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Va, pensiero, all’Italia

Quale inno nazionale scegliere all’alba della nascente Repubblica italiana? Benché siano numerosi i cittadini che giudicano “brutto” il Canto degli Italiani di Mameli e Novaro, tuttavia nel ventaglio di alternative questo era il più appropriato per i contenuti e per le circostanze di esecuzione.

Goffredo Mameli

Il principale rivale a Mameli era Giuseppe Verdi con il suo Va, pensiero, sull’ali dorate, coro che ancora oggi molti considerano più appropriato come inno nazionale. Trascurando le polemiche riguardo a tale storica disputa, vorrei parlare proprio di questo coro che, dopo aver conquistato i cuori e le voci dei suoi contemporanei, oggi è il brano operistico più cantato in Italia.

Va, pensiero non è una invenzione letteraria del librettista Temistocle Solera ma contiene il rimando ad una tradizione ben più antica, addirittura biblica. Infatti Solera volle ispirarsi al salmo 137 (Super flumina Babylonis) nel quale i deportati Ebrei lamentano la loro prigionia in Babilonia. Lungo i fiumi di Babilonia / là sedevamo e piangevamo / ricordandoci di Sion. / Ai salici di quella terra / appendemmo le nostre cetre, / perché là ci chiedevano parole di canto / coloro che ci avevano deportato”. La drammaticità della situazione è sottolineata da quella rinuncia all’arte che gli Ebrei compiono appendendo gli strumenti musicali agli alberi: per loro deve apparire quasi oltraggioso eseguire canti sacri per il diletto degli stessi uomini che sono causa della loro deportazione e sofferenza. Il tono del salmo poi si colora di tinte massimamente accese e violente: “Babilonia, o madre di morte,/ […] sia beato / chi ti rende la stessa infamia,/ sia beato chi afferra i tuoi figli / e li stritola contro la roccia”. Tale indicazione del compositore ha portato la chiesa universale ad utilizzare raramente il salmo 137 come riferimento biblico esemplare: una vena troppo astiosa e violenta lo attraversa. Ma se la chiesa abbandona il salmo, questo viene recuperato dalla letteratura laica.

Temistocle Solera fa suo il salmo 137 nella stesura del celeberrimo coro per l’opera Nabucodonosor: la leggenda vuole che Verdi, dopo aver gettato sul tavolo il libretto con sfiducia, venisse attratto dalle prime parole del testo di Va, Pensiero e ne fosse fortemente colpito. 

Giuseppe Verdi

Il richiamo al salmo è davvero evidente: “arpa d’or dei fatidici vati, perché muta dal salice pendi?” sono le parole degli attori radunati al chiaro di luna. L’immagine della terra patria è idilliaca: i primi versi del coro ci parlano di pendii e colline “ove olezzano l’aure dolci del suolo natal”. Ci pare poi che questi luoghi d’incanto stonino sensibilmente con le terre nelle quali gli Ebrei sono prigionieri: certo non perché la leggendaria Babilonia mancasse di bellezza, coi suoi giardini pensili, ma perché era comunque teatro di una prigionia assai odiata. I versi finali del coro sentenziano la visione generale degli Ebrei sulla loro condizione: “oh, t’ispiri il Signore un concento, che ne infonda al patire virtù” è la convinzione che le pene subite in terra avranno ricompensa nei cieli dopo la morte. La medesima verità di vita è rintracciabile in altre opere verdiane (penso ai versi della Traviata “ Ah della traviata sorridi al desìo / a lei, deh, perdona, tu accoglila, o Dio”) ma anche in autori contemporanei a Verdi: Manzoni nell’Adelchi parlerà di “provvida sventura” come di una forza che, pur portando sofferenza nella vita all’uomo, lo destina alla grazia della provvidenza divina dopo la morte (è il caso della grandissima Ermengarda).

Nabucodonosor venne eseguito nel 1842 per la prima volta: sei anni prima dell’inizio di quelle manovre politiche e militari che chiamiamo convenzionalmente Prima guerra d’indipendenza. Probabilmente, per quanto il desiderio di una unificazione nazionale fosse già maturato, non era affatto nella mente di Verdi il progetto di comporre un futuro inno alla nazione. A ciò va aggiunto il fatto che lo stesso Verdi riconosceva proprio all’inno musicato da Mameli la rappresentanza della nazione italiana (una volta unificata). La prova di questo sta nel fatto che, componendo l’Inno delle Nazioni nel 1862, egli fece rappresentare l’Italia dal Canto degli Italiani di Mameli e non dall’ufficiale Marcia Reale (né tantomeno dal proprio Va, pensiero che, pure, era già stato eseguito e acclamato venti anni prima).

Esecuzione di Va, pensiero al Teatro dell'Opera di Roma in occasione dei festeggiamenti del 150° anniversario dell'Unità. Dirige il maestro Riccardo Muti.

Per quanto le istanze secessioniste invochino in Va, pensiero un grido di libertà, è bene considerare che il compositore e il musicista del brano avevano per la mente una sola cosa, mentre lavoravano: l’Unità d’Italia. I disegni secessionisti e autonomisti erano proprio ciò che Verdi, con la sua musica, stava combattendo.

 

Salvatore Quasimodo

Vi fu un’altra persona a recuperare il salmo 137 in un suo scritto. Salvatore Quasimodo scrisse un breve componimento, “Alle fronde dei salici”, nel quale riprendeva il tema della rinuncia all’arte sullo scenario dell’oppressione straniera della Seconda guerra mondiale. “E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore” è il verso d’apertura che dipinge, attraverso l’immagine straziante del piede, uno scenario tragico. I tasselli del quadro vengono aggiunti nei versi successivi: i morti nelle piazze, il lamento dei bambini e, per concludere, il grido “nero” di disperazione di una madre davanti al corpo del figlio morto. La sofferenza impone anche all’artista di tacere: di nuovo le cetre vengono appese all’albero, in segno di rinuncia ad un’arte che ha perso qualsiasi valore, che è stata profanata dalla barbarie umana, che non ha più nessuno che la alimenti e nessuno che la ascolti.

I travagli dell’oppressione si sono concretizzati in parole e musiche le quali hanno scandito la vita ed il ricordo dei popoli. Ma la memoria non può nulla se non diventa un pallino fisso da cui partire per agire concretamente. La scelta dell’inno nazionale (a qualche giorno dalla ricorrenza del 2 giugno, nascita della Repubblica) mi pare sia stata fatta sensatamente. Ciò non toglie nulla al bellissimo coro verdiano e non fa che ribadirne la sua funzione: memoria di una oppressione che ci ha maturati come popolo, come nazione e, speriamo ancora, come concittadini.

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