Il Quindicesimo Livello Reviewed by Momizat on . La siringa è piena, la gocciolina fuoriesce piano, ci vuole solo un po’ di coraggio. Non me ne serve neanche un po’ sapete? Non ho mai capito la gente con la fo La siringa è piena, la gocciolina fuoriesce piano, ci vuole solo un po’ di coraggio. Non me ne serve neanche un po’ sapete? Non ho mai capito la gente con la fo Rating:
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Il Quindicesimo Livello

La siringa è piena, la gocciolina fuoriesce piano, ci vuole solo un po’ di coraggio. Non me ne serve neanche un po’ sapete? Non ho mai capito la gente con la fobia per gli aghi: a meno che non siano piantati negli occhi, iniettatemi pure quello che volete. Non so a chi mi stia rivolgendo visto che lo sto per fare di persona. Prontissimo, quando vuoi. Zick. Il liquido penetra lentamente mentre mi estraneo dalla situazione. Poco dopo oltrepasso il primo livello. Adesso è notte e le creature emettono dei versi incomprensibili, nascoste dalle tenebre. So che ci sono e che hanno avvertito la mia presenza, ma so anche che per ora non mi attaccheranno. Percorro il vicolo maleodorante fino alla minuscola porta gialla: rivolgo lo sguardo a terra e noto che qualcuno deve aver dimenticato un ombrello, anch’esso giallo. Lo afferro e diventa un prolungamento del mio braccio: mi sarà utile qualora dovessi difendermi dalle creature del buio. Sono le mie vene ad essere diventate gialle. Le mie vene saranno la mia difesa. L’asfalto della stradina isolata si sta srotolando e forma una spirale che mi circonda: volevo entrare nella porticina, ma è già svanita. Mi ritrovo a scivolare in accelerazione costante lungo un nastro grigio-verde, e quando credo di essere a metà del percorso spicco un agile balzo e inizio a fluttuare fra migliaia di palloncini colorati. Livello due, le nubi si stanno sostituendo ai palloncini e mi è entrata in testa una canzonetta d’infanzia. Parole che hai ripetuto meccanicamente così tante volte che hanno perso di significato. Dentro alle tue parole il suono ha vinto sul significato. Poi sparisce di colpo il cielo e al suo posto avvisto dall’alto un porto che si affaccia sulla superficie di un lago a specchio, ed è la più calma che abbia mai visto. Su di essa scorrono le immagini di vecchi film espressionisti tedeschi. La campanella irrompe da un’altra dimensione riportandomi a terra, in mezzo ai banchi di scuola, mentre una voce monotona si compiace delle parole ricercate che pronuncia, incurante del proprio uditorio assente. Io mi disinteresso alla scena e continuo a scavare verso il livello tre. Scavo nel muro davanti a me. Devo farlo. Devo riempirlo di carte di caramelle. Un giorno le carte di caramelle avranno saturato ogni cosa e allora dovremo rivalutare la nostra percezione del mondo. D’improvviso nel mezzo del Canale di Suez da me scavato nel muro, che mi impedisce parzialmente la visuale sul lato destro e che da tempo riempio con gli involucri delle caramelle che consumo avidamente per non pensare, diciotto ragazze in hula hoop bloccano il passaggio verso il livello quattro. Un dragone svolazza placido a pochi metri dall’edificio scolastico, seminando il panico. Io non mi scompongo e mi accendo una sigaretta con i resti delle sedie accatastate nel cortile, investite dal suo soffio infuocato. Le volute di fumo si condensano dando vita a un gigantesco pupazzo bianco che lotta contro l’essere alato, e siccome nessuno dei due sembra avere la meglio, saggiamente decidono di finirla con una partita a scacchi. Mi hanno preso in simpatia, dunque sarò io l’arbitro. Estraggo la mia scacchiera tascabile che lentamente acquista dimensioni mastodontiche: la partita può avere inizio. Indosso un cappuccio nero e reggo una falce in mano mentre i due si sfidano, studiando reciprocamente le mosse dell’avversario. Il livello cinque deve essere questo, perché qualsiasi cosa io tocchi si trasforma istantaneamente in pietra. Mi distraggo un attimo e i due colossi sono svaniti: o forse sono io che sono passato al livello sei. Qui è tutto così calmo, di una calma terribile. Per un attimo penso che tutto ciò sia reale mentre il mio corpo è steso sul pavimento con una siringa nel braccio, ma mi guardo bene il braccio destro e c’è ancora l’ombrello attaccato. Le creature qui non possono seguirmi, lo sento. Quindi lascio l’ombrello e immediatamente esso si sgretola in polvere, non appena tocca terra. Le mie