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Omaggio a Maria Callas a trentacinque anni dalla scomparsa

Per la critica musicale era divina; Bernstein la definì la più grande cantante drammatica del nostro tempo mentre Carla Fracci racconta di averla “divorata” con occhi e orecchie; il critico Celli riprese solo per lei la definizione di “soprano drammatico di agilità”, usato dalle cantanti del primo Ottocento. Il suo nome era Anna Maria Sophia Cecilia Kalogheròpoulos ed il mondo la ricorda come Maria Callas.

(immagine da mauriziopietrantonio.it)

Il 16 settembre 1977 la Divina moriva nell’abitazione parigina. Da tempo le sue condizioni di salute erano precarie e vi fu chi parlò anche di suicidio, benché ufficialmente smentito. Una lenta debolezza fisica, ereditata dal brusco calo di peso negli “anni d’oro” ed unita ad alcuni gravi lutti che costellarono gli ultimi anni (il padre, gli amicissimi Pasolini e Visconti, l’amato Onassis) assillavano la donna che aveva fatto tremare i palcoscenici del mondo intero. Ma era l’altezza delle vette che aveva raggiunto a restare ineguagliata e a diventare modello per il canto lirico che venne dopo. A distanza di 35 anni dalla scomparsa di Maria Callas, non c’è uomo o bambino che non abbia almeno una volta sentito parlare di lei e moltissimi la associano all’Opera come se essa ne fosse l’emblema, assieme a pochi altri grandi.

Originaria di quella terra tanto feconda per la musica che fu la Grecia, cresciuta a New York, studiò canto ad Atene dove fu costretta a imparare anche il tedesco per eseguire i concerti beethoveniani che il regime nazista imponeva sull’Acropoli. Nel 1945 tornava a New York dal padre e tentava senza successo l’ingresso al Metropolitan Opera Theatre. Ma la vecchia insegnante di canto Elvira de Hidalgo le aveva consigliato l’Italia per ottenere lavoro nell’ambiente operistico. Nel giugno del ’47 arrivava a Napoli e qualche settimana più avanti si esibiva sul palco dell’Arena di Verona con l’opera La Gioconda di Amilcare Ponchielli: la critica l’accoglieva favorevolmente. La consacrazione avvenne a Firenze dove ottenne fortuitamente il ruolo di Elvira nei Puritani di Bellini ed ebbe clamoroso successo. Del periodo veronese rimasero fondamentali due incontri. Il primo con il direttore Tullio Serafin che la accompagnò nel successo e la volle in diversi teatri italiani. Il secondo con l’imprenditore veronese Meneghini che ne diventò prima mecenate e poi marito. Nel 1950 entrava alla Scala di Milano con difficoltà iniziale dovuta alla critica non troppo favorevole né a lei né a Serafin. Ben presto invece la collaborazione con il teatro milanese divenne un sodalizio trionfale grazie alla presenza, accanto a Maria, di un cast eccezionale con Giuseppe di Stefano, Mario del Monaco, Tito Gobbi, Giulietta Simionato ed Ettore Bastianini.

(immagine iiclosangeles.esteri.it)

Fu alla Scala che nacque la storica e celeberrima rivalità con la soprano Renata Tebaldi, apprezzata da Toscanini, la quale si trasferì negli USA per ricreare un cast musicale a lei più affine.

