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Panta rei: l’eco del tempo nello scorrere del fiume

 

il Narciso di Caravaggio

Immaginate un fiume. Immaginate un anziano che, lentamente ed inesorabilmente, cammina fino alla sponda del fiume. Immaginate che il vecchio guardi nel fiume e si specchi sulla superficie dell’acqua. Quale magnifico paradosso! Il vecchio è fermo ed i suoi piedi sono saldi a terra: ma il tempo scorre su di lui senza mai cessare di trasformarlo e di invecchiarlo. Di contro, il fiume è l’emblema del tempo che fugge e che scorre via. Eppure davanti al vecchio c’è sempre lo stesso fiume: instabile, certo, e mutevole ma sempre e solo “quel” fiume.

La tradizione attribuisce al filosofo Eraclito, per primo, una osservazione sul tempo. Il famigerato detto “tutto scorre” (panta rei, in greco) può essere pensato in relazione allo scorrere dell’acqua: al punto che Eraclito arriva ad affermare di non poter far mai il bagno nello stesso fiume, poiché il mutamento è costante ed eterno. Il fiume in cui faccio il bagno ora sarà diverso dal fiume di domani poiché le sue acque sono cambiate. Fu l’esasperazione di questo pensiero ad essere ripresa dal suo discepolo Cratilo: se tutto scorre e tutto muta, non muta nulla poiché nulla esiste stabilmente nella realtà.

Analogamente ad Eraclito, il poeta Ovidio nelle Metamorfosi parla dello scorrere del tempo paragonandolo all’inarrestabile scorrere del fiume: “anche il tempo scorre via con moto continuo, come la corrente del fiume: il fiume non può infatti fermarsi né tantomeno l’ora fugace”.

Molti secoli dopo, il filosofo tedesco Hegel si trova a trascorrere del tempo sulle Alpi bernesi. Il magnifico panorama alpino lo affascina romanticamente ma un particolare coglie la sua attenzione con prepotenza. Egli infatti nota una cascata nella quale la forza e l’impeto delle acque hanno modellato le rocce granitiche per poi gettarsi nel salto. Il professor Remo Bodei, nella lezione dedicata a Hegel sul Caffè Filosofico, mostra come il filosofo tedesco sia fortemente impressionato da questa vista: le cascate sono costantemente soggette al mutamento e allo scorrere dell’acqua eppure sono sempre loro stesse, nella loro grandezza e magnificenza (G. W. F. Hegel, Viaggio nelle Alpi bernesi, Ibis, Como-Pavia, 1990, pagg. 54-57). D’altra parte voi stessi davanti ad una cascata sareste portati a dire “ecco la cascata” intendendo essa come una ed unica. Fino a qui l’osservazione del tempo è piuttosto chiara: c’è lo scorrere inquieto dell’acqua che non cessa mai di avanzare nel suo cammino e, per opposto, c’è la stabilità della cascata e del fiume, eternamente uguali a se stessi.

Nel suo romanzo Memoriale del convento lo scrittore Josè Saramago, Nobel per la letteratura nel 1998, introduce la riflessione dalla quale ho scelto di tratte l’inizio di questo articolo. “Quando qualcuno vuol vedere cos’è la propria faccia, se è molto invecchiata, l’acqua è lo specchio che passa ed è fermo, mentre noi, che siamo fermi, stiamo passando”. Grazie alla mediazione della letteratura (poiché da sempre è noto che attraverso l’arte i contenuti si diffondono più facilmente) arriviamo ad una vera e propria indagine filosofica e cerchiamo di comprendere quale universo complesso stia nascosto sotto alla realtà che noi crediamo semplice. Riflettere sul tempo ne è un esempio. Dalle parole di Saramago comprendiamo la natura profonda di questa realtà nella quale siamo immersi: c’è una contrapposizione fra ciò che resta fermo e ciò che scorre. Eppure tutto ciò che ci circonda non nasce dal prevalere singolo della permanenza o dello scorrere, dell’uno o dell’altro, quanto piuttosto da una convivenza dei due, da un rapporto di mutua dipendenza.

Questo porta Andrea Tagliapietra, nell’introduzione al testo “La permanenza e l’inquietudine” di Paolo Salandini (dal quale ho liberamente tratto ispirazione per questo articolo), ad annunciare il passaggio “dal rapporto fra uno spettatore fermo ed uno spettacolo in movimento a quello fra uno spettacolo immobile ed uno spettatore che si scopre intimamente mosso”. Il lavoro di Salandini nel suo libro sta nello svelare come la stasi del tempo (permanenza) e lo scorrere di esso (inquietudine) non siano in realtà un binomio antitetico e contrapposto ma siano “con-fusi” (cioè fusi insieme, in greco syntesis), intimamente uniti, tanto nell’uomo quanto nel mondo: ci si svela così l’intima struttura della natura la quale, giocando sulle due tendenze opposte ma conviventi, si rivela “un’inquieta permanenza ed una permanente inquietudine”.

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