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Un inno alla gioia

Scrivere un inno alla gioia è impressa ben difficile. Le banalità, i luoghi comuni, le frasi già fatte e sentite sono dietro l’angolo, pronte ad offrircisi mentre scriviamo. A molti potrebbe sembrare uno di quei temi come “l’amore” o “il bello” che sanno spremere dagli studenti considerazioni talvolta curiose, spesso insignificanti, sempre veloci a causa dei tempi scolastici. E poi come parlarne? Meglio parlare della gioia osservando i casi concreti o piuttosto riferirsi ad essa come una forza superiore all’uomo e dunque non limitabile alla concretezza? Meglio parlarne con una prosa od utilizzare i versi?

Friedrich Schiller (foto da filosofico.net)

Insomma, scrivere della gioia è davvero un lavoraccio, sempre esposto all’errore, all’ovvietà e alla soggettività dell’autore. Eppure leggendo quell’Ode alla gioia di Friedrich Schiller pare che diverse delle questioni che ho elencato trovino una soluzione. Il brano è famosissimo poiché venne impiegato da Beethoven come testo di riferimento per il quarto movimento della Nona sinfonia , composta tra il 1822 e il 1825 quando la sordità già affliggeva completamente il maestro tedesco. Nel miracolo che le note riescono a costruire, pensando allo sforzo umano che sta dietro di esse, anche il testo di Schiller acquista nuova e particolare luce risaltando i punti fondamentali dell’ode attraverso il dialogo fra voci soliste, coro e orchestra. Eccovi solo la prima parte del testo tradotto.

 

1  Gioia, bella scintilla divina,
figlia di Elisio

entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
5    Il tuo fascino riunisce
ciò che la moda separò
ogni uomo s’affratella
dove la tua ala soave freme.

L’uomo a cui la sorte benevola,
10       concesse il dono di un amico,
chi ha ottenuto una donna leggiadra,
unisca il suo giubilo al nostro!
Sì, – chi anche una sola anima
possa dir sua nel mondo!
15      Chi invece non c’è riuscito,
lasci piangente e furtivo questa compagnia!

Per entrare nel vivo del testo è bene che riporti anche le poche parole cantate dal basso come introduzione all’inno. “Amici, non questi suoni! Piuttosto, altri intoniamone, più piacevoli e gioiosi. Gioia!”. Arriviamo dal terzo movimento che con il suo tempo lento e i suoni morbidi rappresenta il respiro prima del grande balzo che sarà il coro successivo. Ad esortare tutti a nuovi canti è proprio un basso e pare strana questa scelta se consideriamo che il timbro del basso è cavernoso e profondo, non certo spinto verso l’alto, verso la gioia. Insomma, se pensate ad un timbro acuto ed elevato verso l’alto, pensate alla voce di un soprano o di un tenore. Eppure Beethoven inserisce un basso. Per comprendere tale scelta potremmo raffigurarci nella testa un grande temporale in cui il cielo si annerisce del tutto. Se il tempo lento del terzo movimento è il temporale, la voce del basso è uno spiraglio di luce ancora intessuta delle nubi nere che coprono il cielo ma che già si separa da esse e che crea qualcosa di nuovo: un’apertura da cui la terra inizia ad illuminarsi, uno spiraglio da cui traboccherà di lì a poco la gioia.

Ludwig von Beethoven (foto Kirsche222)

