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L’importanza della memoria nel Canto di Ulisse

"Se questo è un uomo" di Primo Levi

"Se questo è un uomo" di Primo Levi

Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”, scriveva un grande autore cileno, Luis Sepulveda. Parole che suonano alquanto attuali. Se ne parla nel Canto di Ulisse, giudicato dai critici il momento più elevato, a livello letterario, del celebre romanzo di Primo Levi Se questo è un uomo, uscito per la casa editrice De Silva nel 1947. Ed è proprio in questo capitolo che il ruolo della memoria assume un’importanza fondamentale, forse vitale, per i prigionieri del campo di sterminio: un momento di pausa e riflessione, di tregua, nell’inferno della quotidianità. Siamo nel lager di Monowitz, situato a sette chilometri dal campo principale, Auschwitz, vicino alla Buna, una fabbrica che il gruppo industriale tedesco voleva costruire per produrre gomma sintetica (così denominata dalle iniziali dei componenti chimici Butadiene e Sodio). La collocazione dei prigionieri nel campo più vicino alla fabbrica permetteva di sfruttarne in modo più razionale il lavoro finchè non fossero divenuti troppo deboli e inabili alla manodopera, dunque scientificamente e ordinatamente eliminabili, nel silenzio altrui. È una giornata come tante. Primo Levi e Pikolo stanno portando la zuppa per i compagni e mentre camminano cercano di richiamare alla memoria alcuni versi dell’Inferno di Dante. “Considerate la vostra semenza”… Che cos’è questa semenza? Forse la consapevolezza che quel luogo quasi irreale fondato sulla miseria e la barbarie è stato creato e voluto dalla stessa specie che può raggiungere livelli elevatissimi di astrazione con l’arte e la letteratura. “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Questo, in sintesi, lo scopo della vita umana: elevarsi per raggiungere la saggezza. Ma intanto i due giovani sono in lager, in condizioni disumane, nel freddo e nel fango. Ecco allora che ricordare diventa uno strumento di salvezza. Bisogna conservare la lucidità mentale. “Darei la zuppa di oggi per sapere saldare non ne avevo alcuna col finale”: ecco cosa pensa Primo Levi, mentre trasporta il pesante carico. Ma non ci riesce, la memoria è troppo confusa. Ce l’hanno quasi fatta, i nazisti, a cancellargliela. Ma non del tutto. I due si sentono ancora umani, appartenenti a quella specie meravigliosa e terribile, capace di creare opere immortali e campi di sterminio “come altrui piacque”: un verso ancora adesso oscuro nel significato. Alcuni critici hanno affermato che si possa trattare di un riferimento a un dio che ha voluto e permesso lo scempio che si è consumato in quei luoghi.

Primo Levi

Primo Levi

Come se il popolo ebraico fosse stato punito per essersi opposto alla dominazione nazista, così come Ulisse fu punito dagli dei per aver attraversato le Colonne d’Ercole. Ma crediamo che questa intuizione di Levi possa essere interpretata in altro modo, ovvero come una visione del futuro: la tracotanza che verrà punita non è quella degli ebrei, ma quella dei nazisti. Sono stati loro a creare un impero in cui doveva trionfare un’unica razza eletta, sterminando tutte le altre. Qui Dio, la Storia, la Materia, l’Universo, il Karma, e chissà cos’altro intervengono a interrompere un genocidio basato sulla presunzione, sulla folle idea di potersi auto-eleggere padroni del mondo. E infatti pochi mesi dopo il campo viene abbandonato, con i tedeschi che scappano sparando a tutti i prigionieri che incontrano, in modo codardo, loro che fino a pochi giorni prima si permettevano di pulirsi le mani sporche di fango sulle giacche degli ebrei come se fossero stati stracci ambulanti. Magra consolazione. Intanto ci resta il capolavoro letterario di Levi, con l’immagine di due ragazzi poco più che ventenni che trovano la propria salvezza nella memoria. Quei versi, quel giorno, hanno salvato la vita del futuro scrittore.

In un momento storico politicamente confuso e privo di certezze come quello che stiamo vivendo, quello di Levi è un esempio fondamentale, di cui fare tesoro. La memoria degli eventi passati deve creare cultura, essere tramandata e ammonirci a non commettere nuovamente errori di cui poi saremmo responsabili e vittime allo stesso tempo. Potrà sembrare scontato, ma è tutto ciò che abbiamo. Questo, in sintesi, il messaggio del giovane Levi che, privato di tutto, può aggrapparsi unicamente alla propria memoria per mantenere la lucidità mentale in un luogo allucinante. Questa l’eredità dello scrittore torinese: ricordare per noi non dev’essere solo uno strumento culturale, ma un dovere morale: ne va della nostra salvezza.

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