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Io e Te sulla Nave dal fondo di vetro (parte seconda)

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Il giorno seguente ad aspettarli c’era nuovamente l’omino dai capelli unti (pochi per la verità) che li accolse raggiante in volto. “Ecco il mio orgoglio personale! Non abbiate esitazioni e ammirate la Nave dal fondo di vetro in tutto il suo splendore.” La coppia in realtà faticava a provare entusiasmo, per il semplice fatto che quella nave era probabilmente un pezzo avanzato da una mostra di antiquariato dell’anno precedente, o da un’asta fallimentare: avevano sentito parlare di una fiera navale nelle vicinanze, era pure durata parecchio, ma se n’erano gioiosamente disinteressati presi com’erano da preoccupazioni ben distanti dall’acquisto di una barca. La nave, che Robert non era neanche sicuro si potesse definire tale, era stata riverniciata di fresco e Ashley, che aveva un breve passato da restauratrice, gli aveva fatto notare che il lavoro non era stato neanche fatto troppo bene. Inoltre non sarebbero stati condotti per mare da un esperto marinaio, da un capitano d’esperienza pluriennale: nessun vecchio lupo di mare a bordo. Nessun essere umano, almeno. “Che cavolo è quel coso?” aveva detto Ashley senza rendersi conto di avere appena pronunciato una battuta da film di serie B. Una marionetta. La loro guida sarebbe stata una marionetta. Un androide per la precisione. Non ne avevano mai visto uno dal vivo, ma Robert pensò che li costruivano proprio bene negli ultimi tempi: sembrava vivo, con quel suo sorrisetto stampato in faccia e la sua vocetta metallica. Ashley per un attimo fu colta da brividi e disse che non aveva intenzione di andare per mare senza una guida esperta. A quel punto il venditore fu lesto nel presentare loro le incredibili qualità del proprio conducente meccanico, progettato nelle migliori fabbriche della provincia e programmato da un grande mago dei computer ormai in pensione. Chi era costui? Non se ne ricordava il nome. Probabile che non fosse mai esistito. Robert era dubbioso ma allo stesso tempo attratto da quella prospettiva bizzarra. In fondo chi poteva resistere a quel sorrisone finto e imperlato di sudore, a quella grottesca fotografia sul petto e soprattutto a una caricatura di agenzia che offriva loro una crociera di due settimane su una nave dal fondo di vetro dalla dubbia solidità e con una marionetta come pilota? Probabilmente chiunque avrebbe rifiutato quell’assurda proposta. Loro no. Robert e Ashley avevano accettato: il prezzo era talmente basso da destare più di un sospetto e quella marionetta aveva un che di umano. Un che di fastidioso, a tratti ripugnante: era così naturale nei movimenti e nei gesti che se non avessero udito lo scricchiolio delle sue giunture meccaniche probabilmente si sarebbero convinti che si trattava di un uomo in carne ed ossa dalle dimensioni minuscole e dalla faccia molto ben levigata. Il venditore li presentò e la marionetta con un piccolo inchino disse che potevano chiamarlo Il Maggiordomo. “Bel nome del cazzo” pensò Robert. Ma non ne fece parola con Ashley e si tenne quel pensiero per sè. Firmarono il contratto e tornarono a casa per prepararsi all’avventura. Non l’avevano detto agli amici, non l’avevano ancora nemmeno metabolizzato, ma stavano per scollegarsi dal mondo civile per due settimane. L’ostilità fra Robert e la moglie era ai minimi storici. Ma una gran confusione si era impadronita di loro.

Una notte di buio totale. Nessun ricordo di quella notte. Uno spaventoso vuoto mentale. Il Sole sembrava non dovesse sorgere mai. Poi invece era sorto, ma non illuminava. C’era solo il buio nelle menti dei due giovani. I bagagli erano pronti dal giorno prima, il breve percorso dalla loro abitazione al porto si era consumato nel silenzio e nell’impossibilità di formulare un pensiero coerente, la foschia avvolgeva un paesaggio inesistente mentre scendevano dall’auto e salivano sulla Nave. No, questo era un falso ricordo: immaginavano di essere in qualche modo usciti di casa e di essersi imbarcati ma non riuscivano a inquadrare la situazione in modo razionale. A Robert venne in mente una parola per descrivere il proprio stato mentale: totalbuio. Ashley era nelle sue stesse condizioni, ma non voleva ammettere di averci fondamentalmente ripensato: era molto felice dell’apparente armonia ritrovata con il marito, quindi scelse di far finta di niente. Lo stesso fece Robert. Si sentivano la testa leggera. Si sentivano a bordo di una specie di sottomarino. Finsero di essere felici e di provare un senso di libertà, ma era solo una reazione all’evidente claustrofobia che si stava lentamente impossessando di loro.

Erano partiti da diverse ore ormai, ma il tempo sembrava procedere più lentamente che sulla terraferma. Anzi era come se stesse rallentando: il campo magnetico della Nave rendeva inutilizzabili gli orologi digitali e l’unico modo per misurare il tempo era il titanico orologio a lancette che si imponeva alla vista sulla parete principale della sala d’ingresso. La piccola nave era completamente automatizzata e dotata di un periscopio con faro, capace di scandagliare il fondale nel dettaglio. La gestione di questa piccola meraviglia tecnologica era completamente affidata al Maggiordomo, la marionetta autosufficiente che si occupava di rendere piacevole il soggiorno degli ospiti della nave. Appena dopo la partenza egli aveva dedicato una giornata intera a spiegare loro come usufruire della saletta interna, detta Sala dell’Osservatorio, poi era sparito. Passavano la maggior parte del tempo nella sala dell’osservatorio, almeno i primi giorni, legati ad un’imbragatura che permetteva loro di visualizzare il fondale appesi in posizione semi-sdraiata, penzolando da un supporto metallico, grazie al quale potevano muoversi a piacimento lungo l’intero raggio della stanza circolare. Passarono circa due giorni prima che iniziassero a notare delle forme strane sul fondale. “Che cosa ti sembrano quelli, Robert?” aveva esclamato Ashley con un filo di preoccupazione mista a meraviglia. “A me sembra solo un mucchio di sassi galleggianti” le rispondeva distratto, ma nello stesso tempo si chiedeva come potesse essersi formato un gruppo uniforme di massi giganti in sospensione a una profondità approssimativa di seicento metri. Il sistema di specchi montato sul fondo della nave poteva descrivere, con un minimo margine di errore, ogni essere animato e ogni oggetto che si trovasse nel suo raggio d’azione. Si potevano scorgere gigantesche meduse dal cappello trasparente e spettacolare, pesci oblunghi ed elettrici, creature indefinibili con cinque estremità dotate di ventose e tutte sembravano circondare questa fascia di detriti subacquei. “Non possono esistere” continuava a ripetersi Robert. Sentiva il rumore metallico dei passi del Maggiordomo sul ponte e pensava che per qualche misterioso motivo non eravano mai saliti in coperta. Si era sempre occupato lui di tutto. Niente aria di mare, niente tramonti infuocati, nessun orizzonte da scrutare, sempre e solo il fondale davanti a loro. Una stanza inclinata dalla quale si poteva solo guardare verso il basso. Ecco in cosa consisteva la crociera sulla Nave dal fondo di vetro. E poi c’erano quei massi irreali che galleggiavano sospesi nell’acqua. Non era acqua. Non erano sassi. Non era un fondale. Era qualcos’altro.

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