Ci concentriamo per trovare i punti in cui la materia sembra farsi più friabile. Il personale parco giochi di Fly. Si diverte, il taciturno individuo. Lo lasciamo libero di fare a modo suo. Questo rozzo personaggio dall’animo gentile si esalta nella difficoltà e dà sfogo a tutta la sua frustrazione aprendo larghi varchi laterali che poi ricongiunge allo scavo principale. In tre settimane siamo avanzati di circa quindici metri all’interno del muro. Sembra incredibile, da fuori non si potrebbe neanche immaginare, ma è più profondo di un palazzo: ogni metro che guadagniamo in avanti utilizziamo uno dei pali, ormai consumato, per puntellare il soffitto che tende sempre ad assestarsi durante la notte. La cosa più incredibile è che nessuno di noi sembra avere fame o sete. Solo un gran senso di stanchezza, fin dal mattino. Come se la forza di gravità fosse maggiore qui rispetto al resto del mondo. In che città ci troviamo? L’epoca è sicuramente posteriore rispetto a quella da cui proveniamo, se mai ci sia stata un’epoca precedente e non sono neanche sicuro che il pianeta sia quello che immaginiamo. No, questo dev’essere un enorme satellite. Per questo ci sembra che tutto pesi più di quanto dovrebbe. L’alba e il tramonto non li vediamo proprio per via dei palazzi che incombono alti nel cielo. Ci siamo dunque divisi in tre piccoli gruppi di due persone, che lavorano a turno solo nelle ore ombrose. Quando il sole è alto fra i due palazzi non c’è alcun riparo fuorchè la striscia d’ombra della sopraelevata, ma per starci sotto dobbiamo accucciarci nel fango. In quel momento della giornata stiamo tutti insieme, come se ci trovassimo in una piccola oasi e la pavimentazione del cortile appare distorta e vibrante per il calore solare. “Quella galleria è il miglior lavoro che abbia mai fatto” aveva detto Fly dopo una settimana, osservando in lontananza il varco nel muro. “Sono stato conducente di taxi per dieci anni e tutte le storie della gente che dovevo accompagnare di notte ai margini della città mi avevano saturato”. Di giorno non riusciva a combinare niente di buono e quindi si era messo a fare il panettiere: ecco da dove venivano i suoi possenti muscoli delle braccia, così utili alla nostra causa nella bizzarra situazione in cui ci trovavamo. Era l’unico a ricordarsi qualcosa della sua vita precedente. Io e Fly ci eravamo parlati una decina di volte in tutto, nell’arco di oltre venti giorni a stretto contatto. Stephen era molto più loquace e lavorava in coppia con il chimico, un individuo esile ma molto forte, il quale si ostinava a non rivelarci il proprio nome. Secondo me non voleva ammettere che non se lo ricordava proprio. Ma sapeva rendersi molto utile in quanto, pur senza ricordarsi alcun dettaglio del suo passato da ricercatore, aveva una conoscenza incredibile degli elementi della materia, che dovevano essere talmente radicati nella sua mente da sovrastare tutti gli altri ricordi e distingueva facilmente i materiali che potevano esserci utili nell’avanzata all’interno del misterioso e gigantesco muro.

Purtroppo le pareti degli edifici circostanti dovevano essere state fabbricate in un’epoca futura rispetto alla nostra, per questo non ci avrebbe potuto dire con certezza di cosa fossero composte. Gli altri due faccio fatica a descriverli: un piccolo ometto insignificante, con gli occhiali e una pronunciata calvizie; un naso anonimo e dei modi garbati facevano di lui il tipico personaggio che passa inosservato. Diceva di chiamarsi Virgilio ma si sarebbe potuto chiamare in mille altri modi possibili, quasi fosse stato fabbricato con uno stampo. Il suo compagno di scavo era un gigantesco ciccione con la barba e una camicia a quadri: sarebbe potuto benissimo essere un boscaiolo a giudicare dall’aspetto. Infatti ci parlava spesso degli alberi e delle foreste in cui gli sembrava di essere stato, ma aveva scordato tutti i nomi degli attrezzi, dei sentieri e dei diversi tipi di pianta con cui poteva aver avuto a che fare. Il triste paesaggio urbano interamente artificiale lo avrebbe depresso totalmente se non avesse avuto le sigarette. Quell’uomo era il più grande fumatore che avessi mai visto. A nessuno di noi serviva mangiare né bere, ciononostante non dimagriva. Sarebbe stato però completamente demotivato e inutile e allo scavo senza le sigarette. Per sua e nostra fortuna il secondo giorno da quando ci eravamo risvegliati nel cortile si era rovesciato un tir nei pressi del cavalcavia e un’intera cassa piena di stecche di sigarette era precipitata nel fango. Silver si era dimostrato agilissimo e in un lampo aveva mollato i pali dello scavo rischiando di compromettere quasi un metro di galleria e si era fiondato sulla cassa, appropriandosene irrevocabilmente all’istante. Si era talmente avvicinato alle colonne che i capelli gli si erano rizzati in testa ed erano rimasti così per diversi giorni. Da allora non l’avevo mai visto senza la sigaretta in bocca. Non oso immaginare cosa potrebbe succedere il giorno che le stecche dovessero finire o si dovesse scaricare l’accendino che Silver custodisce gelosamente nel taschino della sua enorme camicia a quadri. Intanto andiamo avanti a scavare, con il rumore di sottofondo del traffico che non ci abbandona mai. Poi accade l’imprevisto. A un certo punto, mentre due di noi riposano e gli altri sono impegnati a puntellare la volta pericolante della galleria, Virgilio balza in avanti con una faccia da pazzo, si mette al centro dello scavo e grida con tutte le sue forze: “Fermi tutti, questa è una rapina!” impugnando un bastoncino ricurvo a mo’ di pistola. Silenzio e tensione. Talmente eravamo concentrati sul nostro lavoro che non ci aspettavamo un’uscita del genere da parte del più anonimo del gruppo. Increduli per qualche istante, ci guardiamo negli occhi con le facce atterrite: la situazione è quantomeno grottesca. Siamo proprio messi male, penso: un derelitto, nostro pari, ci minaccia con un bastoncino e noi ci spaventiamo. Ne dobbiamo fare ancora di strada attraverso quel muro. E ne faremo ancora molta, in tutti i sensi: noi in questo limbo senza senso, così come l’umanità intera, della vita non abbiamo capito nulla, tanto che appena accade qualcosa che si discosta di poco dagli schemi ci facciamo prendere dal panico. Con un lieve tremolio del labbro Virgilio rilassa il volto senza riuscire a rimanere serio e subito dopo scoppiamo all’unisono in una fragorosa risata. Per un attimo ci siamo dimenticati di essere qui. Qualunque luogo sia “qui”.

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