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In vino veritas: l’Opera del vino (parte II)

Il fortunato ruolo del vino nell’Opera era già stato sancito chiaramente con Rossini: come abbiamo visto nello scorso articolo, nelle opere rossiniane emerge tanto la gioia del brindisi in compagnia quanto la possibilità di affogare con il vino i cattivi pensieri dell’anima umana sul proprio presente e futuro. Analogamente Donizetti faceva suoi questi temi nella Lucrezia Borgia: ancora brindisi e ancora vino per rivolgere lo sguardo della mente lontano dal “pensier del futuro”.

Nelle sue opere Giuseppe Verdi matura la dimensione del brindisi gradualmente: i germi della riflessione sul vino che ritrovavamo in Donizetti e Rossini vengono ora, seppur progressivamente, portati ad una raffinatezza esistenziale particolarissima la quale, combinandosi a melodie celeberrime, ha contribuito a rendere Verdi il compositore “nazional-popolare” per antonomasia. Le sue musiche sono diventate un tassello irrinunciabile e prezioso della letteratura musicale italiana.

Con Ernani (1844) il maestro di Busseto conosceva per la prima volta al mondo letterario di Victor Hugo grazie attraverso la mediazione del librettista Francesco Maria Piave. Con una scelta che contrassegnerà anche il Verdi più adulto, il maestro inserisce subito a seguito dell’introduzione il primo coro intitolato “Allegri! Beviam!” eseguito dai banditi che affiancano Ernani (Don Giovanni d’Aragona) nella sua rivolta contro il potere di re Carlo. La vita dei briganti è dura e difficile, povera di quei piaceri dei quali gode chi vive in maniera più tranquilla: per questo motivo i briganti cercano la felicità nel vino cantando “nel vino cerchiamo almeno un piacer” ed ancora “che resta al bandito da tutti sfuggito se manca il bicchier?”. Se questi sono i versi di apertura dell’opera intera, pare risultar chiaro che il ruolo del vino assume ora una importanza ben maggiore del semplice brindisi: è lo strumento di di-vertimento per volgere gli occhi altrove e non pensare alla vita. E tutto questo è esplicitamente dichiarato fin da subito, non è celato nell’allegria festaiola.

La subdola malizia di Lady Macbeth, nell’omonima opera del 1847, sa sfruttare il brindisi per nascondere il delitto di Banco che lei stessa ha fortemente voluto incitando il marito: ella è convinta che nel vino si dimenticheranno gli orrori compiuti sul cadavere dell’amico assassinato. Per questo motivo a tavola inneggia “Si colmi il calice di vino eletto, nasca il diletto, muoia il dolor”. Quando essa arriva ad esclamare “Gustiamo il balsamo d’ogni ferita che nuova vita ridona al cor” il lettore non può fare a meno di pensare alle ferite di Banco ed al cadavere di questo che, pur morto, tornerà ben presto a perseguitare il suo assassino mentre Lady Macbeth morirà pazza e sopraffatta dal rimorso. Nelle parole della signora di Scozia dunque emerge la doppia verità: quella da gridare a tavola e quella da nascondere con cura.

La piena maturazione della tematica che stiamo affrontando ritengo si abbia solo con la Traviata (1853) nella quale il Brindisi, posto all’ingresso dell’opera, messo in bocca tanto al coro quanto ai solisti, assume una valenza importantissima nell’interpretazione dei personaggi e ci fornisce preziose indicazioni di carattere morale. Libiamo ne’lieti calici è un brindisi in tempo di valzer destinato a riscuotere successo immenso nel pubblico ancora oggi. La descrizione del piacere e della letizia si fondono alla storia d’amore di Violetta e Alfredo in un botta e risposta davanti ai “calici pieni”. La prima strofa marca la fuggevolezza del tempo: “Libiamo ne’ lieti calici che la bellezza infiora / e la fuggevol ora s’inebria a voluttà”. La seconda strofa, riservata a Violetta, fa emergere ancora più chiaramente (forse con una allusione al precario stato di salute di lei) l’importanza del piacere e della gioia per fuggire gli affanni del mondo: “Tra voi saprò dividere il tempo mio giocondo; tutto è follia follia nel mondo ciò che non è piacer”. Sempre in questa strofa Violetta sancisce la sua visione sull’amore e sulle pene che questo porta con due semplici versi “Godiam, fugace e rapido è il gaudio dell’amore”. Brindisi, amore, tempo che fugge: tutto è mescolato nel brindisi più famoso della storia della musica. La stessa melodia si svolge in un crescendo continuo di intensità che si conclude con il canto corale, amplificatore di una vorticosa sensazione d’animo provocata dalle bollicine di “Sciampagna” che salgono alla testa.

la Traviata, scena del Brindisi

 

Nuovo ruolo viene concesso al vino nell’Otello (1887) di un Verdi ormai anziano che ingegna una musica nuova, moderna, sul libretto di Arrigo Boito. È Iago a cantare il vino nel primo atto: per la prima volta il questo non deve far dimenticare i pensieri quanto piuttosto “avvampare” l’animo di Iago stesso. Nel brindisi “Innaffia l’ugola” egli duetta con il coro descrivendo questo ruolo del vino: “Il mondo palpita quand’io son brillo! Sfido l’ironico nume e il destin”. La funzione eccitativa del vino, pur essendo conosciuta fin dall’antichità, viene qui esaltata come strumento di azioni eccezionali.

L’ultima tappa del nostro viaggio sul vino tocca Pietro Mascagni e la sua Cavalleria Rusticana (1890), opera tratta dall’omonima novella di Giovanni Verga. La scena del brindisi, ora quasi alla fine dell’unico atto, è guidata da Turiddu il quale vuol festeggiare nella piazza, appena conclusa la solenne messa pasquale. I versi di Turiddu ripescano diversi elementi della tradizione che lo precede: il vino come antidoto alla tristezza, la partecipazione dell’amante nella gioia dell’ebrezza, la forza “spumeggiante” del nettare d’uva. Benché il contesto verista, in cui è tratta la scena, ci allontani dai salotti della Traviata, tuttavia la dinamica della felicità e della festa con brindisi vuole essere la stessa. E credo che lo stesso autore si impegni a renderla tale per studiare come il vino agisca ugualmente sull’uomo, sia esso marchese o contadino. I versi di Turiddu ci possono accompagnare nella chiusura dell’articolo: rappresentino l’approdo ottocentesco, la massima sintesi di un percorso che evolve il ruolo del vino e ne fa un degno e autorevole protagonista della scena operistica italiana.

Viva il vino spumeggiante

Nel bicchiere scintillante,

Come il riso dell’amante

Mite infonde il giubilo!

Viva il vino ch’è sincero

Che ci allieta ogni pensiero,

E che annega l’umor nero,

Nell’ebbrezza tenera.

 

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