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Io e Te sulla Nave dal fondo di vetro (parte quarta)

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Ci sembrò di scorgere in lontananza i contorni di una fonte luminosa che cambiava continuamente colore: in qualsiasi direzione rivolgessimo lo sguardo la realtà si deformava in onde di particelle. Erano onde o particelle che si muovevano come un’onda? Neanche la maggiore consapevolezza che sentivamo di raggiungere progressivamente poteva allontanare questo dubbio. “Come so tutte queste cose Ashley? Svegliati stronza! Possibile che non ti ricordi niente?” Ancora una volta dalla mia bocca non erano usciti suoni, solo pensieri evanescenti, ma mia moglie si era destata e mi fissava con sguardo obliquo, incerta se rispondermi o continuare a vagare con la mente. Ashley prima di partire si era curiosamente interessata alle riviste di divulgazione scientifica che trattavano la fisica quantistica. Io ero sempre stato un individuo pratico: “Tutte cazzate per sognatori” pensavo, mentre la guardavo assorta nella lettura. Ed ora mi trovavo insieme a lei, a milioni di chilometri da casa, immerso in una di quelle cazzate. Certo l’idea del viaggio sulla nave dal fondo di vetro poteva sembrare bizzarra, ma era tutto ciò che ero disposto a concederle, senza capire che inconsciamente volevo spingermi nelle profondità dell’oceano per distaccarmi da quella vita monotona e fatta di stereotipi di superficie che conducevo. I miei colleghi, nella mia vita quotidiana che ormai sembrava solo un pallido ricordo, vedevano i loro monitor e i mucchi di fogli da smistare che si accumulavano sulle loro scrivanie come fossero una cosa normale. Io me li immaginavo con le teste di pesci, e avevo smesso di ascoltare i loro discorsi perché erano tutti uguali. Senza rendermene conto stavo modificando la realtà perché non mi piaceva. Meglio dei mostri afoni e bizzarri che si agitano sulle loro scrivanie di sabbia che vuoti esseri umani che parlano delle condizioni atmosferiche perché non hanno niente da dirsi. Il dottore però non la pensava così. Secondo lui ero esaurito, “vedevo i draghi” e avevo bisogno di una vacanza. Per Ashley era stato quasi naturale: si era semplicemente licenziata dal suo ruolo di ricercatrice perché era stanca di inseguire una scoperta che non arrivava mai. Al suo ritorno dal viaggio avrebbe ripreso a fare la restauratrice, come aveva fatto in gioventù: in quel ruolo non doveva pensare, solo rimediare all’azione del tempo sugli oggetti inanimati. I riconoscimenti e le responsabilità li avrebbe lasciati a qualcun altro.

Dentro di me sentivo affiorare frammenti di ricordi, o forse erano premonizioni del futuro imminente. Forse senza rendermene conto mi trovavo anch’io in uno stato di dormiveglia, e nei rari momenti di lucidità mia moglie cercava di comunicarmi tutta la sua inquietudine, mentre io mi limitavo a fissarla con sguardo ebete. Ma stava svanendo, qualunque cosa ci avessero fatto alla partenza io mi sentivo sempre più lucido e anche Ashley per pochi attimi sembrava rispondere alla mia espressione interrogativa. “Ce la faremo Ashley, mi senti Ashley? Resta sveglia per un minuto e ascoltami!” ma di colpo mi sentii come risucchiare in un vortice e al mio risveglio mia moglie mi fissava con aria preoccupata. “Finalmente ci sei Robert.. Non riuscivo a svegliarti”. Ero io che dormivo stavolta. Lei era completamente lucida da qualche ora ormai. “Adesso che possiamo comunicare dimmi, cosa intendi fare?” mi parlava con dolcezza. Era chiaro che ci volevamo ancora bene. La “vacanza” era servita. Peccato che probabilmente sarebbe stata l’ultima. “Per prima cosa friggiamo a dovere i circuiti di quel dannato burattino” dissi “e poi cerchiamo un modo per invertire la rotta. Sempre che sia possibile”.

Ma non c’era più tempo. La loro autonomia durò quanto bastava per arrivare vicino a un pianeta simile alla Terra, che attrasse la capsula spaziale con la sua possente forza di gravità. Precitiparono nell’oceano alieno. Videro migliaia di esseri inimmaginabili, si strinsero in un abbraccio commovente e piansero in silenzio, senza lacrime, soli in quel tempo caleidoscopico e dilatato all’infinito, mentre quell’attimo sembrava non finire mai. In un certo senso l’agenzia non li aveva fregati. La loro meta era veramente l’oceano, ma non quello terrestre: erano astronauti mandati in missione suicida per analizzare il primo pianeta simile alla Terra scoperto dall’uomo. Glielo aveva rivelato il maggiordomo mentre lo smontavano pezzo per pezzo alla ricerca di un indizio sulla provenienza dei materiali utilizzati per costruire la navetta spaziale. Tutta la loro vita precedente era un ricordo indotto, il loro stesso amore era finto, la loro vita insieme non era mai esistita, eppure, per quel tempo indefinibile si erano veramente, sinceramente, amati. L’agenzia, la nave, il lavoro di restauratrice, le sedute dallo psichiatra, tutti ricordi fasulli, una copertura per la missione segreta. Una missione che avrebbe aperto gli occhi dell’umanità sui misteri di un mondo alieno. L’avevano accettato consapevolmente ma non potevano ricordarselo: non era previsto il viaggio di ritorno.

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