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Io e Te sulla Nave dal fondo di vetro (parte terza)

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Nettuno era lì, con i suoi archi interrotti, saggio come un dio solitario, e ci ipnotizzava con il suo blu intenso. Fasci di pulviscolo spaziale sferzavano la superficie della capsula. Era curioso percepire quel ticchettio quasi familiare, mentre da fuori il silenzio assoluto rendeva l’immagine un surreale dipinto in movimento. Ashley ostentava sicurezza, ma nel suo sguardo potevo cogliere tutta la fragilità del suo carattere, perennemente in bilico fra la lucidità e lo straniamento. “Ce la faremo, Ashley” le dicevo senza convinzione, mentre cercavo di sabotare i circuiti del pannello di comando sotto lo sguardo privo di espressione del Maggiordomo. Avevamo messo fuori combattimento la marionetta, ma sapevamo che la sua batteria aveva una durata di cinquemila anni ed era solo questione di tempo prima che cercasse di riprendere il controllo della capsula. La velocità alla quale viaggiavamo aumentava in modo costante e ben presto l’indicatore ci informò che stavamo procedendo venti volte più veloci di un proiettile. “Fra un po’ riprendiamo il Voyager” pensai, con un residuo di sarcasmo. Presto avremmo lasciato il sistema solare per avventurarci nello spazio esterno. Stavamo lentamente perdendo la percezione del tempo, mentre la temperatura scendeva sempre di più, tanto che l’esterno della capsula doveva essersi completamente ghiacciato. “Proprio un bello scherzo” ripetevo tra me e me, ricordandomi dello strano personaggio dell’agenzia di viaggi che io ed Ashley avevamo contattato per quella vacanza stravagante.

Quanto tempo era passato? E perché avevamo accettato di lanciarci in una folle crociera sull’oceano senza la minima preparazione? I miei ricordi erano confusi. E neanche troppo felici. Era necessario per me ricostruire nei minimi dettagli tutto ciò che riuscivo a ricordare. Ma non ci riuscivo. Ashley si era appena addormentata. Mi balenava nella mente a tratti, come una sequenza di diapositive in bianco e nero, il suo forte desiderio di andarsene nelle ultime settimane prima della partenza: era ingenuamente convinta che dopo anni di convivenza quella della vacanza avventurosa fosse una buona idea per riavvicinarci, dopo gli inevitabili contrasti che erano sorti fra di noi, così simili eppure opposti nel carattere. Ma perché non avevo dato retta al mio istinto quando avevo letto quella stupida locandina? La pubblicità recava la scritta: “La nave con il fondo di vetro! Visita i mari tropicali con uno sguardo diretto sul fondale”. La soluzione perfetta per appagare il nostro spirito voyeuristico: avremmo potuto viaggiare senza alcuna fatica per l’oceano sconfinato seguendo branchi di pesci, colonie di alghe coloratissime ed esseri così strani da sembrare alieni. Ma non sono poi così sicuro che si trattasse di una locandina. Probabilmente avremmo incontrato per davvero gli alieni. A condizione di riacquistare la lucidità perduta probabilmente nel momento stesso in cui avevamo firmato il contratto con lo strano individuo. Ricordo piuttosto vagamente un ometto grassoccio, poi tutto si fa buio. Ho un flash della prima volta in cui avevo visto quella che credevo fosse un’imbarcazione. Pitturata di fresco. Oppure no, forse si trattava semplicemente di un ricordo indotto che voleva coprire qualcos’altro. “Che cos’è un ricordo indotto, Robert?” di colpo Ashley mi aveva spaventato con questa sua frase che mi appariva sconnessa eppure perfettamente razionale. “Dormi Ashley, cerca di sognare il più possibile. Cerca di emergere dalle profondità dell’abisso in cui sei sprofondata”. “Non si può emergere da un abisso quando ci si trova a migliaia di chilometri nel cielo, Robert. C’è una crepa nel cielo, la vedi?”. Rideva da sola, mi faceva tremare la sua espressione pallida e assorta, ma completamente assente. Eppure probabilmente mi ero immaginato tutta la conversazione mentre io stesso passavo le ore in dormiveglia contemplando la bellezza di mia moglie.

