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Progressi tecnici… stupefacenti.

Lo stupore è un elemento di cui non abbondano questi nostri tempi moderni: poche cose infatti riescono veramente a creare in noi quel sentimento di meraviglia tale per cui noi ci affasciniamo alle cose. Ed, al contrario, l’uomo antico (ma non troppo) poteva contare su un numero molto più elevato di oggetti e situazioni che lo lasciassero a bocca aperta, che lo facessero esultare, che lo portassero a volare con la fantasia. Solo qualche giorno fa, leggendo la notizia sull’atterraggio della sonda Curiosity su Marte, pensavo che non sarà troppo distante il giorno in cui vedremo un piede umano su quella stessa superficie: un pensiero che non mi ha stupito più di tanto poiché il progresso scientifico e tecnologico ci ha abituati ai suoi “passi da gigante” in brevi tempi.

Poi ho pensato all’atteggiamento di un uomo del Medioevo davanti alla prospettiva dello sviluppo tecnologico e mi pareva che le emozioni allora fossero ben più vive e forti. Ripensavo in particolare,memore degli studi scolastici, al filosofo inglese Roger Bacon che visse nel corso del XIII secolo e insegnò presso le università di Parigi e Oxford. È indubbio che la “carriera” professionale di Bacon sia esclusiva. Fu il tentativo di combinare insieme in maniera armonica la scienza sperimentale, la tecnologia, la fede e la filosofia a caratterizzare la sua vita e a procurargli non poche discordie con l’Ordine francescano cui apparteneva.

Eppure Bacon era fermamente convinto che l’uomo potesse fare affidamento su due tipi diversi di esperienza. La prima, l’esperienza delle cose esterne, serve a fornirci la conoscenza dei fatti e delle cose che esistono concretamente fuori di noi. La seconda, esperienza interna, è dono di Dio, è illuminazione che ci guida laddove non possiamo arrivare con la sola ragione. In questo modo egli aveva riunito insieme una posizione “empirista” (cioè legata ai sensi) con una posizione mistica, ispirata ad Agostino di Ippona.

Nell’ottica di Roger Bacon la tecnica assunse un ruolo straordinariamente importante: essa era lo strumento che avrebbe migliorato la condizione di vita dell’uomo nel mondo approfittando di una vasta e piena conoscenza del mondo stesso e del suo funzionamento. Per questo motivo le scienze sperimentali diventano fondamentali nella comprensione della natura. Ma Bacon getta lo sguardo della sua immaginazione molto più lontano di quanto si possa pensare. Egli descrive macchinari ed invenzioni che oggi fanno parte della nostra quotidianità ma allora erano assolutamente impensabili. Nell’opera De secretis operibus artis et naturae (Sulle opere segrete dell’Arte e della Natura) egli afferma queste parole: “Arriveremo a costruire macchine capaci di spingere grandi navi a velocità più forti che un’intera schiera di rematori e bisognose soltanto di un pilota che le diriga. Arriveremo a imprimere ai carri incredibili velocità senza l’aiuto di alcun animale […]. Arriveremo a costruire macchine alate, capaci di sollevarsi nell’aria come gli uccelli”.

Chissà cosa doveva suscitare nell’uomo medievale l’immagine di una macchina volante o di un mezzo a motore? Nei numerosi riferimenti che Umberto Eco fa a Bacon all’interno del romanzo “Il nome della rosa” cogliamo, seppur frutto della penna dello scrittore, due atteggiamenti fondamentali verso il filosofo inglese. Da un lato il protagonista del romanzo, Guglielmo di Baskerville, si dice entusiasta delle convinzioni sostenute da Bacon, intravedendo in esse lo sforzo sincero di migliorare le condizioni di vita dell’uomo. Dall’altro lato alcuni monaci, che dialogano di volta in volta con Baskerville, si dicono scettici nei confronti degli strani progetti del frate inglese, se non addirittura ostili.

Cercando informazioni e riflessioni sull’argomento di cui sto parlando, ho incontrato una domanda che mi ha incuriosito e che riporto, tentando di trovare una risposta adeguata. C’è chi si chiede se, pensando a queste parole di Bacon sulla scienza e sulla tecnica scritte nel XIII secolo, non sia opportuno ridimensionare il ruolo dei grandi scienziati successivi come Leonardo, Galilei, Newton. Nell’introdurre le sue “fantasie tecnologiche” Bacon afferma una cosa che -credo- possa gettar luce sulla domanda: “Prima di tutto parliamo delle opere ottenute solo per mezzo della rappresentazione e del ragionamento inventivo”. Mi pare che da questa frase sia lecito cogliere l’atteggiamento generale di Bacon verso ciò che egli progetta: egli si è spinto ad unire insieme “rappresentazioni” conosciute per ideare macchinari nuovi. Agli scienziati successivi va il merito di aver accompagnato l’attività di progettazione (forse non del tutto originale) con una ricerca tecnica molto più rigorosa che ha permesso loro di sviluppare alcuni dei progetti ideati. Il piano baconiano è quello della ideazione, il piano di Galilei e Newton è già orientato alla realizzazione.

 

A questo punto ci si aprono due ultimissime riflessioni che, partendo da Bacon, muovono verso “altre spiagge”. Innanzitutto riprendiamo quel concetto di “stupore” che avevamo incontrato inizialmente. Possiamo ben dire che creasse stupore immaginare nel Medioevo ciò che sarebbe poi stato un treno, un sottomarino od un aereo. Ed ugualmente, compiendo un salto cronologico importante, possiamo immaginare lo stupore dei nostri nonni che dalla carrozza del primo Novecento hanno visto nascere gli space-shuttle. È lecito chiederci se le nostre aspettative dalla tecnica sono ancora così “stupefacenti” o se ormai siamo abituati ad uno sviluppo sempre maggiore e sempre migliore.

La seconda riflessione è altrettanto significativa, se non fondamentale. La tecnica prospettata da Bacon aveva il fine nobilissimo e semplice di migliorare la condizione di vita dell’uomo. Dobbiamo chiederci se questo obiettivo non abbia poi dato spazio ad abusi del progresso, compiuti nel nome di una Scienza che aveva già raggiunto il suo scopo. Dobbiamo insomma chiederci, senza pregiudizio e con onestà intellettuale, se anche per la tecnica esista o meno un confine. Ma questa è già un’altra storia.

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