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Shadow-L’ombra

C’era una volta il cinema italiano di genere. Con l’espressione “cinema di genere” si è soliti indicare un certo tipo di cinematografia, emulante i film d’exploitations e i B-movies, sviluppatasi in Italia tra gli anni ‘60 e la fine degli anni ‘80. A sua volta il cinema di genere prevede sette filoni principali, tre dei quali, in quegli anni, ci venivano invidiati dal resto del mondo: lo spaghetti western, il giallo all’italiana e il poliziesco.

Autori quali Mario e Lamberto Bava, Dario Argento, Elio Petri, Lucio Fulci, spopolavano in Italia, nonostante le critiche negative dei più puritani e snob, e facevano conoscere questo tipo di cinema in tutto il mondo. In anni recenti autori italiani quali Francesco Gasperoni, i Manetti Bros., Ivan Zuccon e Pupi Avati hanno invano tentato di percorrere la strada tracciata dai maestri della golden age orrorifica.

Dove non è riuscito un regista, però, ha trionfato in pieno un cantautore.

Shadow – L’ombra” di Federico Zampaglione rappresenta una validissima alternativa ai torture porn rothiani e una luce nel buio del panorama cinematografico italico.

Secondo film da regista del leader dei Tiromancino dopo la commedia noir “Nero bifamiliare”, girato interamente in inglese per trovare una distribuzione estera (vero grande problema del cinema italiano), l’opera è stata indicata dai fan e dai critici come esempio di “rinascita del cinema italiano” ed è subito assurto allo status di piccolo cult fra gli appassionati del genere.

Protagonista del film è David, giovane reduce della Guerra d’Iraq, deciso a dimenticare le “ombre” di guerra, dedicandosi ad un rilassante biking tour in una zona imprecisata in Europa. Qui conosce una ragazza, e tra i due si crea immediatamente un forte legame empatico, e due cacciatori che daranno loro la caccia, per un puro senso di prevaricazione e che trasformeranno il giro in bike in una spirale sempre più spaventosa, peggiore persino dell‘esperienza in guerra. Oltre a questo incontro , se ne aggiunge un ultimo, il “definitivo”, con “l’ombra” per eccellenza…

Dopo la prima mezz’ora adrenalinica ed esteticamente perfetta in cui Zampaglione dimostra tutta la propria conoscenza per quanto riguarda la ricerca e la creazione di ambienti scenografici da film thriller e una notevole abilità nel muovere la macchina da presa, il film, anche a causa di una sceneggiatura, in alcuni punti, debole, perde parte della carica di partenza per ancorarsi a stilemi già visti nei peggiori film di genere, quali i due “Hostel”. Per fortuna la sofferenza dura poco ed è apparente. Gli ultimi dieci minuti sono caratterizzati da un twist ending, forse fin troppo grande, degno del miglior Shyamalan, che ribalta la visione dell’intero film e che rende perdonabili alcuni errori e testardaggini incomprensibili di sceneggiatura. E con essi parte l’immancabile carica di similitudini, metafore e parallelismi simbolici che è meglio non rivelare, per non rovinare la visione e che rendono necessaria l‘inquadratura del film sotto un‘ottica diversa.

L’opera seconda di Zampaglione ha assunto lo status di cult, amato dai feticisti del genere horror, per la costruzione narrativa diversa, almeno in parte, da quella dei soliti film horror, per l’atmosfera stilistica raffinata simile a quella dei suoi grandi maestri Argento e Bava, per il fatto che ogni oggetto del film è carico di significati nascosti e simbolici (le fronde degli alberi in moto immersi in un’ atmosfera “ombrosa” e nebbiosa rappresentano una natura non così tanto benigna, alla “The Village”, per fare un esempio…), per la creazione della colonna sonora in stile Goblin, etc.

Gli stilemi tipici del film horror vengono rispettati ma sono trattati dal regista con una particolare cifra stilistica che trasforma il film in un’opera inaspettatamente e fortunatamente isolata nello sterile panorama filmico horror internazionale: non mancano infatti scene ambientate in ambienti plumbei, l’incontro con una ragazza che mette in moto la vicenda, l’incontro con i due/tre personaggi cattivi, ed infine quello con il male per eccellenza.

Zampaglione non cerca il facile rifugio in effetti splatter, per attirare gli spettatori più giovani e più “pop corn e coca cola”, ma contiene il tutto e crea un giusto connubio tra gore e thrilling, degno dell’Argento pop di “Profondo rosso” e di “Suspiria”, privato però del carattere sovrannaturale e fantastico. Passato in sordina in Italia, “Shadow” ha ottenuto il giusto successo di pubblico e di critica all’estero, e ha dimostrato che spesso è più facile vendere sul mercato internazionale un film horror a basso budget, animato da un giovane regista appassionato, che una serie di film autoriali realizzati da autori che non sono più tali ma che cadono, ad ogni nuova opera, in un eccesso di sequenze già viste, che parodiano se stessi, ma che puntualmente ottengono i fondi monetari ministeriali. Adesso attendiamo, carichi di aspettative, il ritorno di Zampaglione con “Tulpa”, scritto con Dardano Sacchetti.

Voto: ★★★

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