Era il settimo giorno di viaggio, metà della “vacanza” era trascorsa e ci eravamo resi definitivamente conto di non essere affatto sospesi fra la superficie e le profondità dell’oceano. Ci trovavamo piuttosto a galleggiare nello spazio, all’altezza derlla striscia di asteroidi che separa i pianeti interni del sistema solare dai giganti gassosi. Altro che massi galleggianti. Ma cosa ci avevano fatto respirare in quei giorni confusi? Le visioni relative alle forme di vita in sospensione dovevano essere state causate da una qualche sostanza vaporizzata nei condotti di ventilazione. Forse già il giorno in cui avevamo varcato la soglia di quella sgangherata agenzia ci eravamo condannati. Forse quell’ometto di cui ho un ricordo così distorto ci aveva drogati. Ero calmissimo e poi di colpo divenni furibondo: “Non ricordo niente Ashley! Perché non mi ricordo niente, perché mi hai convinto a seguirti in questa cazzata? Perché dormi in continuazione?” Non si svegliava perché in realtà non mi usciva alcun suono dalla bocca: era come se volessi urlare i miei pensieri ed essi si condensassero a mezz’aria per poi evaporare nel nulla, dopo essere sfuggiti al mio controllo. Oppure ero io quello addormentato e Ashley cercava di svegliarmi urlandomi in faccia, ma un muro invisibile ci separava, lo stesso muro che si era instaurato fra di noi quando ancora ci trovavamo sulla Terra e litigavamo per ogni cazzata. Potrà sembrare strano ma non riuscivo a chiedermi il perché di tutto ciò: che interesse poteva avere un’agenzia di viaggi a mandare nello spazio una coppia di giovani sposi senza particolari conoscenze in materia? E come facevamo a sopportare i disagi del viaggio spaziale senza una preparazione adeguata? Eppure non avevamo alcun problema. Ashley nel suo dormiveglia si svegliava di soprassalto gridando qualcosa a proposito degli esaminatori. Chi fossero non l’ho mai scoperto. “C’è una crepa nel cielo, Robert! Dobbiamo fare qualcosa per ripararla…” Vaneggiava. Ripeteva le cose. “Non c’è nessuna crepa Ashley, non siamo nel cielo ma ben oltre. Siamo prigionieri di una marionetta in una capsula spaziale lanciata a folle velocità verso l’ignoto”. A quel punto si era svegliata e mi aveva detto che se avessi pronunciato ancora una frase da film di serie zeta si sarebbe truccata da marionetta e mi avrebbe trattato con fare distaccato e indifferente. “Questa è la cara vecchia Ashley di cui mi sono innamorato” le dissi. Non aveva perso il senso dell’ironia perlomeno. Più il tempo passava e più le nostre menti sembravano paradossalmente schiarirsi. Come previsto il Maggiordomo aveva ripreso a funzionare dopo mezzora di inattività e avevo consigliato ad Ashley di comportarsi come se niente fosse. “Posso portarvi qualcosa da leggere, signori?” La sua voce gracchiante conteneva un che di umano, celato nelle sue profondità meccaniche. Visto da lontano sarebbe potuto essere scambiato per un bambino, ma guardandolo attentamente appariva più come un proporzionato mini-uomo dalle movenze metalliche. “No grazie, Maggiordomo” rispose Ashley. Fuori lo spazio appariva particolarmente luminoso nonostante ci allontanassimo sempre più dal Sole. Ci stavamo lentamente accorgendo che una volta usciti dal sistema solare lo spazio non è completamente vuoto, ma appare attraversato da una lieve sostanza chiara e trasparente, che riflette qualsiasi fonte luminosa anche a grandi distanze. Forse era proprio questa sostanza che aveva permesso agli astronomi del passato di vedere miliardi di stelle senza mai lasciare il pianeta Terra. La cosa strana era che attraversare quelle regioni sconosciute dello spazio pervase dalla misteriosa sostanza luminescente non provocava alcun attrito alla capsula spaziale, anzi continuavamo a viaggiare con accelerazione costante. Presto saremmo giunti in prossimità di una nuova stella. Lo spazio non è così grande come ci sembra dalle osservazioni terrestri, oppure lo è finchè ci si sposta nel sistema solare: quando ci si allontana le velocità di spostamento aumentano a livelli inimmaginabili e lo scorrere del tempo rallenta. Forse io ed Ashley stavamo viaggiando oltre il limite della velocità della luce. Le teorie scientifiche che ormai diamo per scontate valgono solo finchè siamo vicini al Sole: evidentemente anche le leggi fisiche sono un fatto relativo. Ce le siamo semplicemente inventate per spiegare il mondo. E quando dico ce le siamo inventate, è come se in qualche modo facessi parte anch’io di quegli scienziati. Anni di studi e di formule imparate a memoria riaffiorano nella mia mente, cadaveri sezionati, odore di formaldeide, mascherine isolanti, viaggi all’estero. Quando mai avrei potuto fare quelle cose? Ero solo un impiegato. Era il mio primo vero viaggio, o almeno così mi era sembrato. Ciò di cui ero sicuro era che quel viaggio stava vorticosamente avviandosi alla sua conclusione, così impensabile, così ovvia.

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