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Il viandante di Goethe: fra sentimento e quieta grandezza.

Il valore dell’opera letteraria di Johann Wolfgang Goethe è indescrivibile a parole: certo, lui con le sue frasi ben calibrate ed incisive ci sarebbe riuscito. Ma a noi, fortunati ed affascinati posteri e lettori, non resta che apprezzare la grandezza del suo ingegno solo leggendolo od osservandolo nelle tante composizioni teatrali da lui scritte. Il teatro fu la costante passione dell’ “uomo universale” (secondo la definizione attribuitagli da George Eliot) che conquistò l’Europa a lui contemporanea fin da vivo: narrano che da piccolo avesse ricevuto un teatro di marionette dalle quali, potremmo ipotizzare, “tutto ebbe inizio”.

La figura di Goethe costituì un punto di riferimento per la cultura europea per moltissimi anni. Al suo tempo era apprezzato e stimato da molti intellettuali che frequentavano la sua abitazione di Weimar, venendo influenzati in maniera forte dalla sua persona e dai suoi scritti. Tra i suoi amici ed estimatori meritano di essere ricordati il filosofo Schelling, Hegel, Schiller e Beethoven; lo stesso Nietzsche negli anni a venire si dirà debitore del contributo letterario di Goethe.

Alcune caratteristiche particolari fanno dell’opera goethiana un esempio di letteratura romantica o, se non altro, fortemente influenzata dal Romanticismo: le vette profonde di introspezione raggiunte con Werther, le profusioni di parole verso una natura che scioglie le membra all’uomo incantandolo e spaventandolo secondo occasione, gli affanni emotivi di un Faust che ha venduto l’anima al diavolo fanno di Goethe un fondamento della cultura romantica tedesca ed europea. Posto ciò, vorrei rilevare assieme ai lettori alcuni elementi della sua opera che parrebbero a prima vista “disomogenei” con il resto degli scritti: a mio avviso invece queste “irregolarità” rientrano a pieno nel prodotto letterario del poeta tedesco ed, anzi, forze ne accrescono il valore complessivo. Leggete i pochi versi di questo “Canto notturno del viandante”:

 

Sopra tutte le vette

è pace,

tra le cime degli alberi

senti tu

appena un alito.

Gli uccellini tacciono nel bosco.

Attendi ora. Presto

avrai pace anche tu.

È una scena affascinante: possiamo facilmente immaginare un viandante seduto all’aperto in una

"Viandante sul mare di nebbia" di Friedrich

notte di primavera, al chiaro di luna. La natura attorno è un mare calmo di pace e tutto pare tacere, tutto è in riposo. La genialità di Goethe sta nel far corrispondere al tranquillo paesaggio esterno una quiete interiore all’animo del viandante: le due facce della persona (interno ed esterno) vengono a combaciare e l’una influenza l’altra. Ma Goethe non si ferma qui e, nel fare il passo successivo, conferisce al piccolo componimento una veste sacra, la “veste dell’attesa”. Noterete infatti che la quiete interiore del viandante deve ancora essere raggiunta: egli afferma esplicitamente che è necessario “attendere ora”. In questo modo la poesia si carica di una tensione verso il futuro: non stiamo ancora in quiete, ci arriveremo tendendo ad essa con sforzo poetico, nel totale rilassamento della natura. La tensione verso la pace è di gran lunga più affascinante della pace stessa.

All’inizio parlavo di elementi anomali, particolari, ed ora vorrei spiegarmi. L’attenzione per la sfera interiore del protagonista e la presenza importantissima della natura fanno di questo lied (piccolo componimento per musica) un esempio di poesia romantica. Ma d’altro canto, alcuni aspetti lo ricongiungono alla tradizione classica. Innanzitutto la stessa natura è un po’ ambigua: essa non è ritratta come quella natura burrascosa e impetuosa dei quadri di Turner né una natura immensa e sconfinata del viandante di Friedrich (in immagine). Al contrario, è quieta e graziosa, rilassante e pacifica. Essa è molto più vicina al modello letterario dell’Accademia dell’Arcadia che non all’Impeto e Tempesta romantico.

una Tempesta di Turner

In secondo luogo vorrei sottolineare come il sentimento generale del lied sia la pace: è descritta nella natura e intravista nel viandante. Tale pace, concordia e quiete di tutte le parti del componimento e del mondo naturale, è ben coerente con un dei capisaldi teorici del pensiero classico : il motto dello storico dell’arte Winckelmann “nobile semplicità e quieta grandezza”. Se Winckelmann applicava all’arte, specie alla scultura, tale criterio estetico, in questo lied possiamo trovarne l’applicazione letteraria: nel testo tedesco ogni cosa ha un posto preciso a creare sonorità e ritmo in uno spazio brevissimo.

Lo stesso Werther di Goethe vive intimamente la natura che lo circonda e questa varia con gli stati d’animo del protagonista del romanzo: all’inizio essa è rigogliosa e quieta; alla fine accompagnerà Werther al suicidio cupa e grigia. Ma nelle generose descrizioni della primavera e dell’estate, nel romanzo, respiriamo il profumo di una natura idilliaca, slegata alla tradizionale rappresentazione naturale romantica e fortemente impregnata del sentimento interiore del protagonista.

Non resta che giustificare queste particolarità del lavoro di Goethe davanti ad una visione d’insieme della sua attività letteraria. Personalmente trovo che non vi sia affatto incoerenza fra le parti. La grandezza di Goethe sta nell’aver raccolto due eredità recuperandole nei loro aspetti migliori. Tale recupero non è celato ma espresso chiaramente: più volte egli menziona Winckelmann, pietra miliare dell’estetica neoclassica, nelle sue opere ed inserisce aspetti e particolari di gusto tipicamente neoclassico. Non dobbiamo dimenticare il viaggio in Italia che impegnò Goethe fra il 1786 e il 1788: la conoscenza dei siti archeologici classici fu rilevante nella sua formazione culturale. Accanto a tutto ciò sta la poetica romantica di cui si fa seguace e portavoce aderendo inizialmente alla corrente dello “Sturm und Drang”: eppure questa voce è mediata e mescolata al neoclassicismo conosciuto ed in parte apprezzato. Se neoclassici e romantici si erano scontrati in una battaglia culturale accesa (basti pensare alle dure parole di Alfieri contro i “gelati filosofisti” illuministi e razionali), in Goethe leggiamo la mirabile sintesi degli elementi più fecondi dell’una e dell’altra tesi: nobile semplicità e quieta grandezza convivono al sentimento e allo struggimento dei personaggi.

monumento a Goethe e Schiller

La storia vuole che questo lied fosse scritto sul muro di una cascina il 6 settembre 1780. Nel 1831 Goethe lo rilesse con commozione viva e, tra sé e sé, mormoro: “sì, attendi pure, presto riposerai anche tu!”. Ancora una volta ci incuriosisce la figura di questo poeta che, ormai ottantenne, seppe commuoversi attraverso le sue stesse parole: grazie a queste e grazie allo sforzo di una vita interamente devota all’arte, ereditiamo un macigno artistico che, ovunque scalfito, rivela la preziosità e la profondità del contenuto.

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