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Umberto Saba: al Teatro degli Artigianelli

Macerie attorno a Ponte Vecchio

Agosto 1944: le truppe alleate, accolte ed aiutate dalle file partigiane, liberavano la città di Firenze dall’occupazione tedesca. Era stata una occupazione profondamente odiata per le atrocità commesse sulla popolazione. Il 19 marzo i lavoratori in sciopero venivano concentrati nel convento delle Leopoldine e deportati, numerosi uomini e donne venivano assassinati per sospetti e cautele tedesche e quando i fiorentini scapparono da piazza Tasso per timore di essere rastrellati, le camionette fasciste non esitarono a fare fuoco sulla popolazione (17 luglio 1944) per poi scappare verso il Nord portando con sé i documenti delle stragi. Questi sono solo pochissimi dei drammatici eventi a cui furono sottoposti i fiorentini che, per parte loro, non smisero mai di dimostrare la fiera tenacia di una popolazione che resiste alla più cruda delle occupazioni. Fervente nella città di Lorenzo il Magnifico era il CTNL, costola toscana del Comitato di Liberazione Nazionale che coordinò tutte le attività belliche. Ma nella città madre dell’arte e della cultura italica non poteva mancare il sostegno morale alla popolazione: dunque occorre ricordare la straordinaria e coraggiosa iniziativa di Radio Cora, emittente vicina al Partito d’Azione, che dal 15 giugno 1944 riprende le trasmissioni spostando continuamente la propria postazione urbana per non farsi trovare. Nella liberazione fiorentina trovarono morte anche illustri uomini come Giovanni Gentile, assassinato dagli uomini del CLN fiorentino che scaricarono sul filosofo la rabbia per le atrocità commesse sulla popolazione dagli occupanti: inutile chiedersi se fu una azione giusta (potrebbe mai un assassinio esserlo?) così come è insensato dire che Gentile, massimo teorico italiano dello Stato fascista (nel Manifesto degli intellettuali fascisti del 21 aprile 1925 e nella riforma che porta il suo nome) non fu un vero fascista.

7 settembre 1944: i partigiani sfilano per e strade della città accolti dall’acclamazione popolare e sciolgono le formazioni alla presenza del generale americano Mickie. La città è quasi del tutto liberata e la cultura ri-fiorisce: i giornali scrivono della cacciata dei tedeschi e l’intellettuale Piero Calamandrei apre nuovamente l’università. La guerra non è ancora finita ma al posto suo, come un fiore in un prato di sterpaglie, sboccia la speranza. Proprio in Firenze all’alba della liberazione si trovava anche Umberto Saba, appena sfuggito ai rastrellamenti antisemiti. In una sua poesia egli raffigura (ed in parte celebra) la crescente speranza dei fiorentini in quei giorni di fortissima emozione e di ritrovata libertà: Teatro degli Artigianelli.

Umberto Saba

Non poche furono le osservazioni che ricevette Saba per il verso iniziale: “Falce martello e la stella d’Italia / ornano nuovi la sala! Ma quanto / dolore per quel segno su quel muro!”. Saba si trova al Teatro degli Artigianelli dove è stata appesa una bandiera comunista: nel menzionale tale dettaglio molti hanno letto il carattere politico della poesia. Ma lo stesso Saba ha detto che “passò per essere una poesia volutamente comunista. Lo è per l’”ambiente” e per il verso iniziale. […]In realtà Saba si commosse assistendo, dopo la lunga orribile prigionia, ad una rappresentazione popolare, dentro la cornice di uno di quei teatrini suburbani sempre cari alla sua Musa.” (Storia e cronistoria del Canzoniere). Rispetto al dolore, esso il marchio della fatica spesa dai fiorentini per guadagnarsi la liberazione e la libertà di poter appendere al muro ciò che ciascuno preferiva: una libertà che in un sistema totalitario come quello nazi-fascista non era, e non poteva essere, concessa.

