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J. Butler: Vite precarie

In un episodio de “I Griffin”, celebre serie di cartoni animati americana più volte censurata per i propri contenuti di denuncia politica e sociale, avviene un tragicomico scambio di battute fra Peter e il suo cane Brian davanti al luogo in cui un tempo sorgevano le Torri Gemelle:

Peter Griffin: Ground Zero. So this is were the first guy got AIDS.
Brian Griffin: Peter, this is the site of the 9/11 terrorist attacks.
Peter Griffin: Oh so Saddam Hussein did this?
Brian Griffin: No.
Peter Griffin: The Iraqi army?
Brian Griffin: No.
Peter Griffin: Some guys from Iraq?
Brian Griffin: No.
Peter Griffin: That one lady who visited Iraq that one time?
Brian Griffin: No, Peter Iraq had nothing to do with this, it was a bunch of Saudi Arabians, Lebanese, and Egyptians financed by a Saudi Arabian guy living in Afghanistan and sheltered by Pakistanis.
Peter Griffin: So you’re saying we need to invade Iran?

Ecco il pensiero dell’americano (e dell’occidentale) medio, almeno secondo gli stereotipi: una reazione violenta contro ignoti. Come afferma J. Butler nella prefazione di “Vite Precarie” l’essere esposti alla morte per il semplice capriccio altrui è un fattore che causa paura e angoscia. Quando si verifica un attentato come quello dell’ 11/09 all’interno di uno stato che ha nelle sue mani un enorme potere avvengono una serie di reazioni al lutto: la sovranità nazionale è stata sfidata e va sostenuta a tutti i costi per trovare rifugio e sicurezza nel proprio nazionalismo; si diffondono numerosi atti di censura e anti-intellettualismo verso chiunque cercasse anche solo di intendere le ragioni dell’attentato; la reazione violenta è ritenuta giusta e necessaria, pena l’accusa di essere complici dei terroristi e difensori di coloro che hanno diretto l’attacco; le manifestazioni pacifiste vengono stigmatizzate come fossero anacronistiche o nostalgiche.

Il terrorismo viene a identificarsi con la paura di un nemico comune, inafferrabile e non identificabile, che trae la propria forza dall’esposizione mediatica degli attentati, in un periodo storico in cui simultaneità e immediatezza contribuiscono al formarsi di quelle che B. Anderson ha chiamato Comunità immaginate: enormi gruppi di persone che non si conoscono personalmente e forse non si incontreranno mai e tuttavia si sentono unite dall’immagine mentale che hanno di comunità che deriva loro dalla condivisione di lingua, cultura, simboli, emblemi, territorio. Questa identificazione può portare a sacrificarsi per la patria, con l’intenzione di salvaguardare lo spirito del popolo, la sicurezza e la libertà, il tutto però a spese di migliaia di vite umane innocenti, da una parte e dall’altra, che si trasformano in numeri anonimi e vengono presto dimenticate.

Foucault nella sua antologia sulla Vita degli uomini infami definiva queste storie dimenticate indicandole come spazi vuoti, discontinuità, margini, contrapposti alla Storia globale, che da essi viene integrata e completata. Gli archivi del potere, che contengono ciò che viene tramandato e quindi ciò che il potere decide che possa essere conosciuto, abbondano di “storie di nessuno”, che in poche parole riassumono intere vite. Il problema degli atti di violenza in reazione al lutto, riguardanti in questo caso gli Stati Uniti contro il Terrorismo in generale, è che vanno a colpire una massa indistinta di persone, che non c’entrano niente con i responsabili degli attentati. Risulta però difficile da parte del paese offeso, che quindi reagisce “legittimamente” con la forza, riconoscere il valore delle vite altrui, perché ciò implicherebbe un’equivalenza morale fra le due culture e questo è inconcepibile per un paese che si professa detentore della verità e della giustizia; all’interno dello stato invece si verificano la sospensione delle libertà civili degli immigrati illegali e dei sospetti terroristi e il soffocamento del dissenso politico. La vulnerabilità primitiva è una caratteristica propria e intrinseca dell’uomo ed egli non può sfuggirle senza cessare di essere umano; da essa scaturiscono la paura e l’irrazionalità che determinano le violazioni dei diritti umani e costituzionali verso i prigionieri che non ricevono dunque alcuna tutela nell’ambito del diritto internazionale, non contano più come esseri umani, non sono “soggetti” in alcun senso legale o normativo.

J. Butler propone quindi l’utilizzo di un’etica non violenta, fondata sulla consapevolezza di come la vita umana possa istantaneamente finire: l’incapacità di elaborazione del lutto impedisce alle persone, e per conseguenza ai politici che le rappresentano, di sviluppare la capacità di opporsi alla violenza evitando di reagirle rispondendo con altra violenza. In caso contrario si rischierebbe di causare altri lutti, perpetuando un comportamento repressivo e punitivo simile a quello narrato da Sofocle nell’Antigone, in cui una donna si oppone al divieto del pubblico lutto per dare una degna sepoltura al fratello, e in questo modo va incontro all’ira del potere.

 J. Butler, Vite precarie. Contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo, Meltemi, 2004.

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