Oloferne e Giuditta: la donna che ti fa “perdere” la testa! Reviewed by Momizat on . Delle meravigliose storie ed avventure bibliche quella di Giuditta e Oloferne occupa un posto di primissimo piano per la violenza usata ed il fascino esercitato Delle meravigliose storie ed avventure bibliche quella di Giuditta e Oloferne occupa un posto di primissimo piano per la violenza usata ed il fascino esercitato Rating:
Home » Cultura » Arte » Oloferne e Giuditta: la donna che ti fa “perdere” la testa!

Oloferne e Giuditta: la donna che ti fa “perdere” la testa!

Delle meravigliose storie ed avventure bibliche quella di Giuditta e Oloferne occupa un posto di primissimo piano per la violenza usata ed il fascino esercitato, sia su noi, sia sul “povero” Oloferne. È una storia singolare che ha fatto molto discutere gli studiosi delle Sacre Scritture a causa della particolarissima posizione di Giuditta, protagonista ricca e libera, ma pur sempre donna in una società fortemente maschilista e patriarcale come quella giudea.

Michelangelo, Giuditta e Oloferne, Cappella Sistina

Al di là del significato dell’intera vicenda, che incontreremo solo più avanti per comprendere pienamente i fatti, questo racconto che occupa lo spazio di un libro (il Libro di Giuditta appunto) merita un’attenzione particolare per la sua singolarità letteraria e per la immensa fama che ottenne nei secoli successivi, fino ai giorni nostri.

La narrazione si apre con il ritratto militare di Nabucodonosor, “che regnava sugli Assiri nella grande città di Ninive”, protagonista del Libro di Daniele e ispirazione storica della celeberrima opera verdiana Nabucodonosor (spesso solo Nabucco). All’interno del suo progetto di conquista, il re assiro aveva messo gli occhi anche sulle terre mediterranee (dal Libano al basso Egitto) e, avendo ricevuto il secco rifiuto di molti di quei popoli ad unirsi a lui, volle vendicarsi inviando contro di loro il suo braccio destro armato, il generale Oloferne, a capo di un fortissimo esercito. Davanti a questa nuova temibile iniziativa assira, la popolazione israelita fu colta da paura e si organizzò in roccaforti ben difese sulle cime dei monti e presso i valichi. Ma ciò non basta: il testo biblico dice che, accanto alle precauzioni tattico-militari, “ogni Israelita levò il suo grido a Dio con fervida insistenza e tutti si umiliarono con grande impegno.[…] Il Signore porse l’orecchio al loro grido e volse lo sguardo alla loro tribolazione, mentre il popolo digiunava da molti giorni in tutta la Giudea e in Gerusalemme davanti al santuario del Signore onnipotente”(4, 9-13). Si mette in campo l’arma di difesa più potente di tutte, la preghiera, che come un filo rosso sosterrà il popolo israelita assediato sulle montagne e la temeraria Giuditta nella sua azione.

Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne

Già da primi capitolo di questa narrazione cogliamo l’inattendibilità storica del racconto. Il nome Oloferne –sostiene Penna nell’Enciclopedia Dantesca- è di chiara origine persiana. A ciò va aggiunto che Nabucodonosor era in realtà sovrano dei Babilonesi, non degli Assiri. Come giustificare dunque un generale persiano per un re babilonese spacciato per assiro? Probabilmente il significato del racconto non è storico ma allegorico e solo alla fine sarà svelato. Ma d’ora in avanti anche chiameremo “babilonesi” le truppe di Nabucodonosor.

Il generale Oloferne si mostra subito superbo e blasfemo. Essendo stato invitato da un israelita, Achior, a non attaccare Israele per non subire la vendetta divina, Oloferne risponde seccato “Chi sei tu, Achior, e i mercenari di Efraim, per profetare in mezzo a noi come hai fatto oggi e suggerire di non combattere il popolo d’Israele, perché il loro Dio li proteggerà dall’alto? E che altro dio c’è se non Nabucodònosor?”. Quest’ultima domanda compie l’atto blasfemo di superbia del generale e del re presso Dio e tanto basterà a segnare il destino dei due nel futuro: uno finirà ucciso e l’altro rischierà la pazzia ma otterrà la grazia convertendosi e prostrandosi. Non posso, inoltre, non ricordare il verso dell’opera verdiana “non son più re, son dio!”, messo in bocca a Nabucco e sottolineato a gran voce dall’acuto finale a cui seguirà il tuono dell’ira divina.

