Sono diventato automatico Reviewed by Momizat on . Le mie risorse venivano continuamente amplificate da uno stato di emergenza. Stavo male. Ma di un male dolce, consolatorio. Forse mi trovavo di nuovo dall'altra Le mie risorse venivano continuamente amplificate da uno stato di emergenza. Stavo male. Ma di un male dolce, consolatorio. Forse mi trovavo di nuovo dall'altra Rating:
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Sono diventato automatico

Le mie risorse venivano continuamente amplificate da uno stato di emergenza. Stavo male. Ma di un male dolce, consolatorio. Forse mi trovavo di nuovo dall’altra parte e non lo sapevo. Quando un luogo è sconosciuto è come non esserci dentro. È come stare dentro e fuori, contemporaneamente. La foce del fiume non era lontana, ma dall’angolazione con cui era orientata la finestra non si riusciva a vedere nulla, eccetto i mucchi di conchiglie deformi. Sabbia, colori gialli, terra bruciata un po’ dappertutto. Lo spazio oscuro da cui potevo intravedere elicotteri e scienziati aveva un che di rassicurante. Vedevo le loro impronte, le loro ombre, sebbene fossero svaniti da tempo. Era come sentirsi immersi in un tappeto orientale, ammirare le vetrate di una chiesa abbandonata. Le arcate, il fregio, il marmo: tutto in una volta che quasi non lo puoi sopportare. Quelle immagini umane ormai evanescenti emanavano un’aura bluastra, come avvolte da una brezza che sconvolge. L’aria era unica e intatta, pregiata, garbata nei modi, socievole.

I giorni si susseguono tutti uguali e tutti diversi per un unico, piccolo particolare in questa zona desolata. Ma non vi dirò quale. Quando tramonta il Sole non ci sono vincoli allo scorrere del fiume antico contro la mia finestra. Quando invece c’è luce è come se rallentasse. Non me lo spiego e non se lo spiegano nemmeno gli uccelli. Sto sempre nello stesso posto, che sia la riva sinistra o quella destra è dentro uno di questi argini che mi trovo. La finestra è incastonata nel cemento: da qui posso vedere tutto, o quasi. Gli argini non permettono variazioni. Se ti trovi da quella parte ci rimani. Se stai dall’altra puoi cercare di costruire un ponte mentale da cui fuggire. Per arrivare inevitabilmente nello stesso, simmetrico argine. In mezzo ci sarà ugualmente il fiume, talmente antico che l’acqua scorre lenta, con sopra la polvere. Le stelle si vorrebbero specchiare tremolanti sulla superficie ma non ce la fanno. È troppo rapido l’incedere della vita. Tutto in un istante. E allora cerco di rallentarlo stando qui. Non è poi così male, anche se ha l’aspetto di una zona denuclearizzata.

Sotto l’acqua impenetrabile ci deve essere un altro mondo, forse più d’uno, che non puoi capire. E non è che non esista solo perchè non lo vedi. Guardalo, se puoi. È curioso come quando si pensa ci si riferisca a sé stessi dandosi del tu. Un insieme di gabbiani intanto corre verso un quadro evolutivo dipinto nel cielo e si sofferma sul cornicione della piccola torre di controllo. Si appostano tutti in fila, ordinati e con il becco all’ingiù: mi guardano? Non puoi reagire a uno sguardo vacuo. Loro possono tranquillamente tuffarsi, spaccare la superficie, trovarsi di colpo nell’altro mondo, afferrare uno di quegli esseri guizzanti e ritornare sul cornicione per divorarlo. Saremo arrivati in fondo finalmente, il giorno in cui ci capiremo senza parlare fra specie diverse. Mi trovo quasi sulla foce, abbastanza vicino alla spiaggia: è per questo che gli uccelli riescono a risalire fin qui. Ci sono diversi interpreti della marea in una distesa arenaria di resti accatastati. Forse sono carcasse, ossa, detriti, ma non c’è neanche una pianta. Quelle se ne stanno al sicuro, Altrove. Pensieri di foreste, sogni di foreste, mi tormentano e mi deliziano. Forse il guardiano del faro a poche centinaia di metri da me sta pensando la stessa cosa. Ma è più probabile si stia facendo un solitario. Io sono di poche parole, lui è muto. Conifere infinite lungo coste frastagliate, al Nord. Quelli sono pensieri freschi.

Le foreste sembravano risparmiare gli insediamenti umani, un tempo. Non avremmo mai potuto vincere noi, che ci credevamo i padroni. Loro sapevano aspettare. E hanno aspettato per secoli. Intanto però pochi di noi sono ancora qui e costruiscono strutture. Una gru porta un carico al di là del sombrero di quel giovane colorito. Un turbine di stormi di gabbiani si scontra e si contrappone a quella forma innaturale starnazzando all’unisono. Qui vicino ci dev’essere una città. Si avvertono dei suoni ovattati, condotti dalle acque polverose. Io e il guardiano, che siamo verosimilmente le uniche persone che abitano la riva del fiume, immaginiamo l’attività frenetica che si consuma oltre la piccola collina morenica invasa dagli arbusti. Evasi che si spaventano al suono delle sirene. A un incrocio, tra le rovine, si incontrano vispi consiglieri del piano intellettuale. Un minimo sussurro di risacca conduce le papere fra i tetti del mare, ma è solo un laghetto artificiale. Loro non lo sanno, lo chiamano mare. Anziani in divisa da anziano le nutrono inconsapevoli della reciproca indifferenza che si annida fra specie diverse. Non ci sono cavi elettrici sulla rotta per l’ascensore del palazzo più alto e i vetri dell’arcata interna si dipingono di lische di pesce. Nessuna città profuma a causa dello smog, invece questa sì. Ma i pescatori se ne tengono alla larga.

