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In vino veritas: l’Opera del vino (parte I)

“Ora bisogna bere” esclamava Orazio (Odi, I, 37) allorché apprese della morte di Cleopatra, il “mostro fatale” che aveva tenuto col fiato sospeso mezza società romana. Dall’alba dei tempi il vino accompagna l’uomo nelle celebrazioni, nelle gioie e nelle sventure: di volta in volta si sa rivelare compagno di felicità, strumento di degrado fisico o motivo di biasimo. La tradizione letteraria ha inglobato i pregi e gli svantaggi dell’enologia e ci restituisce celebri pagine di musica e poesia nelle quali il vino fa la parte del vero protagonista. Perfino la Bibbia racconta di storie di ebbrezza: Noè, ignaro delle capacità del vino, se ne saziò fino alla perdita dei sensi (Genesi 9, 20-27) e vari dipinti famosi (di Michelangelo, di Bellini) ancora oggi narrano la sua vicenda.

Michelangelo, ebbrezza di Noè, Cappella Sistina

 

Mozart adopera il vino come curioso espediente per permettere al suo personaggio Don Giovanni (1787) di adescare nuove fanciulle da porre nella “lista” delle vittime d’amore: l’aria Finch’ han dal vino (più nota come Aria dello Champagne) è divenuta particolarmente celebre tra i brani mozartiani. Don Giovanni esorta il fedele servitore Leporello a preparare una festa alla quale invitare giovani ragazze future prede della sua insaziabile brama. La tensione e la gioia prodotte dal nettare d’uva si riversano nelle note dell’aria che il critico musicale Hermann Abert ha definito “uno scatenato fenomeno naturale, una tempesta del sensuale impulso di vita”.

Gioachino Rossini recupera il tema del brindisi in diverse opere. Nella Gazza ladra (1817) il ritorno del giovane Giannetto è festeggiato dai genitori e dalla servitù con una incalzante apostrofe al vino: il padre Fabrizio inneggia “egli reca l’allegria, reca il nettare spumante, che mantiene nelle vene il vigor la sanità”. A questa celebrazione enologica si unisce il coro dei servitori che risponde “Viva Bacco e la cantina, medicina d’ogni età”. Undici anni più tardi, con Il conte d’Ory, Rossini riprende il tema del vino e lo mette in bocca a Roberto, amico del conte. Nella prima scena, in occasione del passaggio del conte travestito da eremita, Roberto dialoga con il coro di contadini invitandoli a deporre “grossi fiaschi di vin vecchio al buon fratel, chè un presente egli è del ciel”.

Di nuovo nel secondo atto, scena sesta, Roberto indugia sul vino con il coro al ritmo dei versi “beviam beviam senza confin, fino al mattin! Ci lasciò del buon vin il signor castellan”. L’attività operistica di Rossini si arresta volutamente nel 1829: ipocondriaco e preda di vizi dell’età si ritira nella villa di Passy dove continua a comporre musica privatamente fino alla morte. Nelle Soirèes musicales (serate musicali) del 1835 compare una arietta intitolata L’orgia e dedicata ai piaceri del vino e della compagnia femminile: il cantante esordisce con i versi “Amiamo, cantiamo le donne e i liquor” e poi ancora “Se Amore ho nel core, ho il vin nella testa, che gioia che festa, che amabile ardor. Amando, scherzando, trincando liquor, m’avvampo, mi scampo da noie e dolor”. In questi versi compare il seme di una riflessione che solo più tardi giungerà a pieno compimento, con Verdi: il vino diventa l’antidoto da noie e dolori della vita e, dunque., nel vino va cercata la felicità che gli affanni esistenziali tanto minacciano. Non fosse che, poi, il finale è comunque spesso tragico.

Gaetano Donizetti recupera il tema del vino nella Lucrezia Borgia del 1833 quando fa cantare a Maffio Orsini le seguenti parole “ Il segreto per esser felici, so per prova, e l’insegno agli amici: sia sereno, sia nubilo il cielo, ogni tempo, sia caldo, sia gelo, scherzo e bevo, e derido gl’insani che si dàn del futuro pensier”. Come in Rossini, anche qui si ricorre al vino per risparmiarsi l’affanno del proprio futuro. Il coro che interagisce con l’Orsini non esita a raccogliere questa massima morale e a farla propria: nella risposta leggiamo “Non curiamo l’incerto domani, Se quest’oggi n’è dato a goder”.

Il vino come festeggiamento, il brindisi come rifugio dall’affanno della vita e dalla progettazione di un futuro incerto: tematiche particolarmente attuali in una società odierna che non sa vivere i momenti importanti senza almeno una bottiglia di nettare d’uva. L’opera, che non è altro che espressione di una società che l’ha prodotta, recupera questo tema. Con Mozart, Rossini e Donizetti esso viene ben abbozzato. Tuttavia per il trionfo del brindisi occorrerà aspettare un altro compositore ed un’altra opera: lui è Giuseppe Verdi e lei è la Traviata. Tutto questo (e ben altro) al prossimo numero.

 

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