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Rabindranath Tagore: tra mondo e divino

Generalmente i manuali scolastici contengono brani e spiegazioni relative ad autori della sola Europa e, talvolta, degli Stati Uniti. Dovreste cercare a lungo per trovarci autori veramente stranieri alla nostra cultura: magari dall’estremo Oriente o dall’immensa Africa od anche da alcuni paesi a noi vicini, come la Grecia o Israele, che ormai per consuetudine -davvero una brutta consuetudine- riteniamo “privi di letteratura” conosciuta. Di ciò non fatene una colpa verso gli insegnanti: è già un lavoro eccellente il riuscire a spalmare sulle poche ore a disposizione un programma didattico vastissimo e complesso. Se dunque la scuola si riserva il compito di dare un’istruzione sulla nostra letteratura, il resto del pensiero mondiale è materia di gruppi culturali, circoli, cenacoli e blog come il nostro. Così oggi partiamo dall’Europa per toccare le terre indiane di Rabindranath Tagore.

Tagore ha un ruolo eccezionale nella letteratura indiana e mondiale:egli si sforzò per tutta la vita di cercare una sintesi fra le varie culture del mondo. Egli immaginava una spiritualità che coinvolgesse gli elementi migliori del Cristianesimo e dell’Induismo: nei suoi testi parla di una divinità unica, propria delle religioni occidentali, che a sua volta si manifesta e si cela dietro a tutta la realtà. Il brano di cui vi parlo oggi è tratto dalla raccolta Gitanjali, un termine bengalese che significa “offerta preghiera di canzoni”. I testi erano scritti originalmente in bengalese ma nel 1913 Tagore volle pubblicarli in inglese per promuovere questo suo sforzo di conciliazione delle varie culture. Il risultato fu un successo clamoroso, una grande attività di traduzione in varie lingue ed infine il premio Nobel nello stesso anno: Tagore su il primo premio Nobel per la letteratura non europeo.

Mi hai fatto senza fine” è il primo verso del primo componimento di Gitanjali e ve ne riporto il testo perché possiate cogliere l’abilità e la spiritualità di Tagore.

Mi hai fatto senza fine                                                  
questa è la tua volontà.
Questo fragile vaso
continuamente tu vuoti
continuamente lo riempi
di vita sempre nuova. 

Questo piccolo flauto di canna
hai portato per valli e colline
attraverso esso hai soffiato
melodie eternamente nuove.

Quando mi sfiorano le tue mani immortali
questo piccolo cuore si perde
in una gioia senza confini
e canta melodie ineffabili.
Su queste piccole mani
scendono i tuoi doni infiniti.
Passano le età, e tu continui a versare,
e ancora c’è spazio da riempire.

Tagore riprende una tradizione mediterranea: già le tribù ebraiche che composero i libri della Bibbia conoscevano l’usanza di parlare di Dio con termini ed espressioni che ricordassero  la relazione d’amore fra un uomo e una donna (il “Cantico dei Cantici” è esemplificativo). Questa relazione potrebbe sembrare quasi mistica, un tu per tu con la divinità: ma Tagore la descrive con una semplicità ed un candore che ci rendono subito chiaro il suo vero sentimento. Trovo che l’immagine del vaso sia splendidamente semplice ed efficace: Tagore si paragona al vaso che viene riempito continuamente di vita, di vitalità.

Il suo linguaggio è fatto di tantissimi generi letterari uniti insieme: vi troverete le metafore, le preghiere, gli inni, le dediche e le invocazioni; in qualche modo tutta la letteratura si piega con ogni suo mezzo a servire questa elevazione spirituale del poeta a Dio. Il suo sforzo è comunque rivolto a renderci tutto l’insieme comprensibile e semplice: difficilmente troverete una poesia di Tagore che sia priva di paesaggi naturali, elementi naturali, paragoni alla natura. È come se Tagore dipingesse con le immagini naturali il paesaggio interiore alla sua anima. Così la sua poesia è allo stesso tempo semplice da comprendere ma complessa nei contenuti.

La letteratura di Tagore ci apre le porte di un modo di pensare diverso dal nostro: è il mondo di una fede nello spirito incrollabile, idilliaca e mistica. Egli percepisce la presenza della divinità in ogni cosa che lo circonda: tutto è divino e così ogni piccola esperienza, anche la più piccola, diventa una esperienza meravigliosa. Questi versi ci lasciano ad una ultima considerazione che mi ha suggerito una vecchia edizione di Gitanjali. Tagore pubblica in inglese nel 1913, all’alba di un conflitto mondiale che sta per esplodere e di una stagione di fervore nazionalista: il suo è un grido nel silenzio, l’appello alla pace, alla spiritualità, alla salvaguardia di un mondo che in ogni sua forma ed in ogni sua parte racchiude l’essenza della divinità.

Concludo questa breve ed incompleta escursione sulla poesia di Tagore riportandovi le parole del poeta inglese Yeats che ne compose la prima prefazione. Yeats è convinto che questi versi racchiudano un significato ben più profondo della semplice lettura ed auspica che la gente, dopo averli letti, vi mediti sopra ed arrivi a coglierne il senso profondo, magari vivendo la stessa esperienza divina di Tagore in ogni esperienza quotidiana. Le parole, riferendosi alle poesie di Gitanjali, recitano più o meno così: “[…] i viandanti li canteranno per strada e i barcaioli sui fiumi. Gli amanti mentre si aspettano […]”.

 

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