La voglia di vacanze sotto i cappelli dei topi altolocati si distingue per la propria necessità, ricca di inventiva. Immaginiamo che essi abbiano preso il sopravvento sugli umani molti anni orsono. Tutti questi personaggi non esistono più, sono ombre, come gli scienziati della spiaggia. Ora la città è controllata dai topi. Epoche distanti si percorrono in un attimo. Quel fumo, quelle industrie annerite, servono solo a produrre cenere. Ed essa scorre a ritroso fino al posacenere, ormai obsoleto. Mentre cantano i coleotteri, ci verranno incontro una serie di semafori intermittenti che trascorrono le ferie lontano dal traffico. Il nemico è sempre dietro l’angolo se siamo sempre di più. Ma sono loro, oltre la collina, ad essere sempre di più. Qui noi siamo solo due, o forse tre. Ci sei anche tu, da qualche parte. Berremo una grande quantità di succo di miniera per consolidare le certezze dei topi operai sulla produzione di un liquore che mi ricorda l’infanzia. Quelli lavorano sempre. Basta che non inquinino ciò che si trova da questa parte. Qui dove scorre il fiume la natura, per quanto pietrificata, si mantiene intatta. Nel mio argine in cui è sospesa la finestra che mi sono creato dopo essere fuggito dal cortile della prigione il tempo si è fermato. Scorre, ma in modo diverso. Lì dove stavo prima era pieno di animali antichi, correvano velociraptor senza collare; ma sarebbero stati altri a farsene un problema. Me ne sono andato in silenzio, e nessuno si è accorto di me.

Negli spazi fra i misuratori del calore un giallo spento si distingue in luminosi vortici: è il segnale, presto il clima cambierà. È buio e nero il significato urlante di una pioggia estiva. Meglio prepararsi. Non avvista mai nulla, non c’è alcuna novità o scoperta per colui che dal suo faro se ne sta paziente a osservare incessantemente l’orizzonte. L’unica sfuggente certezza sono i panifici. L’odore del pane a volte arriva fino a qui. Non sappiamo perchè i topi si ostinino a produrlo, dato che non lo mangiano. Forse è una forma di rispetto verso la specie che hanno sterminato solo pochi secoli prima. Ma si stanno sciogliendo anche loro ormai fondenti nel mezzo di un discorso sui tulipani. Si sono riuniti, splendidi topolini tirati a lucido nel salone delle feste, e ne hanno discusso, dei tulipani. Da essi hanno creato quella nuova droga sintetica in grado di ammazzarci tutti. A parte qualche significativa eccezione. Mezzo chilo di accendini usati è stato sufficiente per fabbricarmi un antidoto. Per qualche misteriosa forma di contatto telepatico, anche il guardiano del faro ha avuto questa illuminazione. Io l’ho chiamato succo di miniera, lui probabilmente l’ha bevuto e basta. Per sicurezza continuo a iniettarmelo a intervalli regolari. L’effetto dura qualche giorno, poi si spegne in un vortice di piccole piante solitarie. Tornerei nella foresta solo per sentirla cantare. La musica del suo volere rotea e si diffonde, irradia un Sole stanco di schiuma marina. Pagine di volute a spirale si consumano e ritornano alberi quando le colonne si dischiudono con innumerevoli gesti. Mescolare bianco d’uovo con le mie esperienze. Questo è ciò che cerco di fare da tre giorni. Magari migliorerebbe il sapore dell’antidoto. Della vita. E quando ci riuscirò sarò forse in grado di notare la differenza fra criceti e penne. Adesso riconosco solo alcune forme elementari. Dannata umanità tracotante di superbia. Ecco dove siamo finiti. Non correremo più sulle autostrade di gesso impennate verso il cielo, ma sulle nubi di fosforo in lontananza. Queste nubi stanno spingendo via tutte le persone dalla Terra. La città oltre il colle è solo l’inizio. I topi sono furbi, ma siamo stati noi a condannarci, diversi secoli fa, quando si era in tempo, adesso no.

Il guardiano del faro si era ritrovato circondato dalle sue stesse proiezioni, smarrito tra gli specchi deformanti. E allora cercava di osservarle tutte, mentre si prendevano gioco di lui. A volte lo invidiavo. Lui se ne stava in alto, io a pelo d’acqua. Dovevamo necessariamente smettere di pensare alla città. Smettere di ricordare. Il guardiano probabilmente aveva smesso da tempo perchè si sentiva sprofondare in un caleidoscopio di pensieri allucinanti e non sapeva più come uscirne. E non ne era uscito, si era semplicemente limitato a sparire. Doveva essere scomparso. Non avvertivo più la sua presenza. Io forse ci sarei riuscito, sarei rimasto intatto, e infatti a volte ripensavo a quelle antiche forme. Non credo fosse un atto volontario, potrei dire di essere diventato automatico. Sì, sono diventato automatico.

Queste sono le ultime tracce dei pensieri che mi si sono incollati nella mente il giorno in cui ho capito di essere l’unica ombra rimasta nei pressi del fiume. Probabimente il mio corpo giaceva sepolto da qualche parte nei pressi dell’argine. Sopravviveva la mia aura, e nessun’altra. Ma mi sbagliavo. C’era ancora qualcuno. L’ultimo spettatore rimasto era un bambino vestito a festa, con un viso allungato, un muso si potrebbe dire, e dei baffetti tesi e vispi, curioso e sveglio, che un giorno fischierà la fine dell’incontro e se ne andrà pure lui. Magari qui con me, a guardare la polvere, la torre, i gabbiani, e immaginare il meraviglioso mondo sommerso appena al di sotto della superficie, il mare vicino e la città dei topi, al di là della collina.

 

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