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Recensione di “Storici italiani del Novecento”, di Giuseppe Galasso.

Recensione: Giuseppe Galasso, Storici italiani del Novecento, Il Mulino, Bologna, 2008.

Giuseppe Galasso, nato a Napoli nel 1929, ha insegnato presso gli atenei di Salerno, Cagliari e Napoli. Dal 2005 è professore emerito dell’Università Federico II di Napoli. Uomo politico, esponente alla Camera del Partito Repubblicano italiano, medievista, studioso dell’Età moderna, del Mezzogiorno, di Benedetto Croce e di Antonio Gramsci, durante la sua carriera ha riflettuto anche intorno alla ricerca storica stessa. La discussione metodologica e teoretica sullo studio della storia nel Novecento, infatti, è al centro di uno degli ambiti di ricerca di Galasso nel quale si colloca anche questo libro, che ne è solamente l’ultimo frutto. In questo volume, dunque, Galasso si concentra sulla storiografia italiana del XX secolo, o meglio, sui profili di dodici fra i massimi esponenti di questa storiografia nati fra l’ultimo quarto del XIX e gli anni Venti del XX secolo: Gioacchino Volpe, Luigi Salvatorelli, Federico Chabod, Walter Maturi, Delio Cantimori, Ernesto Sestan, Eugenio Garin, Rosario Romeo, Franco Venturi, Renzo De Felice, Gaetano Cozzi, Gabriele De Rosa. I contributi di quest’opera furono scritti fra gli anni Ottanta del XX secolo e i primi anni del secolo attuale in occasione di relazioni tenute a convegni riguardanti gli storici sopra menzionati. Ultimo frutto di questo ambito di ricerca, si diceva, dal momento che già altre sue pubblicazioni vertono sulla storiografia intesa come una scrittura della storia compiuta seguendo consapevolmente una precisa metodologia. Degno di nota è il volume Croce, Gramsci ed altri storici (il Saggiatore, Milano, 1969), che in un certo senso può dirsi complementare a Storici italiani del Novecento, nel quale affrontò, appunto, le due figure principali del palcoscenico storico del XX secolo. Successivamente pubblicò nel 1979 per Utet L’Italia come problema storiografico, e il più recente Nient’altro che storia. Saggi di teoria e metodologia della storia (Il Mulino, Bologna, 2000) in cui riflette, oltre che sull’utilizzo delle fonti storiche, sulla scrittura della storia e sulla sua funzione partendo dagli albori e giungendo all’epoca contemporanea, periodo in cui deve rapportarsi con le scienze sociali e con la filosofia.

A suo dire, l’attività degli storici italiani non è ancora stata considerata pienamente dalla comunità scientifica. Infatti, pur ritrovando scarsa eco internazionale (ma, lascia intendere, anche nazionale), la ricerca italiana ha conosciuto un buon numero di storici di alto livello fra cui i dodici di cui tratta il volume: una ricerca storica, quindi, non inferiore a nessun altra storiografia contemporanea. Tuttavia, riguardo all’interesse estero per la condizione italiana, a convalida della tesi dell’autore si può notare che quest’opera effettivamente ha visto solo una discreta diffusione in Europa, mentre fuori dal continente si trova solamente alla Library of Congress degli Stati Uniti. Il volume, sul Karlsruher Virtueller Katalog, è sì presente in alcuni Paesi europei, ma solamente in lingua italiana non essendo mai stato tradotto; bisogna tuttavia aggiungere che è un prodotto editoriale ancora relativamente recente.

LA  STORIOGRAFIA ITALIANA L’autore si interroga sui motivi della marginalità della storiografia italiana. La prima causa, anche se valida solamente per la seconda metà del secolo, è da imputare all’avanzata della lingua inglese come “lingua franca” accademica, a svantaggio delle altre lingue nazionali come l’italiano. Oltre a ciò, è da tener presente un generale scadimento della qualità delle università europee nei confronti degli atenei statunitensi dove si effettua una maggiore e migliore attività di ricerca. Tuttavia un’ulteriore causa dell’esclusione internazionale della storiografia italiana è da ricercarsi nel passato storico italiano. Galasso sostiene infatti che il Ventennio fascista abbia rappresentato un grave ostacolo alla circolazione della cultura italiana all’estero e di quella straniera nel nostro Paese. Per giunta, dopo la Seconda guerra mondiale, benché si fosse dinanzi a un notevole sviluppo delle imprese storiografiche (contatti con l’estero, evoluzione della storia locale, tematiche nuove come movimenti socialisti e cattolici, apertura alle scienze sociali), gli istituti culturali italiani non riuscirono a propagare efficacemente l’erudizione italiana anche a causa del marchio fascista che si portavano ancora appresso. Infine, Galasso sottolinea l’inadeguatezza degli istituti di ricerca italiani: i finanziamenti sempre minori e i fondi scarsi degli istituti privati sono infatti un evidente ostacolo per lo storico. Dunque l’autore intravede un’immeritata diffidenza e uno scarso senso di sicurezza nei confronti della professione storica in Italia, nonostante la narrazione storica susciti un vivace interesse nella società moderna: non sfugge, quindi, a Galasso l’attenzione della collettività per la public history, fenomeno tipico del XX secolo che, a suo parere, è in continua ascesa.