forze scarseggiano e da ogni parte rivolga lo sguardo vedo una coltre di nebbia bianca e ovattata. Uno steccato interrompe la monotonia del paesaggio: prendo la rincorsa e lo salto. Livello sette. Qualcuno mi sta tosando e la cosa non mi dà affatto fastidio, anzi. L’aria è diventata calda e c’è un forte odore di erba tagliata tutto attorno. In fondo al prato c’è un piccolo sentiero di ciottoli appiattiti e un cartello reca la scritta “accettazione”; entro dalla porta girevole, che fa passare solo alcune persone alla volta, e percorro decine di corridoi tutti uguali, finchè mi ritrovo all’interno di una macchina per la risonanza magnetica. “Se ha paura suoni il campanello e non si preoccupi per il liquido di contrasto: muore solo una persona su settantamila”. Ti devo ripetere ancora che non ho paura, infermiere? Tra l’altro sei più giovane di me e hai una vita davanti. Io non ho una vita. Solo illusioni. Non so come sia possibile, ma la situazione quasi mi diverte. L’esame non è mai terminato, e sono felicemente passato al livello otto: provando ad aprire gli occhi, sebbene mi avessero raccomandato di non farlo, mi sono ritrovato nel salone di un parrucchiere, con la testa infilata in un casco asciugacapelli. Per qualche motivo avevo deciso di farmi biondo. Chiudo gli occhi e di colpo sto precipitando in un pozzo senza fondo, mentre un puntino luminoso si avvicina sempre più dal basso: è l’insegna di un motel che reca su di sé la scritta “livello nove”. Entro nella hall e decine di persone sono immerse in un sonno indotto mentre alcune inservienti massaggiano loro il cervello. Posso vedere i loro cranii deformarsi mollemente sotto le dita delle donne, come se le ossa non si fossero mai saldate: lo scricchiolio che ne scaturisce non è per niente invitante. Livello dieci, sono molto stanco. Prendo le chiavi della mia stanza, salgo le scale smussate con la moquette divelta, entro e cerco di ignorare l’aspetto fatiscente della camera, poi mi butto sul letto a faccia in giù. Ma la gravità qui è diversa e non ho calcolato bene la forza dell’atterraggio: il rimbalzo è tale che mi spinge verso il soffitto con una velocità impensabile, sfondo quattro piani del palazzo come fossero di cartone finchè mi ritrovo in orbita nello spazio. Livello undici. Posso respirare normalmente, i pianeti sembrano diversi da quassù, molto più corposi e con una gamma cromatica dalle sfumature indescrivibilmente varie. Sento che qui le creature potrebbero raggiungermi e non ho alcuna difesa contro di esse. Mi sto muovendo troppo velocemente in direzione del sole e fa sempre più caldo. Ma di colpo i pieni e i vuoti si invertono e mi ritrovo prigioniero di una materia viscosa con lo sguardo proiettato verso l’immenso buco nero che prima era il sole. Livello dodici. Per liberarmi non ci vuole molto: appena mi accorgo di essere io stesso un vuoto riesco a muovermi liberamente in questa sostanza corposa. Le creature si tengono a distanza senza interferire mai. Forse loro, così come tutte le creature che abitano questa bizzarra dimensione, hanno capito. Sono l’unico ad avere ancora un residuo di dubbio e per la prima volta provo paura: temo di essere sprofondato in un bad trip, mi guardo ansiosamente il braccio ma ancora una volta non scorgo alcuna traccia di punture. Nessun dolore. Il livello tredici mi avvolge come fosse un universo intero che mi gira attorno e mi sussurra tutte le verità che ho sempre ricercato, in un istante. Ma sono troppo piccolo e insignificante, quasi patetico nell’essere concentrato su me stesso per poter comprendere. Di colpo si alza un gran vento che mi spinge a distanze lontanissime, con i contorni delle cose che si fanno sempre più indefiniti e allo stesso tempo luminosi. Sono molto vicino, anche se non so ancora a cosa. Distinguo una sagoma in lontananza con delle fattezze umane. Sto precipitando velocissimo verso l’edificio che contiene questa figura e ormai è ovvio che il livello quattordici si concluderà nell’istante in cui mi ci schianterò sopra. Sembra fatta apposta per me, quasi mi corrispondesse. Sfondo il tetto come fosse fatto di gelatina e il tempo rallenta in modo inverosimile. Mentre cado a velocità ridicola verso quello che ormai ho identificato come un corpo umano ne riconosco il naso pronunciato e scorgo un piccolo ematoma sul suo braccio destro nudo.

Il quindicesimo livello sono io.

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