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Io e Te sulla Nave dal fondo di vetro (parte prima)

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Robert e Ashley si erano imbarcati in quell’avventura per riequilibrare la loro relazione in crisi. L’amore era finito. I soldi non c’erano mai stati. L’abitudine però era così morbida e rassicurante: non si sarebbero lasciati, non adesso, non ancora. Era una serata come tante. Silenzio. Imbarazzo. Il rintocco di un vecchio e pesante pendolo. Il tintinnare delle posate sui piatti. Suonasse il telefono, il citofono, qualsiasi cosa! Niente. Pensieri nella mente di lei, domande nella mente di lui. Poi una frase perentoria, pronunciata con una convinzione innaturale: “Domani ci svegliamo prestissimo e ci andiamo” aveva detto Robert finendo di sgranocchiare la sua bruschetta. Malinconica. Il resto della serata si era svolto nell’immancabile, solito, solido silenzio, intervallato da qualche patetico discorso infarcito di luoghi comuni. La TV li aveva salvati spesso dall’imbarazzo di non sapere più cosa dirsi, ma erano entrambi abbastanza intelligenti da capire questa cosa e da rendersi conto di quanto fossero violenti e ignoranti i programmi televisivi. “Sembrano creati apposta per impedirci di pensare” disse Ashley e il marito sentì che quella era una delle poche cose su cui ancora fossero veramente d’accordo. Ashley si ritirò in camera con un forte mal di testa e Robert rimase solo nel suo studio a fumare il sigaro. Neanche gli piaceva il sapore, ma almeno gli dava l’impressione di tenersi in attività. “Non so che fare quindi fumo. Non fa una grinza. La musica classica a volume appropriato a quest’ora è improponibile, rischio che Ashley si svegli e mi tenga un’ora a parlare di come ancora non sia riuscita a insegnarmi il rispetto reciproco. È buffa quando cerca di insegnarmi cose che già so. Ad esempio so che se tiro ancora una boccata da questo sigaro potrei vomitare sul tappeto. E poi chi la sente”. Robert decise che era meglio andare a dormire anche lui e appena fu in posizione orizzontale prese sonno, immaginando quale sarebbe potuto essere l’aspetto dell’agente di viaggi che avrebbero incontrato l’indomani: una persona apparentemente insignificante nella vita del cittadino comune ma alla quale la coppia stava, inconsciamente, affidando il proprio futuro.

L’agenzia turistica alla quale si rivolsero l’indomani non li aveva impressionati favorevolmente. Già vista da fuori sembrava stramba come Ashley quando il marito l’aveva conosciuta: vestita in modo stravagante e totalmente ignara della moda del momento, con degli enormi occhialoni colorati e i capelli sciolti, sensibili al movimento dell’aria. Più che un’agenzia di viaggi sembrava il tendone di un circo. Forse si trattava della stessa Ashley vista da un’altra dimensione: dalla dimensione in cui tutti gli individui sono tendoni del circo e si scambiano complimenti su come sono puntati al suolo, su quanto siano ampi e stabili, divertenti, tristi, violenti, metaforici e pieni di sterco di elefante. Se li immaginava all’incirca così gli alieni Robert: se li immaginava come dei tendoni da circo. Pieni. Robert aveva qualche problema a distinguere la realtà dalla fantasia. Robert era un giovane vagamente depresso. Forse pazzo. Forse semplicemente infelice. “In che modo posso aiutarvi?” disse l’agente di viaggi, al quale finalmente il giovane potè associare un volto. L’ometto grassoccio mordicchiava una matita e gesticolava in continuazione, poi metteva la matita dietro l’orecchio, incrociava gli indici con espressione seria e stava un po’ in silenzio, per lasciare alla coppia il tempo di considerare la proposta. Oppure di fare una domanda. Avevano trascorso almeno mezzora in quella situazione tragicomica, in bilico, chiusi nei propri inaccessibili pensieri, mentre l’ometto cercava di atteggiarsi a professionista. Si rendeva conto anche lui di essere abbastanza ridicolo, con la sua camiciona a strisce blu e marroni di tre taglie più grande, il cartellino che penzolava dal collo con annessa una delle peggiori fotografie che avrebbe potuto scegliere e una sudorazione ai limiti del descrivibile. “Ci sarebbe questa fantastica crociera sulla nave dal fondo di vetro” aveva detto con soddisfazione. “Potrete andarvene in giro per due settimane sulla superficie dell’oceano e osservare le meraviglie del fondale grazie alla potentissima lente montata sul fondo della piccola nave! Un’esperienza indimenticabile e molto romantica, che vale la pena di provare almeno una volta nella vita”. Parlava come un foglio stampato. Robert lo ringraziò con espressione di circostanza e gli disse che lui e sua moglie avrebbero tenuto in considerazione la sua offerta. Pensavano tuttavia di tornare il giorno seguente per cercare un agente di viaggi meno impacciato ma, quando chiesero informazioni a una coppia che aspettava il proprio turno nell’ufficio informazioni adiacente, fu detto loro che quello era probabilmente l’unico impiegato dell’agenzia. Anzi era pure il direttore e l’addetto alle vendite. Forse non aveva neanche la licenza di venditore. Ma da quando aveva aperto l’agenzia? Una piccola coltre di nebbia aveva istantaneamente avvolto le menti dei due conviventi. E pure all’esterno si era alzata la foschia. Ashley la intravedeva dalla finestrella sul retro della stanzetta. Coincidenze? Non che avesse poi grande importanza, non si sarebbero di certo fatti altri chilometri di strada per cercarne una migliore: a loro interessava solo estraniarsi per due settimane dalla routine che li stava logorando. Sempre che fosse la routine la causa di tutto.

Accettarono infine l’idea della crociera con allegria simulata e presero un appuntamento per il giorno seguente nella zona portuale della città. Tornando a casa, istintivamente, per la prima volta dopo molto tempo, si erano presi per mano.

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