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La donna e l’aurora fra Tasso e Leoncavallo – I parte

Dal momento in cui l’uomo prese a fare poesia, l’uomo parlò d’amore e, poiché l’arte poetica è sempre stata una attività a maggioranza maschile, ci rimangono oggi grandi ritratti di donne amate. L’antico testamento, uno dei testi più antichi che possiamo leggere, contiene il Cantico dei Cantici, massima espressione di una unione spirituale unita ad un amore fra uomo e donna. Le grandi figure femminili dell’antichità sono sempre legate a vicende amorose, se non erotiche: Elena di Troia, la sacerdotessa Diotima, la maga Circe, la povera regina Didone. Al Medioevo dei romantici trovatori e dei cantori di gesta amorose si sono succeduti, nel Rinascimento, musici e letterati professionisti, al servizio dei signori, che combinavano la loro creatività con il diletto di dame e cortigiani.

Torquato Tasso fu al servizio della corte ferrarese dei duchi d’Este e proprio a Ferrara compose i suoi più grandi capolavori. Tutti lo ricordano soprattutto per il poema epico “Gerusalemme Liberata”, un opera che intreccia le storie dei crociati all’ideale cavalleresco e all’elogio del proprio signore. Ma vorrei lasciare in disparte la Gerusalemme, anche se solo per un momento, e puntare la luce su di un’altra opera, forse meno nota, ma degna della stessa attenzione: le Rime, una raccolta di componimenti poetici brevi, intrisi di musica e di sentimento. Per seguire il tema del titolo, cioè uno sguardo su donne ed aurora, ho scelto il madrigale 143 della raccolta e ne riporto qui i versi:

Ritratto di Torquato Tasso

Ecco mormorar l’onde

e tremolar le fronde

a l’aura mattutina e gli arboscelli,

e sovra i verdi rami i vaghi augelli

cantar soavemente

e rider l’oriente;

ecco già l’alba appare

e si specchia nel mare,

e rasserena il cielo

                                                                        e le campagne imperla il dolce gelo

                                                                           e gli alti monti indora.

                                                                       O bella e vaga Aurora,

                                                                       l’aura è tua messaggera, e tu de l’aura

                                                                      ch’ogni arso cor ristaura.

 Nei pochi versi del madrigale Tasso si sforza di creare un effetto speciale: tutta la natura deve sembrare in fermento nell’ora del risveglio della donna amata. Per realizzare questo obiettivo, nei primi sei versi dipinge una scena in movimento: le onde si muovono, i rami degli alberi tremano e gli uccelli cantano. Evidentemente Tasso esagera nella descrizione del fenomeno: è inverosimile che la natura abbia una scossa così forte per un motivo così strano (il risveglio di una persona); ma a lui non interessa tanto la verosimiglianza perché dietro a queste immagini naturali egli nasconde il proprio turbamento, la propria emozione in quel momento. La natura diventa l’esempio del sentimento del poeta nei confronti della donna: per questo si muove e si agita esattamente come una persona in carne ed ossa.

All’improvviso, però, Tasso cerca di rallentare il ritmo della poesia: ha dipinto una scena in movimento e forte dinamismo poco prima dell’aurora. Ma ora l’aurora sta sorgendo (vv-7-11): la natura ora pare indugiare e arrestarsi immobile, incantata alla vista dell’alba. I riflessi del sole sull’acqua ci suggeriscono l’idea di un mare piatto come uno specchio; il cielo si rasserena e il gelo, che potremmo raffigurare come una patina di brina, si stende sulla campagna e sui monti, cristallizzandoli.  Doveva essere tanto grande la passione del poeta per imamginare una scena così piena di vitalità: egli è creativo perchè vuole regalarle il massimo dell’attenzione (anche quella della natura) in un momento comune della giornata come il risveglio. Oggi capita di leggere sul giornale di uomini che hanno studiato effetti speciali per sorprendere la compagna e Tasso, con i mezzi che aveva a disposizione e che sapeva usare meglio (quelli della parola e del verso), vuole creare il proprio effetto speciale.

Dopo aver descritto il comportamento della natura, così viva e partecipe all’alba, finalmente Tasso parla della donna: il termine “aurora”, che prima descriveva il fenomeno naturale, ora rappresenta il nome della destinataria del madrigale. Tra l’aurora naturale e Aurora si instaura un doppio rapporto: l’una annuncia il risveglio dell’altra; l’altra è personificazione della prima. Tasso ha fatto come un musicista nel comporre una sonata: ha iniziato con un motivo allegro e vivace, rappresentazione della vivacità della natura; poi ha introdotto un motivo adagio, segno di una natura immobile in contemplazione; infine ha concluso con un nuovo motivo allegro, immagine e rappresentazione dell’alba.

Infine possiamo spendere alcune parole sul madrigale in sé. È una forma poetica tipicamente rinascimentale, caratteristica dell’ambiente curtense: il linguaggio è ricercato, ben studiato ed ancora oggi, tutto sommato, ci risulta facile leggerlo e comprenderlo. Possiamo associare Tasso ad un particolare uso del lirismo: egli prova forti sentimenti e cerca di combinarli con immagini efficaci ed un linguaggio raffinato (Guglielmino-Grosser “I classici“). La sua emozione si compone davanti a noi lettori come un dipinto di cui, ad ogni verso, dipingiamo un particolare: tutto lavora, con eccezionale armonia e nobiltà, alla celebrazione di una donna. L’associazione fra donna ed aurora è destinata ad avere successo nella letteratura e nella musica: è la buona espressione di un sentimento che supera gli argini della singola persona e si rivolge alla natura, sconvolgendola. Con Tasso la cogliamo adattata alla corte rinascimentale: nel prossimo articolo la ritroveremo in un contesto del tutto nuovo che deve fare i conti col passato e, allo stesso tempo, guardare al futuro.

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