INFLUENZE E POLITICA Per ognuno dei dodici storici l’autore cerca di individuare il maestro che lo ha formato, spesso conosciuto nell’ambiente universitario nel quale ha studiato, la matrice ideologica che lo ha influenzato, le tematiche di ricerca affrontate, la militanza politica e, talvolta, gli avvenimenti che ne hanno condizionato l’attività. Inoltre viene messo in rilievo il rapporto con la filosofia, con le scienze sociali, con l’esperienza delle «Annales» e viene indagata la metodologia storiografica. Alcune caratteristiche comuni fra gli storici analizzati dall’autore sono chiaramente visibili. Galasso si sofferma sull’estensione delle tematiche di ricerca di ciascuno, sottolineando che gran parte di loro svolsero importanti studi sull’ epoca a loro contemporanea dopo aver dedicato parecchi anni alla storia meno recente. Così, se Gioacchino Volpe partì dai suoi iniziali studi sul Medioevo per giungere poi ad affermare che quella che sarebbe poi diventata l’Italia moderna «comincia visibilmente ad emergere dopo il Mille», altri storici videro l’origine della loro epoca da ricercarsi nella Restaurazione (Walter Maturi), nel Risorgimento (Rosario Romeo), nell’Illuminismo (che avrebbe fatto nascere l’interesse per la politica in Franco Venturi), nel cattolicesimo intransigente dell’Ottocento (Gabriele De Rosa), nel giacobinismo di fine Settecento che fu importante per Renzo De Felice per comprendere al meglio il “biennio rosso” nella sua biografia di Mussolini. Galasso lascia intendere che in questo si intravede la passione e l’amore per la Storia da parte dei soggetti trattati, i quali comprendono che l’inizio delle ideologie, dei pensieri, dei movimenti socio-politici e della società italiana sia da ricercare in un tempo distante. Un amore, quindi, per la Storia a tutto tondo che ha portato questi dodici a comprendere in maniera davvero completa l’ Italia come essa si presentava loro e, in alcuni casi, a partecipare attivamente alla politica nazionale. Non fu per niente un’eccezione, infatti, la militanza politica degli storici di cui Galasso tratta. Si trova l’ «affacciarsi alla finestra» per osservare il proprio tempo di Gioacchino Volpe, che così dicendo «edulcorò» il suo appoggio al regime fascista; l’adesione al Partito d’Azione prima e al Partito Repubblicano italiano poi di Luigi Salvatorelli; la Resistenza vissuta da Federico Chabod nella sua Valle d’Aosta nelle file del PdA e la sua successiva elezione a presidente della Regione; si nota l’iniziale adesione al fascismo repubblicano e anticlericale di Delio Cantimori, il quale, una volta terminato il conflitto mondiale, aderì al Pci e se ne distaccò dopo i fatti d’Ungheria, così come fece Renzo De Felice; l’espatrio in Francia di Franco Venturi negli anni Trenta in quanto antifascista; l’elezione a parlamentare europeo del Pri di Rosario Romeo e la presenza in Senato tra le file della Dc e poi del Ppi da parte di Gabriele De Rosa.

UNIVERSITA’ Tuttavia la loro principale attività restò quella della ricerca compiuta negli atenei (con l’eccezione di Salvatorelli che ne restò all’esterno) dove insegnarono. Il ruolo dell’università appare fondamentale non solamente per essere stato il supporto all’attività di ciascuno, ma anche per aver fatto nascere la passione per la storia durante gli studi e per l’incontro in occasione della stesura della tesi di laurea con colui che sarebbe talvolta divenuto il “maestro”. Così, per Chabod fu fondamentale la tesi su Machiavelli scritta con Gaetano Salvemini e la frequentazione di Meinecke nella Germania di Weimar dal quale avrebbe appreso ed “esportato” il metodo seminariale. Walter Maturi ebbe come guide invece Michelangelo Schipa e Giovanni Gentile, con i quali si laureò rispettivamente in Lettere e poi in Filosofia, mentre Delio Cantimori e Federico Chabod influenzarono Renzo De Felice. Però furono Benedetto Croce, Gioacchino Volpe, Antonio Gramsci e Giovanni Gentile che ispirarono l’attività storica: sui loro scritti infatti si formarono tutti gli studiosi trattati da Galasso. Su tutti, può dirsi un vero punto di riferimento per ciascuno soprattutto Croce, il quale diede preziosi consigli a Maturi per le sue opere e che, tramite lo scambio epistolare, fece comprendere a Cantimori che con la sua opera sugli eretici nel Cinquecento poteva dirsi iniziato il passaggio dal campo filosofico verso quello della storia delle dottrine e dei movimenti politici diventando uno storico della cultura. Allo stesso modo, Venturi lo considerò un «caro Maestro» e Salvatorelli discusse con Croce tramite corrispondenza riguardo al necessario sviluppo degli studi di storia religiosa, la principale tematica alla quale si dedicò.

