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Le donne e l’aurora tra Tasso e Leoncavallo – II parte

Ci siamo lasciati, nello scorso articolo, all’ascolto delle parole di Torquato Tasso riguardo alla propria amata e al momento dell’aurora mattutina: ne avevamo carpito la creatività, la forte componente emotiva, che scuote tanto l’anima del poeta quanto la natura circostante, e il linguaggio ricercato e raffinato. Il rapporto fra donna ed aurora, come abbiamo già ricordato, era destinato ad avere fortuna nella storia della letteratura europea fino ai giorni nostri. Ora vorrei parlare della fortuna che questo rapporto ha avuto in tempi più vicini a noi, servendomi di due brani insoliti: l’aria “Ecco ridente in cielo” di Gioachino Rossini (dal Barbiere di Siviglia) e la romanza “Mattinata” di Ruggero Leoncavallo. Dico “insolite” perché né l’una né l’altra rientrano in quella che tradizionalmente è definita letteratura, appartenendo alla sfera della musica: cionondimeno, ritengo che i testi, che siano poesie, poemi o libretti in musica, possiedano sempre un messaggio. Quindi dimenticando per un attimo la musica andiamo alla ricerca del messaggio di questi due magnifici cavalli di battaglia della musica lirica italiana.

Le vicende dell’opera di Rossini, su libretto di Cesare Sterbini sono ormai leggendarie: presentata al Teatro Argentina di Roma il 20 febbraio 1816, ottenne alla prima un fiasco clamoroso che si trasformò poi in gloria duratura. A cantare l’aria in questione è il conte di Almaviva, protagonista della vicenda, al balcone della bella Rosina. Almaviva si serve dell’aurora che sta sorgendo per chiamare alla finestra l’amata: come potrebbe infatti dormire ancora quando fuori sorge il sole? A noi lettori (ed ora anche uditori e spettatori) risulta evidente il fine di questa esortazione: l’aurora è lo strumento per incontrarsi, per potersi vedere anche solo un momento e di sfuggita alla finestra. Il vero sentimento di Almaviva ci viene rivelato nella seconda strofa. Egli teme di non poterla vedere: arriva al punto di pregarla di comparire alla finestra e di donargli quel momento di gioia.

D’improvviso lei appare: immaginate come se si aprisse di scatto la finestra e il lamento del conte si trasformasse in gioia e meraviglia. Questo è il momento di massima emozione, di commozione e di ringraziamento: infatti le due strofe successive sono due apostrofi a Rosina. Nella prima lui ringrazia lei di avergli concesso pietà; nella seconda lui di nuovo sottolinea la dolcezza e l’intensità dell’ istante in cui si sono visti: il momento più bello, benché breve.

Rossini sfrutta queste sole quattro strofe per creare uno dei momento più magici e ben riusciti dell’opera intera: ha combinato un testo giusto con una musica giusta che pone acuti e abbellimenti accanto ad un ritmo lento e dolce, quasi una cantilena. Il lirismo che caratterizzava Tasso è pienamente rispettato benché (e sta qui la novità) l’esigenza non sia quella di corte, ma di creare un momento di forte impatto ed emozione nel pubblico. Ci sarà riuscito? A voi l’ardua sentenza.

Dal Barbiere a Leoncavallo passano appena ottantotto anni: nel 1904 esce sul mercato un vinile storico di Enrico Caruso che contiene la romanza “Mattinata”, composta ed eseguita a pianoforte da Leoncavallo stesso accanto al celeberrimo tenore. Chi ascoltasse per la prima volta questo brano nella versione originale, disponibile anche online, resterebbe colpito dalla incredibile gioiosità dell’accompagnamento a cui si aggiungono le parole in una combinazione perfettamente bilanciata. Di nuovo si cerca un paragone: l’aurora apre la strada al sole che sorge. Nel fare questo lei investe il paesaggio circostante, sfiorato soavemente come da “rosee dita” di donna. Mai la personificazione era stata così forte prima di questo momento. Anche l’amata porta la luce: se l’aurora accompagnava la luminosità del sole, la donna possiede luminosità propria che rischiara e riempie gli occhi del poeta/cantore. Leoncavallo parte dallo stesso punto in cui si era fermato Tasso: anche qui la presenza della donna ha una influenza enorme sulla natura (dove non sei la luce manca, dove tu sei nasce l’amor); ma allo stesso tempo la fusione fra donna ed aurora è portata al massimo della sensibilità: è lei stessa a diffondere luce, sostituendosi al sole ed illuminando il poeta.

Siamo partiti da un legame fra persona e natura di tipo gerarchico: in Tasso la natura subiva il riflesso della bellezza e dello splendore della donna. Tasso scrive nel Rinascimento e l’uomo era il cuore del pensiero umano e della raffigurazione artistica tanto che, non a caso, parliamo di “umanesimo”. Con Rossini abbiamo ascoltato il canto di un rapporto paritario fra donna e natura: vivono nello stesso momento e ciascuna influenza l’altra. Ma Rossini compone musica in un momento storico in cui è forte il sentimento romantico che vuole dare (o ri-dare) tanta importanza anche alla natura, compagna e coinquilina dell’uomo nel mondo. Infine abbiamo conosciuto la totale identificazione fra donna e natura con Ruggero Leoncavallo: ed è il momento del simbolismo e dell’estetismo dannunziano, che parla di fusioni con la natura (“la pioggia nel pineto”).

Quello tra donna, aurora e natura è un triangolo poeticissimo: ha dato ispirazione a grandi menti per comporre grandi cose. Eppure è una metafora che l’uomo compone ed usa spontaneamente quando più gli piace. Proprio qui sta il bello: l’hanno adoperata antichi e moderni poeti, ma ciò non toglie che anche noi oggi possiamo servircene come preferiamo.

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