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Sapori d’amore

Non si tratta di gusti del gelato e nemmeno della coppia fragole e Champagne in un lussuoso attico di albergo, in perfetto stile Pretty Woman: i “sapori d’amore” non sono certo i cibi preferiti in tempi di innamoramento come una certa tradizione cinematografica e pubblicitaria ci ha insegnato, mostrandoci adolescenti che si consolano con calici di buon vino, povere ragazze scaricate che affrontano le pene amorose grazie ai “formaggi a goccia” e cantati innamorati in preda al gelato al cioccolato. I sapori dell’amore sono una questione molto meno culinaria di quanto possa sembrare: sono le sensazioni, le emozioni intimamente vissute e le riflessioni maturate da chi si trova nelle calde braccia di Eros. In particolare affrontiamo qui una visione dell’amore molto particolare: da Saffo ad Adele ci immergiamo in quelle storie nelle quali il sentimento diventa ad un tempo “dolce” ed “amaro”.

Presunto ritratto di Saffo (immagine da unevento.it)

È stata proprio Saffo la prima poetessa a coniare il termine “dolce-amaro” per descrivere quell’emozione che il dio Eros le infondeva nel corpo, con non pochi sconvolgimenti fisici e psichici. Saffo, nata in famiglia nobile, era stata preposta all’educazione delle giovani ragazze aristocratiche secondo quei principi di grazia, leggerezza e cultura che l’aristocrazia greca richiedeva alle donne. Fu tra queste giovani che Saffo conobbe le protagoniste dei suoi componimenti: erano adolescenti verso le quali essa nutriva un sincero amore, spesso tinto di una fortissima componente fisica, e alle quali rivolgeva parole sconsolate allorché queste venivano allontanate dalla comunità per contrarre matrimonio (Fortunato quanto gli dei a me pare colui che siede di fronte a te e da vicino ode la tua voce e il riso melodioso). Dicevo che spesso emergono forti componenti fisiche: nello stesso frammento da cui proviene il termine “dolce-amaro” Saffo dice “Scuote l’anima mia Eros / come vento sul monte / che irrompe entro le querce”; ancora in un altro componimento destinato alla fama grazie a Catullo lei afferma “Se appena ti vedo, subito non posso più parlare: la lingua si spezza: un fuoco leggero sotto la pelle mi corre. Nulla vedo con gli occhi e le orecchie mi rombano”. Sulla morte di Saffo la storia e la leggenda si confondono intrecciandosi: si dice che cercò il suicidio gettandosi dalla rupe dell’isola di Leucada poiché il pescatore Faone non la ricambiava nel sentimento. Ci rimangono frammenti che raccontano quanto l’esperienza amorosa possa essere “dolce ed amara”, fatta di attimi di gioia e momenti di angoscia nera. Ma la massima più significativa è racchiusa nel frammento 16: “alcuni un esercito di cavalli, altri un esercito di fanti / altri dicono che sulla terra nera sia una flotta di navi / la cosa più bella: / ma io dico che è ciò che si ama”.

I poeti Saffo ed Alceo (immagine da it.wikipedia.org)

Passano i secoli e a pensieri simili arriva anche il poeta italiano Francesco Petrarca. La storia vuole che egli venisse ispirato da un paesaggio naturale presso Fontaine-de-Vaucluse per comporre una delle canzoni più belle ed intense del suo Canzoniere, Chiare fresche et dolci acque.

Statua di Francesco Petrarca (immagine da it.wikipedia.org)

Accanto alla mirabile descrizione di questo paesaggio fluviale (sulle rive del fiume Sorgue), che diventa manifestazione naturale della grazia e della bellezza della tanto sospirata Laura, troviamo riferimenti che fanno al caso del nostro percorso. Al paesaggio naturale infatti si unisce l’intima speranza di Petrarca di esservi seppellito: “qualche grazia il meschino / corpo fra voi ricopra, / e torni l’alma al proprio albergo ignuda. / La morte fia men cruda / se questa speme porto”. Con questa scelta il poeta introduce all’interno della sua canzone il tema della morte, rincarato dalla descrizione del corpo morente come “carne travagliata ed ossa”: ad un lettore che conosca Petrarca risulterà evidente che parte di questo travaglio era causato da Laura e dai patimenti che essa provocava nell’animo del poeta. Ma se la morte introduce l’elemento “amaro”, subito arriva la consolazione. Alla bellezza del posto (riflesso della presenza di Laura) si unisce anche la convinzione che proprio la donna amata verrà in futuro a cercarlo in quel luogo: “Tempo verrà ancor forse / ch’a l’usato soggiorno / torni la fera bella e mansueta, / et là ‘ ov’ ella mi scorse / nel benedetto giorno / volga la vista disiosa et lieta, /cercandomi…”. L’attesa della morte, la speranza che Laura venga a cercare il poeta nel luogo dove già si erano in passato incontrati, la certezza (forse malinconica ?) che lei non lo troverà vivo: così Petrarca unisce dolce ed amaro nella sua canzone e si giustifica nobilmente “credendo esser in ciel, non là dov’era”.

