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Venuto al mondo

 Otto anni dopo la trasposizione del romanzo “Non ti muovere” della moglie Margaret Mazzantini e due anni dopo “La bellezza del somaro“, Sergio Castellitto torna alla regia, portando al cinema il romanzo “Venuto al mondo” e rinnovando la proficua collaborazione con l’attrice spagnola Penelope Cruz.

Protagonista dell’adattamento cinematografico è Gemma che dopo molti anni di assenza torna a Sarajevo, portando con sé il figlio Pietro, su invito del vecchio amico Gojko, poeta ed artista estroverso, che fu, in passato, la sua guida in Bosnia, dove Gemma aveva conosciuto un ragazzo americano, Diego, interpretato da Emile Hirsch. Gemma, a causa di un problema fisico, non aveva potuto avere figli. Tuttavia, il desiderio di maternità era così forte in Gemma, da spingerla ad accettare che il marito avesse un figlio con un’altra donna che poi glielo avrebbe ceduto, dietro compenso.

Dopo l’ottimo risultato di “Non ti muovere” le aspettative su questo film erano davvero elevate.

Il risultato, tuttavia, non le ha rispettate.

Sergio Castellitto, ancora una volta, si conferma grande attore ma mediocre regista e direttore d’attori. Dopo il pessimo “La bellezza del somaro” in cui ha indotto Laura Morante e Marco Giallini, che tendono di solito ad una recitazione stentata e lavorata in sottrazione, ad aggredire i personaggi da loro interpretati, anche qui i risultati interpretativi non sono stati dei migliori, anzi tutt’altro, probabilmente anche a causa di un copione eccessivamente pieno di spunti mal sviluppati e di personaggi più ridicoli che altro. Emile Hirsch, dopo l’ottima prova di “Into the wild” non è più riuscito ad azzeccare un progetto, e nel film, offre un’interpretazione forzata e poco naturale, non riuscendo a penetrare il personaggio. Penelope Cruz si conferma in caduta libera da quando ha interpretato il redditizio e soporifero “Pirati dei Caraibi-Oltre i confini del mare”. Per non parlare poi del figlio Pietro Castellitto, utile quanto una sciarpa in una calda giornata di agosto. Il ragazzo non ha la statura interpretativa del padre, e lo dimostra pienamente alternando intensi primi piani monocordi in cui mastica spasmodicamente chewing gum ad inutili ed incomprensibili scene di follia e di rabbia, in cui non riesce a sfogare completamente la propria carica esplosiva.

E, per piacere, finiamola con ragazzi ventiduenni che, al cinema, interpretano quattordicenni, non basta farsi crescere un po’ i baffetti, per interpretare un quattordicenne, la differenza di età è fin troppa. Almeno questo Bertolucci lo ha capito…

E’ utile, per capire un po’ meglio i difetti visibili del film, paragonare la trasposizione all’ultima opera di Saverio Costanzo “La solitudine dei numeri primi”. Costanzo è stato in grado di attingere al materiale di partenza, rivisitandolo e trasformando il libro in una sceneggiatura thriller, in un horror psicologico, grazie anche alla straordinaria messa in scena ed estetica argentiana e fulciana e musicalmente gobliniana, riuscendo perfino nella difficile pratica del montaggio alternato, che in “Venuto al mondo” risulta fuori luogo e non sfruttato a dovere.

In definitiva, il film mi è sembrato pretenzioso, autoreferenziale per la famiglia Castellitto e la Cruz, compiaciuto, furbo e dannatamente volgare nel cercare la commozione del pubblico nel colpo di scena degli ultimi dieci minuti, fin troppo “farciti”, su cui, tra l’altro, è costruito l’intero sviluppo della trama, prima moscia e piena di stereotipi (vedasi il padre moderno della Cruz). Castellitto regista non ha lavorato in sottrazione, tendendo ad una costruzione per ellissi e, quindi, a lasciare certe cose inespresse, traendo spunto dall’ottimo “21 grammi”.

Sembra quasi che abbia provato uno strano e spaventoso gusto nel mostrare agli spettatori immagini eccessive per suscitare la loro commozione ed un fuoco emozionale, riuscendo in effetti nel suo intento: un bambino neonato, il taglio del cordone ombelicale, una scena in cui un soldato spegne una sigaretta sul collo di una ragazza sofferente. E ha fatto tutto questo nei soli ultimi dieci minuti. Per non parlare poi della quanto mai didascalica e retorica scena in cui i tre, Gemma, Diego e madre del futuro Pietro Castellitto, ballano insieme sulle note di Kurt Cobain, in un’oasi di pace fuori dal tempo mentre all’esterno infuria la guerra.

Voto: ★1/2

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