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L’uomo più felice del mondo

La ricerca della felicità è il motore delle azioni di moltissimi uomini e donne. È il costante sforzo, la tensione fisica e spirituale per soddisfare quanto più possibile la propria creatività e la propria attesa. Vi è chi pensa che la felicità sia uno stadio da raggiungere e conservare mentre altri credono che essa sia insita nelle piccole cose della vita e non possa essere conosciuta se non attraverso il suo contrario, l’infelicità. E nell’altalena di situazioni felici, momenti infelici e zone intermedie si srotola l’intera vita dell’uomo.

Busto di Solone

Busto di Solone

Un giorno, racconta lo storiografo greco Erodoto, nella città di Sardi in Turchia giunse Solone, l’uomo che per primo aveva dato una costituzione scritta agli Ateniesi e che ora era ospite alla corte del re Creso. Solone viene descritto come un abilissimo politico e un intellettuale accorto. Dal momento che gli Ateniesi non riuscivano a darsi una costituzione egli elaborò un insieme di regole e per evitare di essere costretto dai suoi concittadini ad abrogare ciò che aveva approvato si ritirò in esilio volontario per dieci anni. Per questo motivo capitava alla corte di Creso in Sardi. Il re , consapevole della grande saggezza dell’ospite ateniese, volle mostrargli tutte le sue grandissime ricchezze per poi chiedergli quale fosse, a suo giudizio, l’uomo più felice del mondo.

La domanda di Creso era sibillina ed il re era convinto che Solone avrebbe assegnato proprio a lui il primato di felicità per le immense ricchezze accumulate. Questa domanda è terribilmente attuale: fin troppe volte diamo peso all’accumulo di beni nel valutare la nostra felicità. La risposta di Solone azzittisce Creso e forse insegna qualche cosa anche a noi dopo due millenni e mezzo. Infatti l’ateniese menziona come uomo più felice della terra un certo Tello, il quale “in un periodo di prosperità per la sua patria ebbe dei figli sani e intelligenti e tutti questi figli gli diedero dei nipoti che crebbero tutti; […] durante una battaglia […] morì gloriosamente; e gli Ateniesi gli celebrarono un funerale di stato nel punto esatto in cui era caduto e gli resero grandissimi onori”. L’etica greca è forse distante dalla nostra mentalità contemporanea che ha sacrificato la collettività a vantaggio della sempre maggiore importanza dell’individuo (il cittadino “privato”) ma per un greco era davvero motivo di onore la partecipazione ed il sacrificio per la grande comunità degli uomini liberi e partecipi che era la polis. E forse anche noi possiamo apprezzare che Tello ebbe figli e nipoti , che tutti crebbero sani e intelligenti: è una speranza che chiunque abbia o voglia avere figli sa e può condividere.

Statue di Cleobi e Bitone presso il tempio di Delfi

Statue di Cleobi e Bitone presso il tempio di Delfi

Ma non condivideva questo pensiero Creso che, avendo perso il primato di felicità, puntava al secondo posto. Ed anche lì venne battuto. Infatti Solone assegna il secondo posto ai fratelli Cleobi e Bitone. “Ad Argo c’era una festa dedicata a Era e i due dovevano assolutamente portare la madre al tempio con un carro, ma i buoi non giungevano in tempo dai campi; allora, per non arrivare in ritardo, i due giovani sistemarono i gioghi sulle proprie spalle, tirarono il carro, sul quale viaggiava la madre, e arrivarono fino al tempio dopo un tragitto di 45 stadi. […]Celebrarono i sacrifici e il banchetto e poi si fermarono a dormire lì nel tempio; e l’indomani non si svegliarono più: furono colti così dalla morte”. Anche la vicenda di Cleobi e Bitone si sposa bene con la mentalità greca: i due giovani, grazie al generoso gesto compiuto per la madre devota, ottengono il favore divino e vengono premiati con un quieto sonno eterno. La felicità spetta loro poiché nell’insieme della loro vita sono stati premiati dagli dei e questo li distingue tra gli uomini.

A questo punto Creso è veramente irritato: anche dei poveri popolani sono considerati più felici di lui. Solone ha a tal punto svalutato le sue ricchezze. La risposta di Solone è monumentale e testimonia la sua profonda saggezza. “Supponiamo che la vita di un uomo duri settanta anni. […] Ebbene, di tutti i giorni che formano quei settanta anni, cioè di ben 26.250 giorni, non uno solo vede lo stesso evento di un altro. E così, Creso, tutto per l’uomo è provvisorio. Chi è molto ricco non è affatto più felice di chi vive alla giornata, se il suo destino non lo accompagna a morire serenamente ancora nella sua prosperità. Infatti molti uomini, pur essendo straricchi, non sono felici, molti invece, che vivono una vita modesta, possono dirsi davvero fortunati”. L’esortazione di Solone è a valutare la felicità di un uomo solo alla fine della sua vita poiché il calcolo degli aspetti positivi e di quelli negativi non può prescindere da quello che il futuro riserva ad ognuno: per questo anche chi è molto ricco potrebbe non esserlo per sempre.

C.Vignon, re Creso

C.Vignon, re Creso

La considerazione di Solone, al di là della dimensione antica del testo, lancia un fortissimo messaggio a noi lettori contemporanei. Se la felicità fosse davvero uno stadio raggiungibile e conservabile per sempre, le cose inattese e gli imprevisti rovinerebbero questa dimensione felice. Ma se la felicità si rintraccia nelle piccole cose, se essa è un istante prezioso e la somma di tanti aspetti positivi e negativi, allora il discorso di Solone trova il suo senso compiuto: occorre avere una visione completa sulla vita per giudicarla “felice”. Prima di questo possiamo solo dirci “fortunati”. Creso non comprese questa cosa: secondo Erodoto, egli “considerava senz’altro un ignorante chi trascurava i beni presenti e di ogni cosa esortava a osservare la fine”. Solone se ne tornò al suo esilio e Creso si gloriò delle sue fortune ritenendole il massimo della fortuna.

È sempre Erodoto a raccontare l’epilogo della vicenda. Nel corso delle sue campagne militari il re persiano Ciro mise gli occhi sull’Asia Minore e ne nacque un conflitto con Creso. Questo venne sconfitto e, pur mantenendo dignità regale, perse le sue adorate ricchezze venendo assoggettato al re persiano. Si compiva il detto di Solone: a molti il dio ha fatto intravedere la felicità e poi ne ha capovolto i destini, radicalmente.

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