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La bellezza salverà il mondo: ma chi salverà la bellezza dal mondo?

Dunque, secondo Dostoevskij, la bellezza salverà il mondo! Mi chiedo cosa direbbe Dostoevskij se venisse posto davanti al dramma della ricerca della bellezza in questa società contemporanea. E se anche ciò fosse possibile, mi chiedo chi mai oggi potrebbe salvare essa stessa. La manifestazione più evidente della bellezza artistica sta vivendo un momento di arresto particolarmente preoccupante. Vorrei darvi conto di un fatto che riguarda proprio questo “congelamento” dell’arte.

Mi trovavo a partecipare alla prima (ed unica) esecuzione del Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, nella magnifica cornice del Teatro Sociale di Mantova. La musica era affidata all’Orchestra Filarmonica Italiana sotto la direzione del maestro Alessandro Arrigoni. È stato proprio il maestro a voltarsi verso il pubblico al termine dell’esecuzione per i ringraziamenti consueti al termine della stagione operistica che quest’anno ha messo in scena, oltre al Barbiere, Tosca, Nabucco, Madama Butterfly e Traviata. E le parole del maestro mi hanno fortemente impressionato: egli ha evidenziato il fatto che l’intera stagione dell’Orchestra è stata autogestita senza l’ausilio di alcun finanziamento pubblico o privato. A ciò il maestro ha aggiunto la speranza di poter riproporre negli anni a venire un cartellone “più nutrito”, magari al termine di questa crisi che strozza la cultura assieme alle famiglie.Se pensavate al teatro dell’opera come un bacino sterminato di fondi pubblici e privati, nonché di pubblico presente, eccovi il rovescio della medaglia: piccole realtà locali costrette ad autogestirsi e ad adeguare l’esibizione alle possibilità delle quali dispongono. Accanto a ciò segnalo una partecipazione del pubblico non particolarmente assidua: se ne vola per la società l’idea che il bel teatro sia quello dei grandi palcoscenici famosi mentre i più sottovalutano i piccoli centri culturali. Eppure è ben noto che il vino buono sta ANCHE nella botte piccola. La conclusione dello spettacolo mi ha incontrato con soddisfazione per i cantanti (alcuni davvero particolarmente bravi) e con amarezza per il teatro e l’arte in generale. Da un lato sembra che la cultura non attragga più universalmente ma solo se legata a nomi altisonanti e a fatti noti: al contrario, dovremmo avvicinarci a ciò che non conosciamo, che non abbiamo mai sentito, che potrebbe essere per noi una rivelazione. Dall’altro lato sembra che la cultura, e la musica operistica in particolare, non sia più luogo adatto per investire e per finanziare: a quanto pare dunque gli investitori non colgono margini di profitto da un cartellone di lirica! Non sono più i tempi dell’antica Grecia nei quali la tassazione per finanziare gli spettacoli teatrali era motivo di onore poiché aveva un nobilissimo fine. il Teatro Sociale di Mantova

Ciononostante, uscendo da teatro ero assolutamente convinto di un pensiero che, passando il tempo, si fa sempre più fisso e vivo. La crisi esiste ed ha portato gravi problemi alle persone. È necessaria una cura a questa crisi, è necessario rimediare ad essa strappando le erbacce e permettendo alle piante buone di respirare e di dar frutto. Ma non posso pensare che il rimedio per la crisi, per abbattere le piante cattive, sia spargere il sale sul campo: le erbacce, certo, morirebbero, ma con loro scomparirebbero anche le erbe buone. Il taglio di fondi alla cultura è motivato dalla mancanza di utilità e di profitto di essa. A tal punto di miopia, ignoranza e bestialità arriva chi afferma questo: se l’acqua è fonte di vita fisica, la cultura è il pane della vita vissuta, quella non biologica che richiede di essere alimentata con scienza e sapere, con ricerca e passione.

Che si taglino finanziamenti a porcherie mediatiche, ricettacolo di feccia musicale e sedicenti “artisti! Quello Stato che negli anni 60 educava il popolo attraverso i mezzi mediatici(radio, giornali, TV) torni a questo nobile compito: affidi a persone esperte l’organizzazione di un piano di educazione mediatica e di avvicinamento, coinvolgente ed affascinante, alla cultura in tutte le sue sfaccettature.

Non posso pensare che invecchierò  in un mondo di oche danzanti che insozzano la parola “femminilità”  e trogloditi sportivi che non parlano linguaggi umanamente comprensibili (fortunatamente non tutte/i). Non posso, non devo, non voglio!

il maestro Alessandro Arigoni

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