Poi inizia lo spettacolo. Entra un uomo che diverte i bambini e le donne con piccole ironie sulla situazione politica (chiude: “E adesso / faccio come i tedeschi: mi ritiro”) che non possono nascondere in parte una lieve amarezza per la grande sofferenza trascorsa nei mesi precedenti: innegabile però è che tale sofferenza sta lasciando il posto a qualcos’altro, così come nelle proprie vicende individuali non è infrequente che ciascuno sorrida riferendosi a problemi che ha patito e superato. Il presentatore (ribattezzato Prologo) ha anche un compito superiore: egli “Dice, timido ancora, dell’idea / che gli animi affratella […];”, egli è custode pubblico e spettacolarizzato del sentimento di fraternità che ha accompagnato gli uomini nella liberazione e della grande speranza in un cambiamento e in una ricostruzione che non tarderà a venire.

Umberto Saba (seduto)

A sollevare gli animi umani è il vino, “l’amico dell’uomo, cui rimargina ferite, / gli chiude solchi dolorosi; alcuno / venuto qui da spaventosi esigli, / si scalda a lui come chi ha freddo al sole.”. Attraverso il vino si ricostruisce una dimensione “collettiva”della vita: gli uomini si stringono, parlano insieme, raccontano la propria esperienza e rimarginano così le ferite (i solchi dolorosi) così come un uomo che ha freddo si espone al sole che lo inonda di calore. Ma in questo caso il calore è umano. Proprio per questo motivo ritengo che quel vino rappresenti qualcosa di più alto del semplice succo d’uva: il suo riferimento superiore è il “bere insieme”, un simposio dove gli uomini si stringono uniti e si confrontano.

La sentenza monumentale con la quale Saba conclude la sua poesia chiude la rappresentazione precedente in un circolo di grandezza e affetto, velati dalla sofferenza che li accompagna a pochissimi passi di distanza ma affiancata dalla speranza. “questo è il Teatro degli Artigianelli […] / un giorno / di Settembre, che a tratti / rombava ancora il cannone, e Firenze / taceva, assorta nelle sue rovine”. La quiete ed il silenzio sono gli ultimi tasselli del mosaico messo insieme da Saba. Vi è chi ha letto in questo l’innegabile amarezza che accompagna il poeta nella sua raffigurazione. Ma, come dicevo prima, è una amarezza sensata che non esclude la speranza. Il mezzo di questa speranza è l’arte. È solo riunendosi e facendo qualcosa di artistico che gli uomini ricostruiscono una propria identità ed un sentire comune, anche nelle circostanze così drammatiche di quei giorni. I giornali, l’università aperta, i teatri suburbani e gli spettacoli: è solo un unico sforzo, un grande tentativo, attraverso lo studio, l’informazione e la risata, di introdurre normalità in una vita sporcata dall’orrore degli omicidi e delle deportazioni. Lo sanno bene i cittadini milanesi che all’alba della liberazione vollero fortissimamente la ricostruzione del Teatro Alla Scala e, alla inaugurazione con Toscanini, il giornalista Filippo Sacchi disse “quella sera [Toscanini] non dirigeva soltanto per i tremila che avevano potuto pagarsi un posto in teatro: dirigeva anche per tutta la folla che occupava in quel momento le piazze vicine, davanti alle batterie degli altoparlanti”.Questo è il sentimento di identità e di comunità che la cultura invoca e alimenta.

La cupola di Brunelleschi spunta dalle macerie

In un momento di crisi e di fortissima difficoltà pare oggi del tutto insensata la via culturale. Probabilmente l’uomo ritiene superfluo investire su di essa poiché non produce profitto o perché si ha la presunzione di potersi salvare da soli, come è tipico del cittadino “privato”. Ma ritrovando lo stesso sentimento di vicinanza tra gli uomini potremmo veramente tessere una tela di fratellanza: non per riempire la giornata di risate vergognose che ci facciano dimenticare i problemi, ma per partire proprio da questi e dalle loro soluzioni nella ricostruzione di un nuovo modo di convivenza solidale e fraterna. La cultura unisce da quando gli uomini preistorici si radunavano a dipingere animali nelle grotte. La cultura può farlo ancora!

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