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Madama Butterfly: se l’amore è cieco, la sfortuna ha il radar.

Sarà vero che l’amore è cieco? Non saprei dare una risposta ma potrei dire che, di certo, la sfortuna ci vede benissimo: quando poi questa ha a che fare con storie d’amore pare avere a disposizione un radar di precisione per individuare i poveri disgraziati. Eppure da questa triste sorte amorosa sono nate, nel corso della storia del pensiero umano, grandi opere letterarie e musicali: un modo come un altro per dar voce, tramite parole o tramite note, ad un sentimento comune agli uomini.

Cio-Cio-San, detta anche Madama Butterfly, è una giovane ragazza giapponese protagonista dell’omonima opera del maestro Giacomo Puccini su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa. La prima esecuzione dell’opera avvenne alla Scala di Milano il 17 febbraio del 1904 ed il fiasco fu clamoroso ma ben presto, già in maggio, con alcuni ritocchi del maestro Madama Butterfly incontrò il successo a Brescia e, l’anno dopo, al Covent Garden di Londra. Non narrerò qui la trama dell’opera sottraendo così al lettore la possibilità di ascoltarla e vederla di persona: mi limiterò a gettare un occhio su di un’aria tra le più celebri dell’intero spartito.

Cio-Cio-San è sposata al tenente Pinkerton, americano di stanza in Giappone: tuttavia lui è dovuto ripartire per gli Stati Uniti e l’ha lasciata in compagnia della serva Suzuki. Quest’ultima è scettica sulla possibilità che Pinkerton torni in Giappone ma Butterfly, in replica, si cimenta in una delle più belle pagine di musica mai scritte nei tempi: l’aria “Un bel dì vedremo”. Ecco il testo:

Un bel dì, vedremo                                                                        Chiamerà Butterfly dalla lontana.

levarsi un fil di fumo sull’estremo                                                     Io senza dar risposta

confin del mare.                                                                                       me ne starò nascosta

E poi la nave appare                                                                   un po’ per celia, un po’ per non morire

E poi la nave è bianca.                                                              al primo incontro, ed egli alquanto in pena

Entra nel porto, romba il suo saluto.                                              chiamerà, chiamerà:

Vedi? È venuto!                                                                                       «Piccina – mogliettina

Io non gli scendo incontro, io no. Mi metto                                      olezzo di verbena»

là sul ciglio del colle e aspetto, aspetto                                  i nomi che mi dava al suo venire.

gran tempo e non mi pesa                                                                                (a Suzuki)

la lunga attesa.                                                                              Tutto questo avverrà, te lo prometto.

E… uscito dalla folla cittadina                                                 Tienti la tua paura. – Io con sicura

un uomo, un picciol punto                                                                          fede lo aspetto.

s’avvia per la collina.

Chi sarà? Chi sarà?

E come sarà giunto

che dirà? che dirà?

È un’aria singolare: di rado il testo di un’aria si rivolge al futuro, preferendo di norma  il racconto di fatti passati o, almeno, presenti. Invece Madama Butterfly guarda al futuro e sogna ad occhi aperti l’arrivo del tenente al porto. La genialità di Puccini combina ad un testo così evocativo alcune sonorità struggenti e dolci che cercano in tutti i modi di trasmettere all’ascoltatore/lettore la stessa emozione di Cio-Cio-San in quell’istante: credo che questa sia l’aspettativa più giusta da avere nei confronti dei cantanti che intonano il pezzo, i quali dovrebbero sforzarsi in questa direzione in modo particolarmente attento.

Le fantasticherie di Butterfly prendono il posto della realtà: la parte centrale descrive avvenimenti e discorsi che i due amanti si faranno. Ma non dobbiamo dimenticare che questa è tutta una sua fantasia: a questo punto dell’opera ancora non sappiamo come sarà l’incontro dei due al ritorno di Pinkerton. Eppure la profonda umanità di Butterfly ci commuove e ci intenerisce: è una fresca ragazza che si pone domande, che “aspetta”, senza sicurezze o certezze eccetto l’amore che nutre verso l’americano. Solo quello basta a calmare le ansie impersonate dalla scettica Suzuki che teme una delusione da Pinkerton: ma Cio-Cio-San sa aspettare, è fedele e fiduciosa.

Sarebbe lungo e complesso abbracciare insieme l’intero significato del testo: mi limiterò a darne alcuni spunti per seminare l’interesse nell’ascolto di questi brani che hanno fatto la storia della musica. Notate come Butterfly sia completamente devota allo sposo: è una devozione fortemente fisica ma altrettanto spirituale. A suggerirci la fisicità del suo amore sono quei versi “mene starò nascosta un po’ per celia un po’ per non morire”: la vicinanza a Pinkerton è un vivo stravolgimento del corpo; è una passione travolgente che ci riporta con la mente a quel sentimento fortissimo di Saffo e Catullo nei loro testi. Ma come già dicevo, è anche un amore spirituale che coinvolge in lei la fantasia, la creatività, gli stati d’animo più forti: la stessa aria, nel suo insieme, è un prodotto del suo spirito in attesa fiduciosa del ritorno di Pinkerton.

Vi state chiedendo come andrà a finire? Non lo svelerò qui ma vi rimando all’ascolto o alla visione dell’opera intera: se vi svelassi l’intera trama sarei responsabile di una dissacrazione dell’opera nella sua bellezza e nella suggestione che certamente darà. Per ora, sono impegnato a gettare fra chi legge i semi dell’interesse e della curiosità i quali, di per sé, racchiudono il germe ed il nocciolo della conoscenza umana.

http://www.youtube.com/watch?v=-4dOpvVMfqg

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