Mostra del Cinema di Venezia – Road to “The Master” (terza parte) Reviewed by Momizat on . Sabato 1 Settembre 2012 Ore 21:25 Written and directed by Paul Thomas Anderson. Si accendono le luci. L’accoglienza del pubblico è tiepida. L’applauso è prolung Sabato 1 Settembre 2012 Ore 21:25 Written and directed by Paul Thomas Anderson. Si accendono le luci. L’accoglienza del pubblico è tiepida. L’applauso è prolung Rating:
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Mostra del Cinema di Venezia – Road to “The Master” (terza parte)

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Sabato 1 Settembre 2012

Ore 21:25 Written and directed by Paul Thomas Anderson. Si accendono le luci. L’accoglienza del pubblico è tiepida. L’applauso è prolungato, ma, guardando bene, sono in pochi ad applaudire, probabilmente i fondamentalisti fan del regista. Come per un tarantiniano è difficile fischiare o anche solo non applaudire un film del suo maestro, la stessa cosa vale per un andersoniano e non solo. L’applauso si prolunga per circa 8 minuti, Phoenix si commuove, si nasconde, sembra allergico alle telecamere ed agli sguardi indiscreti delle orde di cinefili, accorsi per ammirare la sua ultima interpretazione, Hoffman se la ride, panzuto e soddisfatto, Anderson si avvicina alla platea, ringrazia il pubblico, riempendolo di sorrisi e saluti. Io batto le mani. Mi fermo. Faccio qualche foto. Faccio qualche video. E ricomincio a battere le mani. Il ciclo continua per una decina di minuti circa. Non so se definirmi parzialmente deluso o parzialmente soddisfatto. L’attesa costruita sul film era, probabilmente, fin troppa, anche se pienamente giustificata. Il problema è che un’overdose di aspettativa, può spesso causare un’overdose di critiche.

 

Ore 21:40 Si esce dalla sala. I giornalisti di “Cinematografo”, sguinzagliati da Marzullo, si avventano contro il pubblico, accendendo le telecamere e chiedendo le nostre impressioni, così, a caldo. Si avvicinano anche a me, chiedendo come mi è parso il film. Non si può commentare un film così importante e difficile pochi minuti dopo la proiezione. Continuando così, rischiamo solo di farci del male, parafrasando il buon Nanni. Un film del genere va ingurgitato, deglutito, digerito, pesato, trattato. Deve passare almeno un’ora dalla visione, per capirci qualcosa, e commentare il tutto, a freddo.