Tra il 1951 e il 1957 nacque il mito. Maria Callas si esibì in numerosi teatri italiani (Verona, Trieste, Bergamo, Milano, Firenze,Venezia, Napoli) e all’estero (Covent Garden di Londra, Città del Messico, Civic opera di Chicago, Metropolitan di New York, Staatsoper di Vienna). In questi anni subì anche la famosa “trasformazione”: perse 29 kg e acquistò una immagine che si ispirava liberamente ad Audrey Hepburn. Ne venne una singolare e molto apprezzata presenza scenica: la Callas cantava e recitava contemporaneamente rendendo i sui gesti tanto espressivi quanto la voce. Il pubblico la osannava e spesso le grida le impedivano di concludere le arie. Alla sua morte nacque il gruppo dei “vedovi-Callas” per tutti coloro che l’avevano seguita ed amata come cantante ed interprete innovativa e ineguagliata. Del 1957 è l’incontro con Aristotele Onassis, armatore greco con cui iniziò una storia d’amore rompendo il precedente matrimonio con Meneghini. Iniziavano così gli anni del declino. In due anni vide la rottura del contratto con la Scala e con il Metropolitan ed iniziò a ridurre drasticamente il numero di esibizioni a causa della stanchezza vocale che la accompagnò fino alla morte. Nel 1964, su insistenza di Zeffirelli, cantò Tosca a Londra e Norma a Parigi ma le esibizioni la sfinirono al punto che una sera fu costretta a sospendere la Norma al secondo atto. Nel 1968 Aristotele Onassis sposava, per disegno economico, Jacqueline Kennedy, moglie del presidente assassinato a Dallas, lasciando la Callas nella disperazione. Nello stesso anno la cantante scelse di debuttare come attrice nel film Medeadi Pasolini: aveva l’occasione di recitare in maniera nuova, senza le limitazioni di un palco teatrale e senza l’attenzione alla tecnica vocale. L’ultima tournée teatrale avvenne fra il 1973-74 grazie all’insistenza dell’amico Giuseppe Di Stefano. I due inaugurarono una serie di concerti accompagnati dal pianoforte e puntando su un registro vocale non eccessivamente ostico. La tournée iniziò con fatica ma il sostegno dell’amico tenore e l’affetto del pubblico permisero alla Divina di concludere ottimamente l’ultimo concerto a Sapporo in Giappone. Da allora iniziò l’ultima fase della sua vita: i lutti, il ritiro ad Avenue Georges Mandel 35, la solitudine e poi la morte. Aveva 54 anni. Le ceneri della cantante vennero portate a Pére Lachaise e successivamente sparse nel Mar Egeo in Grecia.

Maria Callas e Giuseppe Di Stefano (immagine da i-italy.org)

Un’edizione della biografia della Callas la definisce “la voce del secolo”. Al di là del tono enfatico di questa definizione, possiamo indubbiamente vedere il cantante greca come un macigno di tecnica ed interpretazione nel teatro lirico europeo. E, certo, non fu un macigno leggero. La qualità inconfondibile della sua voce mescolata ad una tecnica straordinariamente controllata e ad un’estensione notevole le garantirono il successo, ma al prezzo di un durissimo lavoro ed un costante esercizio.

(immagine da callas.it)

Maria Callas aveva molti amici ma anche molti critici, come è naturale. Se è leggendaria la sua rivalità con la Tebaldi, le sue controversie con teatri e pubblico sono dominio della cronaca: celebri infatti sono le accuse che le vennero rivolte per aver sospeso irrevocabilmente l’esecuzione della Norma a Roma nel 1958. Eppure quella voce sapeva padroneggiare i ruoli teatrali e renderli unici. Vi sono arie nel repertorio della Callas che sono diventate ormai leggende musicali, veri e propri cavalli di battaglia della Divina. Se il bel canto poteva risultare talvolta un modo di esprimersi ingessato e freddo, Maria Callas seppe dare vita e anima alle donne che interpretava: le più intime passioni, le speranze, le aspettative, le furie, il gelo, le suppliche emergevano da quella voce che sapeva essere a tratti dolcissima e a tratti monumentale. L’obiettivo era la resa migliore possibile di un personaggio: le interpretazioni della Callas fecero discutere il mondo per la forte personalità con la quale venivano affrontate. In alcuni corsi di perfezionamento canoro Maria guidava gli allievi ad imparare a interpretare un ruolo e qualche volta si cimentava lei in parti maschili al fine di definire e far loro comprendere ancora meglio il sentimento che voleva ricavare. Il fine di tutto questo era uno solo: il pubblico. Il suo non era un sentimento di condiscendenza verso il pubblico che la ascoltava. Al contrario, era il pubblico a sostenere la cantante e a darle la forza, come un padre affettuoso che dà la forza ed il sostegno ai figli. Non a caso, in uno de suoi ultimi concerti con Di Stefano, Maria volle dedicare l’aria “oh mio babbino caro” al suo pubblico, al suo “pubblico caro”: il pubblico la ripagò e negli anni divenne un ritornello dire “Callas forever”.

Oh mio babbino caro – Maria Callas (1965)

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