Nella città fortificata di Betulia, terra natale di Achior, si prepara la resistenza e si prega Dio. Qui compare per la prima volta (libro 8) esattamente a metà del racconto, come un fulmine nel buio, la figura di Giuditta, ricca vedova discendente di Israele. La vediamo nei panni di scrupolosa osservatrice dell’etica religiosa israelita: osserva digiuni, indossa abiti di vedovanza e riprende con parole molto dure gli uomini concittadini che dubitavano dell’intervento difensivo divino.

Gustav Klimt, Giuditta e Oloferne

E proprio nel correggere questo sciocco dubbio degli uomini Giuditta espone il suo piano: “voglio compiere un’impresa che passerà di generazione in generazione ai figli del nostro popolo. Voi starete di guardia alla porta della città questa notte: io uscirò con la mia ancella ed entro quei giorni dopo i quali avete deciso di consegnare la città ai nostri nemici, il Signore per mia mano provvederà a Israele. Voi però non indagate sul mio piano: non vi dirò niente finché non sarà compiuto quel che voglio fare”.(8, 32-34). Dopo una appassionata invocazione alla divinità che occupa l’intero libro nono, Giuditta si spogliò dell’abito di vedova e si abbellì con vesti da festa. Dunque uscì dalla città diretta all’accampamento dei Babilonesi che presto la intercettarono e la portarono a interrogatorio.

Davanti alle domande ella risponde “«Sono figlia degli Ebrei e fuggo da loro, perché stannoa per essere consegnati in vostra balìa. Io quindi vengo alla presenza di Oloferne, comandante supremo dei vostri eserciti, per rivolgergli parole di verità e mettergli sotto gli occhi la strada per cui potrà passare e impadronirsi di tutti questi monti senza che perisca uno solo dei suoi uomini» (10, 12-13). Viene portata davanti ad Oloferne mentre tutti i ministri si meravigliano della sua bellezza. Giuditta racconta ad Oloferne che il Dio d’Israele abbandonerà il suo popolo poiché nella città si sarebbero di lì a poco nutriti del bestiame rimanente senza osservare il divieto sacro di ucciderlo. Ciò avrebbe portato l’ira divina contro Betulia: ma Giuditta sapeva bene che in città erano state raccolte altre cibarie e dunque il suo discorso era ingannatore. Dopo tre giorni Oloferne preparò un banchetto privato per Giuditta senza invitare alcun generale o comandante: “Oloferne si deliziò della presenza di lei e bevve abbondantemente tanto vino quanto non ne aveva mai bevuto solo in un giorno da quando era al mondo”(12, 20). Qui la narrazione si fa sempre più veloce e serrata nell’attimo di maggior tensione: Oloferne è ubriaco e dorme rivolto sul suo letto; Giuditta vede lì accanto la spada; “accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: «Dammi forza, Signore Dio d’Israele, in questo momento». E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa. Indi ne fece rotolare il corpo giù dal giaciglio e strappò via le cortine dai sostegni”. Riposta la testa nella bisaccia, fuggì liberamente dal campo militare con la serva e giunse in città mostrando il suo trofeo. Poi la testa venne esposta e nel campo babilonese le grida di sgomento e paura si levarono altissime.

Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne

Giuditta è l’allegoria della lotta patriottica in difesa di un territorio (Betulia) che si combina con la difesa della fede. Così dobbiamo leggere la sua essenza di donna vedova in una società patriarcale e maschilista: se fosse stato un uomo forse non avrebbe potuto perseguire lo stesso risultato. Una giovane, rocca e libera donna è in grado di difendere città e fede dall’invasore politico e religioso.

Chi poi abbia visitato il Palazzo Barberini in Roma conoscerà bene la tela di Caravaggio Giuditta che taglia la testa a Oloferne: uno sforzo fisico ed un turbamento emotivo talmente forti e realistici da richiedere di sedersi a contemplarla su di un punto di appoggio. E in quella circostanza, ripresomi dalla enorme curiosità che mi univa al dipinto, mi accorsi che, se Oloferne perdeva la testa per mano di Giuditta, io la perdevo per mano di Caravaggio.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 1.0/5 (1 vote cast)

Oloferne e Giuditta: la donna che ti fa “perdere” la testa!, 1.0 out of 5 based on 1 rating

Lascia un Commento

*

© 2012 il Ritaglio.it - Il Ritaglio è un blog ad indirizzo giornalistico e pertanto non è una testata registrata. |

Torna su