Un nuovo salto di tempo (stavolta meno ampio) lascia Petrarca al suo fiume d’amore per portarci nei salotti parigini del primo Ottocento: ad attenderci è Violetta Valéry, celeberrima protagonista dell’opera verdiana La Traviata (1853). Si sa che l’opera talvolta è un ambiente fatto di sospiri languidi e ingessature ma il più delle volte dietro a questa immagine si nascondono sentimenti veramente vissuti e riflessioni profonde sull’uomo e su tutto ciò di più intimo gli è connesso. Proprio in una stanza del palazzo di Violetta dobbiamo immaginare una conversazione/dichiarazione fra lei e l’amato Alfredo Germont. Le parole che Alfredo le rivolge sono queste: “Un dì, felice, eterea, / Mi balenaste innante, [mi capitaste davanti, n.d.a.] / E da quel dì tremante / Vissi d’ignoto amor. / Di quell’amor ch’è palpito / Dell’universo, Dell’universo intero, / Misterioso, altero, / Croce e delizia cor”. Si parla d’amore in due termini: da un lato questo è croce per i cuori che si affannano (e mai come in quest’opera conosciamo i turbamenti d’amore di una donna che, non a caso, è definita “traviata”) ma è anche delizia di due giovani che nutrono un sincero sentimento e che vengono trasportati dalle gioie della passione. Non escludo che l’amore in quest’opera occupi un posto anche “salvifico”: è grazie all’amore per Alfredo che Violetta, prima donna di mondo, si accosta ad una dimensione più “familiare” e meno cortigiana della vita, al punto da vendere per lui tutti i suoi beni per non sembrare la “mantenuta”.

Placido Domingo nei panni di Alfredo e Teresa Stratas come Violetta nella Traviata (immagine da lacomunidad.elpais.com)

La storia concluderà poi nel solo modo in cui poteva concludere una tale relazione a metà Ottocento: la vicenda amorosa tra Alfredo e Violetta è bella, romantica ed affascinante ma pur sempre passeggera e la morte di lei ne sancisce la fine. Per uno spettatore ottocentesco, pur appassionato della relazione, sarebbe stato uno scandalo vedere le nozze tra un giovane rampollo di famiglia ed una “cortigiana”: al contrario, con la morte Violetta viene eroicizzata (Ah della traviata sorridi al desìo / a lei deh perdona, tu accoglila, o Dio) e Alfredo è libero di contrarre nozze “per bene”.

 

Fotoritratto di Adele (immagine da rockol.it)

Arriviamo all’ultimo tassello del nostro percorso ed entriamo nel dominio della quotidianità: ci occorrono le parole di una notissima canzone di Adele, Someone like you. Ancora una storia d’amore ma stavolta conclusa: la cantante sta rivolgendo le ultime parole ad un ex. Non sono parole d’astio ma cariche di un autentico affetto il quale fa sì che, anche separandosi, i due rimangano qualcosa di importante l’uno per l’altra: “Never mind, I’ll find someone like you, I wish nothing but the best for you, too, Don’t forget me, I beg[non importa, troverò qualcuno simile a te, ti auguro il meglio, non dimenticarmi, te ne prego]. I versi interessanti per noi cadono dopo il secondo ritornello, quando la cantante afferma che della loro relazione non resta altro che i ricordi: “Nothing compares, No worries or cares, Regrets and mistakes, they’re memories made, Who would have known how bittersweet this would taste?” [niente a confronto, nessuna paura o preoccupazione, rimpianto o errore, solo ricordi. Chi avrebbe detto quanto dolce-amaro questo sarebbe stato?]. La centralità di quel ”bittersweet” è simbolica: è il sapore dolce-amaro ad essere rimasto attaccato a quei ricordi. Tali memorie sono dolci poiché legate ad una storia d’amore ma non possono che essere allo stesso tempo amare, dal momento che la relazione è finita.


Si conclude così il piccolo percorso sui sapori dell’amore. Sicuramente qualcosa sarà stato dimenticato, tralasciato o del tutto ignorato. Forse qualcuno avrebbe preferito davvero i gelati al cioccolato o le fragole con Champagne che menzionavo all’inizio. Se non altro, leggendo l’articolo, spero veramente che vi sia nato lo stesso mio sospetto e cioè che passano i secoli ma certe riflessioni, certi sentimenti, certe conclusioni appartengono intrinsecamente all’uomo ed al suo modo di esprimersi.

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