Ore 22:30 Protagonisti del film sono Freddie Quell e Lancaster Dodd. Il primo è uscito dalla Seconda Guerra Mondiale a pezzi, gravemente colpito nel fisico e nella psiche. Il secondo, comandante di nave, filosofo, scienzato, artista, scrittore, ha dato vita ad una setta religiosa, nota con il nome di “La Causa” e ha iniziato a sperimentare una serie di metodi per poter curare l’umore, la psiche e alcune malattie degli uomini. Troverà in Freddie un paziente da analizzare e un adepto perfetto. In un primo momento le cose tra i due andranno bene. Man mano, però il rapporto si incrinerà… Dopo una bella pizza al “Movie Village”, organizzato in occasione della Mostra, la mia psiche (ma soprattutto la mia pancia) si mostra disponibile ad un confronto e ad una riorganizzazione delle idee, che mi consentirà di affrontare l’argomento “The Master”. I primi quaranta minuti del film fanno urlare al capolavoro: Paul Thomas Anderson, da virtuoso delle piano sequenze qual è, infarcisce la prima parte del suo mezzo capolavoro di una serie di sequenze senza tagli di montaggio da manuale, straordinarie per intensità drammatica e visiva e per costruzione dei movimenti. Il primo personaggio ad essere presentato è Freddie Quell, veterano della Seconda Guerra Mondiale, gravemente leso nel corpo e nello spirito. Dopo una delle sue varie sbornie, si imbatterà, per caso (magari “La Causa” li ha spinti ad incontrarsi, inconsciamente) in Lancaster Dodd, che gli si presenta come poeta, filosofo, scienziato, ma soprattutto come uomo. Dalla prima ora in poi, viene analizzata la setta religiosa “La Causa”, fondata da Lancaster, per la cui figura si dice che Anderson abbia tratto ispirazione da L. Ron Hubbard (in effetti i tratti in comune sono notevoli), i metodi utilizzati dal suo fondatore, che pensa che tramite una serie di esperienze sensoriali alla ricerca del proprio passato (anche quello prima della nascita, tirando in ballo, quindi, l‘ipotesi della reincarnazione) e di esperienze inconsciamente rimosse, sia possibile curare, persino, alcune malattie. Tra i due, maestro ed allievo, si crea un forte legame empatico. Quell diventa il protetto di Dodd, che lo trasforma in una vera e propria cavia, e prova a reinserirlo in società, trasformandolo in un individuo in grado di saper dimenticar i propri traumi subiti e di poter gestire la propria rabbia. Tutto ciò, però, avviene in modo lento, ripetitivo, ingarbugliato. Peccato che dopo la visivamente splendida prima ora il film perda ritmo e si accartocci su se stesso fino a trasformarsi in una noiosa seduta psicoanalitica ideale per far cadere il mondo in uno stato comatoso. Tecnicamente ineccepibile, per fotografia, montaggio e scelte musicali (il film è stato girato e proiettato, a Venezia, in favolosi 70mm), sorge il dubbio, però, che Anderson, prima di realizzare il suo “The Master”, abbia dato un’occhiata a “The Tree of Life” di Terrence Malick. Sono troppe, infatti, le sequenze “cosmiche” e naturali scopiazzate dal film del regista filosofo. Straordinarie le interpretazioni, di sicuro, i due attori protagonisti concorreranno per la Coppa Volpi alla miglior interpretazione maschile. Joaquin Phoenix costruisce da sé il personaggio, ne cura i movimenti, inarcando la schiena e torcendo spesso le spalle, non ponendo in secondo piano la mimica facciale, che gestisce, in un modo fin troppo sopra le righe, tra ammiccamenti e pianti vari. Da vedere in lingua originale, sia solo per assaporare e godere della straordinaria risata diabolica e “gustosa” di Phoenix, che colpisce per un tono di voce così profondo e duro. Seymour Hoffman va anche meglio, nel senso che riesce a trattenere la propria recitazione e non cade là dove è caduto Phoenix. Anderson, con la scusa di andare ad analizzare il rapporto (quasi omosessuale) tra due persone che non riescono a fare a meno l’una dell’altra, perché troppo simili, anche se uno (Dodd) tenta di occultare questo suo aspetto scapestrato della personalità, fornisce un saggio di analisi su due aspetti principali del mondo umano: la libertà e la solitudine. Spesso i personaggi vengono inquadrati con primi o primissimi piani leoniani. Con tutto ciò, il regista non fa altro che sottolineare che tutti gli uomini, per quanto possano essere simili o diversi tra loro, resteranno, comunque, fondamentalmente soli. Ognuno di noi nasce solo e morirà solo. Qualsiasi rapporto (come quello tra il master ed il suo allievo) è destinato alla fine, precipitosa o lenta che sia. Per quanto riguarda la libertà, Anderson pone l’accento sul fatto che ogni uomo, senza alcuna esclusione, desidera trovare, nel corso della propria vita un master (Dio, un genitore, un caro amico, il superiore a lavoro) che riesca ad indirizzare la sua vita e ad aiutarlo man mano che gli si presentino varie difficoltà, fino a distaccarsene, lentamente. La vita degli uomini è in bilico tra il voler fare di testa propria, padroni del proprio divenire, e il volersi affidare a persone più esperte di loro, non riuscendo mai a risolvere questa dicotomia contraddittoria. Più che un film sulla vicenda di L. Ron Hubbard, Anderson ha diretto un’opera sulla storia umana, partendo dal rapporto tra due uomini, che, in stile “The Tree of Life”, lo spettatore deve riuscire a mettere in relazione al rapporto tra tutti gli uomini e alle vicende universali. Con o senza l’aiuto del regista.

Joaquin Phoenix in The Master

 

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