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Nostalgia e natura nella poesia cinese

 

La storia della letteratura mondiale ci insegna che per un lungo periodo chi faceva cultura aveva un ruolo importante, se non fondamentale, all’interno della società: gli intellettuali del Medioevo europeo erano anche funzionari statali e custodivano la tradizione culturale assieme all’esercizio della legge e all’amministrazione dello stato. Questa usanza è rintracciabile anche nella Cina dell’Imperatore dove, nello stesso Medioevo, i funzionari di corte e gli amministratori delle vastissime province venivano selezionati fra gli intellettuali di spicco. Non è raro allora imbattersi in poeti cinesi che ricoprirono anche importanti cariche pubbliche, ma non solo. Essi venivano generalmente spediti in luoghi distanti dalla propria terra natia per evitare che il contatto con parenti ed amici permettesse qualsiasi forma di corruzione o favoreggiamento: nasce così una poesia carica di sospiri e vagheggiamenti spesi nel desiderio della propria casa lontana. Tutto questo è accompagnato da una costante attenzione per la natura e per il suo mutare nel tempo: questo interesse naturale sarà una caratteristica dell’arte orientale (basti pensare alle stampe giapponesi raffiguranti onde e montagne).

He Xun era un “valente scrittore” vissuto nella prima metà del VI sec. d. C. Era originario di Tonghaitan, nella provincia di Shandong e sappiamo che le sue origini furono umili. Imparò prestissimo a scrivere (si dice ad otto anni) e per questa facoltà non comune divenne candidato favorito ad una carica statale. La sua poesia è intrisa di malinconia per la lontananza dalla sua terra d’origine: tutto questo avviene al cospetto della natura che nel corso dell’anno muta le proprie forme, i propri colori ed i profumi in un alternarsi di suggestioni forti per il poeta e per noi lettori.

Della sua produzione, fatta di componimenti sia brevi sia lunghi, riporto qui un piccolo componimento cui è stato dato il titolo “Pensiero sulla muraglia alla frontiera”:

I salici sono gialli, non hanno ancora messo le foglie;

L’acqua è verde, c’è muschio nel mezzo.

Intorno alla muraglia, alla frontiera, iniziano i colori della primavera:

                                                                     Il forestiero pensa che vengano dal suo paese.

Questa poesia è come un quadro impressionista: il poeta, come un sapiente pittore, accenna alcuni particolari che maggiormente lo colpiscono nel paesaggio che gli sta davanti. La sua bravura ci è garantita dal fatto che, leggendo, ci costruiamo nella mente i colori precisi di ogni cosa: egli riesce con le parole a riprodurre nelle nostre immaginazioni l’esatto scenario che sta osservando dalla muraglia di confine.

Sappiamo che è primavera e, forse, non a caso è stata scelta questa stagione: è il momento in cui la vita, congelata nel freddo del ghiaccio invernale, riparte. È il momento più fragile per il poeta lontano da casa: è il momento in cui vorrebbe essere a là a veder rinascere la natura assieme ai propri cari, nei paesaggi che gli sono familiari. Invece è distante ed ogni cosa che rifiorisce lo riporta col pensiero alle sue terre.

Ritengo, tuttavia, che questa primavera in arrivo non sia solo la nostalgica tensione

stampa giapponese con il medesimo tema della natura a primavera

verso casa ma rappresenti anche un motivo di gioia per il poeta: del resto egli afferma esplicitamente di ritenere che questa primavera arrivi “dal suo paese”. Pare che i colori della sua terra arrivino a lui forestiero, e gli portino il ricordo di casa. Così la natura diventa allo stesso tempo “croce e delizia” poiché combina il ricordo della bellezza della propria terra natia con la nostalgia di essa.

Lo scorrere dei secoli ha portato via con sé questo gruppo di uomini, anche di umilissime origini, che facevano della propria cultura un mestiere ed un servizio per la collettività. Il posto è stato ceduto con gli anni ad una burocrazia grigia che non solo non ha più aggiunto cultura e arte al proprio mestiere (nel nome di una invocata e presunta “efficienza del servizio”) ma spesso non era essa stessa dotata di cultura: sono arrivati gli anni dei funzionari “efficienti” che concludono il loro lavoro quasi con fastidio (non tutti, naturalmente) e che nei propri incarichi usano regole tecniche ma non senso estetico, impegno culturale ed intellettuale. Gli anni dell’applicazione della regola senza interrogarsi sulla regola stessa, in poche parole. Eppure sono altrettanto convinto che solo ripartendo dalle personalità umane ed artistiche come He Xun si possa ritornare ad una fusione vera tra l’efficienza lavorativa e lo sforzo di fare della propria vita un servizio alla cultura e all’arte.

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