LA PASSIONE Per quanto riguarda la nascita della passione per la storia, Galasso accenna ad alcuni casi in cui non influì inizialmente lo studio universitario. Così avvenne per Salvatorelli, il cui interesse per il passato nacque nell’adolescenza leggendo la Storia romana di Rollin e ascoltando gli adulti discutere degli avvenimenti degli anni Novanta dell’ Ottocento. L’attenzione per la storia dell’Italia contemporanea, invece, nacque in Gioacchino Volpe dopo un avvenimento che sconvolse il Paese: la Prima guerra mondiale. Infatti, dopo il conflitto Volpe si interrogò nel 1919 come molti altri studiosi su cosa fosse e come si fosse formata l’Italia.

CARATTERISTICHE Gli storici scelti da Galasso contribuirono tutti allo sviluppo della storiografia italiana, ognuno a suo modo e secondo le proprie inclinazioni, e lo fecero con metodo, con rigore filologico, con l’attenzione al documento d’archivio (per Chabod in modo particolare) e compiendo studi storici di ampio respiro. Galasso si sofferma sulle metodologie storiche che essi fecero proprie passando dal «semi-marxismo» di Cantimori, al materialismo storico di Volpe; dall’intreccio fra storia politica, interesse culturale e religioso, vicende dei gruppi sociale e dei ceti che caratterizzò Gaetano Cozzi, alla storia del “vissuto religioso” di Gabriele De Rosa; dalla biografia come mezzo per ritrarre totalmente un’epoca di De Felice, alla fondamentale importanza che le note di riferimento possedettero per Chabod dopo la sua esperienza in Germania; dal confronto con la storiografia etico – politica di stampo crociano, egemone nella prima metà del secolo, fino a giungere alla nuova influenza delle scienze sociali e dell’esperienza delle «Annales» che penetrarono nell’Italia del secondo dopoguerra allargando il campo di studi, pur suscitando reazioni avverse in alcuni (Chabod e Venturi per esempio).

UNA EGO-HISTOIRE? Di questi dodici storici, Galasso non scrive propriamente una biografia. Elabora però un’attenta analisi delle loro opere di ricerca e ne sottolinea l’eventuale correlazione con le rispettive esperienze biografiche, sconfinando talvolta (è il caso di Rosario Romeo) nel ricordo di un caro amico scomparso mettendone in rilievo il peso che aveva nel panorama storico-politico italiano. Non essendo una memoria scritta dagli storici riguardo la loro stessa vita, si discosta dall’ego histoire così come la intese Jeremy D. Popkin quando osservò l’opera di Pierre Nora, caratterizzata dalla scrittura della memoria autobiografica da parte di alcuni storici francesi della medesima generazione che narrarono le loro vite in relazione al loro mestiere di storici. Popkin scrisse: «by writing about themselves, historians create “a new genre”». Storici italiani del Novecento non sembra da questo punto di vista del tutto conforme al new genre riconosciuto da Popkin nell’opera di Nora, tuttavia si avvicina indubbiamente per lo sforzo profuso da Galasso nel ricercare nella vita e nelle esperienze degli storici italiani elementi che condizionarono la loro attività di ricerca.

 

BIBLIOGRAFIA

Giuseppe Galasso, Storici italiani del Novecento, Il Mulino, Bologna, 2008.

Gioacchino Volpe, Toscana medievale, Sansoni, 1964.

Serge Noiret, “Public history” e “storia pubblica” nella Rete, in Ricerche storiche, 2009, anno XXXIX, n. 2-3, pp. 275-327.

Jeremy D. Popkin, Ego-Histoire and Beyond: Contemporary French Historian-Autobiographers, in French Historical Studies , Vol. 19, No. 4, Special Issue: Biography (Autumn, 1996), pp. 1139-1167.

Jeremy D. Popkin, Historians on the Autobiographical Frontier, in The American Historical Review, vol. 104, no. 3, June 1999.

 

SITOGRAFIA

http://www.ubka.uni-karlsruhe.de/kvk_en.html

http://eui.academia.edu/SergeNoiret/Papers/165164/_Public_History_e_Storia_Pubblica_nella_Rete

http://www.jstor.org/stable/286667?seq=1

http://www.historycooperative.org/journals/ahr/104.3/ah000725.html#FOOT1


 

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