Trovo che questo gioco tra voce e significato non sia casuale. Non a caso il testo di Schiller saluta la gioia definendola “scintilla”. La scintilla è un istante velocissimo nelle tenebre, è il momento che illumina l’oscurità. Se la gioia è una scintilla, allora essa nasce da un istante fugace e divampa in seguito, proprio come dalla scintilla divampa il fuoco. Ma Schiller non vuole ridurre la gioia ad un semplice godimento materiale (e dunque totalmente concreto e esaurito nel godimento) ma si apre ad una prospettiva ben superiore all’uomo definendo la scintilla “divina” e “figlia di Elisio” (Elisi erano i campi fioriti dove dimoravano dopo la morte gli uomini benvoluti dagli dei). Se la gioia è una scintilla, tuttavia è una scintilla di origine divina che sovrasta l’uomo con la sua forza e la sua influenza. Una influenza tanto forte al punto che l’uomo viene definito “ebbro” laddove si avvicina alla gioia. Nell’ebbrezza perdiamo la nostra prospettiva razionale sul mondo e ci occorre una guida che ci conduca avanti: nella gioia la nostra prospettiva sul mondo è mediata da questa grande forza che per per noi è sprone ad agire e nutrimento dell’anima.

A questo punto il testo tocca una considerazione (vv 5-8) che stava ben a cuore sia a Schiller, estimatore del sentimento di fratellanza universale vicino alla Massoneria , sia a Beethoven ispirato dal compatriota. Se le mode, gli interessi individuali, le discordie umane avevano diviso gli uomini, è proprio la gioia a riunire tutti i viventi in un canto unitario di lode. Non a caso, probabilmente, Beethoven sceglie di ripetere due volte tale sequenza di quattro versi adattandola prima al basso solista e poi all’intero coro di voci, quasi che fosse la rappresentazione dell’umanità stretta insieme a cantare. È singolare che l’artefice di tale riunione fraterna degli uomini sia “il fascino della gioia” e non la gioia stessa. È come se gli uomini si ricongiungessero nell’aspirazione alla gioia, nel tendere ad essa: se l’avvicinarsi alla gioia è un percorso, gli uomini sono costretti a compierlo insieme superando le divergenze che li avevano separati ed ispirati unicamente dal fascino di quella seducente meta. Ed ancora una volta la gioia è ritratta nel suo sovrastare l’uomo: è il mirabile uccello (tua ala soave freme) che sorvola l’umanità la quale solleva la testa e non può che meravigliarsi.

Beethoven in atto di dirigere

Come dicevo all’inizio, Schiller non rinuncia anche a gettare un occhio alla concretezza (vv 9-12), ai casi di vita nei quali è riscontrabile il seme della gioia. L’uomo che abbia trovato un amico e chi ami una donna dalla quale è ricambiato sono esempi concreti di una gioia di vivere che senza dubbio unisce le persone. Ciò che sta a cuore a Schiller è il sottolineare ripetutamente il carattere dell’unità, della fratellanza come condizione indispensabile per poter godere della gioia. Tale convinzione si riassume nel verso centrale: chiunque sia unito fraternamente anche ad una sola anima del mondo è degno di festeggiare l’inno alla gioia. Rimane per ultimo chi non ha saputo stringere un legame con gli altri. A tali uomini Schiller riserva parole dure, cacciandoli dalla compagnia come guastafeste che potrebbero influenzare con la loro negatività l’aria gioiosa del momento.  Ma le parole del poeta tedesco lasciano intendere anche un altra riflessione. Il raggiungimento della gioia è un percorso è l’insuccesso è una possibilità concreta. Così chi “non sia riuscito” ha ancora del lavoro da fare: deve impegnarsi nella aspirazione ad una fratellanza con l’umanità con cui poter condividere la scintilla divina.

Schiller ha saputo coniugare una visione della gioia infinita con tanti casi particolari della vita quotidiana, mescolando il tutto in un linguaggio poetico che possiede il fine di esaltare la potenza della fratellanza degli uomini nel grembo della gioia stessa.  Se all’inzio avevamo riscontrato alcune difficoltà, ora troviamo una possibile soluzione ad esse grazie alla quale apprezziamo ancora di più il genio romantico di Schiller. A questo punto alcune parole sono state, forse indegnamente, spese. La sola cosa sensata adesso è l’ascolto della musica.

http://www.youtube.com/watch?v=tpGSzH0Wlls&feature=fvwrel

 

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