Scene di vita nella Roma di Giuseppe Gioachino Belli Reviewed by Momizat on . Giuseppe Gioachino Belli è una delle figure più singolari ed interessanti della Roma papale alla metà del secolo decimo nono: benestante, poeta, dedito alla ple Giuseppe Gioachino Belli è una delle figure più singolari ed interessanti della Roma papale alla metà del secolo decimo nono: benestante, poeta, dedito alla ple Rating:
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Scene di vita nella Roma di Giuseppe Gioachino Belli

Giuseppe Gioachino Belli è una delle figure più singolari ed interessanti della Roma papale alla metà del secolo decimo nono: benestante, poeta, dedito alla plebe ma con convinzioni reazionarie.

Ritratto di G. G. Belli (immagine da belpaese2000.narod.ru)

La sua poesia offre certamente uno scorcio notevole sulla Città Eterna che proprio allora viveva la delicata fase del Risorgimento italiano, il palcoscenico degli uomini che avevano incluso anche Roma nel processo di unificazione.

La vita di Belli si apre proprio in uno scenario di lotte e ciò lascerà il segno sulle sue convinzioni politiche. Nel 1798, quando egli aveva solo sette anni, i rivoluzionari giacobini entravano a Roma fondando la Prima Repubblica Romana in linea con la politica francese: la famiglia Belli fu costretta all’esilio napoletano e alla confisca di tutti i beni romani. L’aver vissuto il dramma dell’esilio a sette anni portò il Belli adulto ad assumere posizioni contrarie alla Seconda Repubblica fondata da Mazzini nel 1848 con la fuga del papa a Gaeta: in un sonetto egli si riferisce sarcasticamente al triumviro dicendo “Signor Giuseppe mio, che ve ne pare / di questi popolacci papalini / che rinnegano voi, Saffi, Armellini / e messer Belzebù vostro compare / per rimetter sul trono e sull’altare / un prete che non ama gli assassini […]?”.

Catturati dalla ironia di questi versi non dobbiamo cedere alla convinzione che Belli fosse un fervente e devoto sostenitore del pontefice romano. Al contrario, egli provvede a ritrarre, nel suo disegno poetico della città romana, una immagine del papa tanto sarcastica quanto quella di Mazzini. In cima alla società cittadina sta il pontefice che racchiude in sé il cuore decisionale dello Stato Pontificio: “Lui l’aria, l’acqua, er zole, er vino, er pane / li crede robba sua: E’ tutto mio; / come a sto monno nun ce fussi un cane. / E cquasi quasi goderìa sto tomo / de restà ssolo, come stava Iddio / avanti de creà ll’angeli e ll’omo.” [il papa crede cose sue l’aria, l’acqua, il sole, il pane: è tutto mio! Come se a questo mondo non ci fosse un cane (oltre a lui). E quasi quasi questo furbacchiore vorrebbe restare solo come Dio prima di creare gli angeli e l’uomo]. Per quanto ironiche, le parole di Belli devono essere messe a confronto all’ambiente sociale in cui crebbe: grazie ai pontefici riottenne i beni della famiglia e conobbe personalmente alcuni cardinali fra i quali Mauro Cappellari, futuro papa Gregorio XVI. Lo scorso secolo un critico letterario, Guido Almansi, definì Belli “artista supremamente contraddittorio, […] mangiapreti e mangiagiacobini”.

Monumento romano a Belli (immagine da deaminerva.blogsport.it)

La caratteristica più evidente della poesia di Belli è il romanesco, lingua impiegata nei versi per ritrarre la “plebe” di una città che a fatica si avviava a conoscere la modernità. È proprio alla plebe che Belli vuole elevare “un monumento”: ciò fa di Belli, insieme al milanese Carlo Porta, un importante esempio di poesia dialettale popolare. Dal ritratto del caffettiere che si improvvisa filosofo (“fisolofo”) davanti ai chicchi di caffè macinati (“E ll’ommini accussì vviveno ar monno / misticati pe mmano de la sorte / che sse li ggira tutti in tonno in tonno” [così vivono gli uomini a questo mondo: mescolati per mano del destino che se li rigira tutti in tondo]) alla descrizione della frugale cena plebea (“quarche vvorta se fàmo una frittata / che ssi la metti ar lume sce se specchia / come fussi a ttraverzo d’un’orecchia / quattro nosce, e la scena è terminata” [qualche volta ci facciamo una frittata che se la metti contro luce è trasparente come fosse attraverso un orecchio, quattro noci e la cena è terminata]), tutto il panorama popolare romano è ritratto come una grande veduta d’insieme, con i toni, i linguaggi e le espressioni della plebe stessa. Gogol’ racconta che, avendo conosciuto Belli a Roma, apprezzò vivamente le sue poesie nelle quali “vi è tanto sale ed arguzia e vi si riflette fedelmente la vita degli odierni Trasteverini”.

La critica fu comunque molto altalenante su Belli, specie quella italiana. Sia Carducci che Croce gli attribuirono una grande perizia artistica ma ne condannarono definitivamente la forma, relegandolo a poeta “cittadino della Roma papale” (Croce), quasi un provinciale. Se è lecito attribuirgli, a distanza di due secoli, il merito di aver dipinto con le parole il ritratto della società popolare romana, certo con le sue contraddizioni, ma pur sempre con passione e impegno, credo sia altrettanto lecito esprimere un giudizio meno severo di quello di Croce, vedendo in Belli l’espressione, seppur molto contraddittoria, di un’epoca e di un luogo ben precisi, con i pregi e i difetti che a questo sono connessi. Belli in un suo sonetto celebra la fine del mondo, ottimo brano per accogliere la fine dell’articolo:

“All’urtimo usscirà ‘na sonajjera

d’angioli, e, ccome si ss’annassi a letto,

smorzeranno li lumi, e bbona sera!”

[all’ultimo uscirà una schiera sonante di angeli e, come se andassimo a letto, spegneranno le luci e “buona sera”!]

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