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La poesia indonesiana di Chairil Anwar

A volte basta sapersi guardare accanto per scoprire cose prima non si conoscevano. A volte basta aprire un libro per restare colpiti dalla infinita bellezza e varietà che la creatività umana ha prodotto. Così mi è capitato nell’incontrare per caso un libretto di poesie tratte da autori vari della poesia indonesiana e malese. Sita al centro di una rete massimamente fitta di scambi economici e culturali fra i tre grandi centri della Cina, dell’India e dell’Impero Britannico in Australia, la letteratura malese ed indonesiana ha subito la fascinazione di tutte queste componenti le quali, chi prima e chi dopo, hanno lasciato un segno o fornito un orientamento stilistico.

Fu l’incontro con la cultura occidentale portata dai colonizzatori a costituire l’innesto più particolare: si trattò di una fusione di elementi sociali e culturali “nostri” con una tradizione religiosa e filosofica antichissima e magnifica. Sulla scorta dei nascenti nazionalismi europei di fine Ottocento, anche in Indonesia si sente il bisogno di dare una veste autorevole e degna alla cultura nazionale. La commissione governativa del Budi Utomo (1908) ebbe l’incarico di provvedere all’elevazione dell’istruzione e della cultura locale a Giava. Nel 1917 la commissione Balai Pustaka iniziò un’opera di “educazione e preparazione” dei funzionari statali contribuendo alla diffusione sempre maggiore della letteratura nella popolazione.

Busto di Chairil Anwar

Chairil Anwar è considerato uno dei maggiori poeti indonesiani del XX secolo. Nativo di Sumatra, ebbe certo una vita breve ma intensa, morendo a 27 anni nel 1949. Lo stile originalissimo dei suoi versi si rifletteva nella sua vita quotidiana: scrisse fin da giovane, venne rifiutato dalla cultura ufficiale, visse una vita disordinata. La sua poesia individualista è un continuo esperimento, anche disordinato, nella ricerca della migliore espressività possibile per contenuti mai banali, mai mediocri, sempre sentiti dentro. Nell’esperimento poetico seppe mostrare un vitalismo singolare che caratterizza i suoi versi. Vi riporto un brano da cui partire.

 

L’ultima volta tu venisti

portando un mazzo di fiori

rose rosse e gelsomini bianchi

sangue e purezza

Tu li spargesti davanti a me

con lo sguardo che affermava: per te

Allora restammo insieme perplessi

domandandoci l’un l’altra: che cos’è questo?

Amore? Entrambi non capivamo

L’intero giorno stemmo insieme. Senza avvicinarci

Ah! E’ il mio cuore che non vuole darsi

Va all’inferno dilaniata desolazione

La poesia, intitolata Invano, è datata a febbraio 1943. Si parla di una relazione che viene dipinta nella sua indecidibilità di fondo. Tale indecidibilità si manifesta nell’incoscienza di quale sentimento stringa insieme i due amanti l’intero giorno, senza però un contatto vero: l’amore è messo in dubbio dallo stesso autore che non pare essere convinto di questa relazione. I contrasti si giocano dall’inizio alla fine. All’inizio i fiori ci danno la vista del bianco, simbolo della purezza, accanto al rosso della passione e della carnalità: è la metafora delicata di una giovane donna che, guidata da un amorevole sentimento, si concede all’amato. L’analogia con Pascoli non parrà troppo strana: anche lui aveva usato l’immagine del gelsomino notturno per alludere all’incontro fra uomo e donna. Un’altra importante analogia all’Occidente riguarda la forma: noterete che manca la punteggiatura ed il verso è libero, lasciato completamente all’arbitrio della creatività del poeta.

Il secondo contrasto, celato e non esplicito ma pur sempre presente, è quello fra i due protagonisti nei versi centrali: lui sta davanti a lei e, guardandosi negli occhi, si scrutano a vicenda perplessi, alla ricerca di una risposta, di una motivazione che giustifichi quell’atto per il quale si sono incontrati. O forse incapaci entrambi di avere un contatto fisico e paralizzati da questo imbarazzo. La scelta di inserire dei punti di domanda allude esplicitamente alla situazione “interrogativa” dei due coinvolti, sommersi dal dubbio.

C’è poi la conclusione che rivela in un verso semplice e secco la conclusione della storia: i due hanno passato la giornata insieme ma senza avvicinarsi. Immaginiamo che tale avvicinamento stia al posto di un “allontanamento” progressivo che i due hanno meditato durante il loro silenzio. Del resto la conclusione della poesia suona chiara: il cuore del poeta non è disposto ad una storia che non lo coinvolga seriamente. Detto questo, non c’è più motivo di stare vicini. Se prima nelle teste dei due prevaleva il dubbio e l’esitazione, ora questi hanno lasciato il posto alla desolazione. La desolazione del poeta è giustificata dal mancato “incontro” con la giovane: potremmo intenderla come desolazione per averla rifiutata? Desolazione per la propria solitudine? Credo che vi sia più di un modo di intenderla.

L’interrogativo è aperto e davvero attuale. Sono convinto che l’attualità e la quotidianità dei temi affrontati da Anwar sia stato uno degli elementi a contribuire all’importanza della sua attività di poeta. Del resto la poesia si regge sopra un incrocio terribile: l’incrocio fra contenuti e forma. Spesso si associano contenuti banali a forme eccessive, spesso invece accade il contrario. Ma riuscire a dare la forma giusta al contenuto giusto, con coraggio e con esperimento, con un verso carico di vita, di domande, di attività del pensiero, sia un pregio grande oltre ogni misura. Troppo spesso dell’Oriente estremo non abbiamo neppure una immagine nella testa: colpiti da quanta strada materiale ci separi da loro, dimentichiamo che sono anch’essi uomini e, come tali, vivono sentimenti e passioni analoghi ai nostri. Eppure credo che coprire tale somiglianza esistenziale potrebbe essere meravigliosamente disarmante!

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