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Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli!

 

L’8 ottobre 1803 una malattia spegneva Vittorio Alfieri in Firenze. Aveva solo 54 anni: venne deposto in Santa Croce e fu Antonio Canova a curare la monumentale tomba che avrebbe ospitato la salma del grande poeta romantico italiano.

Ritratto di Vittorio Alfieri (immagine da it.wikipedia.org)

Eppure Alfieri non era fiorentino: nella sua autobiografia, ripercorrendo le tappe essenziali della sua vita, ci informa sui dettagli “anagrafici” e, molto più interessanti, sui dettagli “intellettuali” che ne formarono il carattere e lo stile. Ad iniziare dall’esordio letterario.

Alfieri era nativo di Asti in Piemonte. Una legge sabauda voleva che ogni scritto dovesse essere vagliato dai “Revisori” prima della pubblicazione. Il giovane Vittorio scelse la strada della scrittura (“io dunque prescelsi di essere autore”) e volendosi affrancare dai vincoli della censura piemontese, ottenne dalla rendita dei territori di famiglia una pensione che gli permise la libertà di circolare e scrivere. È la fase di “spiemontizzazione”, trampolino di lancio di un giovane autore di buona famiglia verso l’indipendenza dell’opinione.

Si apre per lui una stagione (“epoca” come lui la definisce) di viaggi ed esperienze in tutta Europa. “Verso fin di Marzo partii per la Svezia. […]Io sempre incalzato dalla smania dell’andare, benché mi trovassi assai bene in Stockolm volli partirne verso mezzo Maggio per la Finlandia alla volta di Pietroburgo”: deve aver nutrito un sincero amore per i paesi del Nord Europa nei quali soggiorna molto tempo, visitandoli e descrivendoli con i toni tipici della sensibilità romantica. Nella sua osservazione sulle escursioni scandinave apprezziamo quel sentimento che troverà poi massima espressione nel dipinto di Friedrich “Viandante sul mare di nebbia” (1818) così come in alcune opere di Leopardi (“L’infinito”) e Goethe (“Canto di un viandante”): riferendosi alla Finlandia disse “nella sua selvatica ruvidezza quello è uno dei paesi d’Europa che mi siano andati più a genio e destate più idee fantastiche, malinconiche, ed anche grandiose, per un certo vasto indefinibile silenzio che regna in quell’atmosfera ove ti parrebbe quasi esser fuor del globo”. Nel 1772 iniziava il viaggio di ritorno.

Vittorio Alfieri e la contessa di Albany (immagine da torino.repubblica.it)

Segue il grande periodo di produzione operistica e trattatistica: dal ’72 al ’77 escono Antonio e Cleopatra, Antigone, La congiura de’ Pazzi, Filippo, Agamennone e Virginia. Inoltre ebbe l’occasione di conoscere Luisa di Stolberg Gedern, contessa di Albany e moglie del pretendente giacobita al trono inglese Carlo Edoardo Stuart. Ne nacque una relazione che durò per tutta la vita, specie dopo il 1784 allorché Luisa ottenne l’annullamento del precedente matrimonio e si ritirò segretamente con Alfieri a Colmar (Alsazia), poi a Bologna ed infine a Parigi, benché in case separate. Qui videro con i propri occhi la rivoluzione, inizialmente salutandola ma poi rinnegandone il sostegno: nel 1792 avvenne il rientro in Italia e Alfieri si dedicò allo studio dei tragediografi classici e alla composizione delle sue ultime opere. Fortemente intriso di spirito antirivoluzionario (Il misogallo) non volle tornare nel Piemonte filo francese e si sistemò nella Firenze austriaca dove morì.

Busto di Alfieri (immagine da lavorare-spettacolo.com)

Giuseppe Parini nel 1790 lo definì “odiator de’tiranni”. Alfieri inseguiva la libertà intendendola come l’indipendenza, tanto nella parola quanto negli atti, da un sovrano: questo cercava fin da giovane e a questo si rivolse tutta la vita, contando solo sui mezzi finanziari di cui disponeva. La sua forte avversione al dispotismo, anche quello “illuminato”, lo portò a passare in Russia senza neppure visitare la zarina Caterina. E non passa troppa distanza fra l’indipendenza dai principi ed il titanismo dinanzi alla morte. Sebbene fosse un punto innegabile e terribile della vita di ognuno, Alfieri affronta anche la bieca morte sfidandola e correndole incontro, così come non si era mai fermato a fare riverenze a nessuno in vita. Dopo 209 anni dalla scomparsa, rileggere questi versi dà il senso essenziale della tempra di un uomo che per tutta la sua vita seguì il solo suo sentimento e la piena realizzazione della sua propria volontà:

Bieca, o Morte, minacci? E in atto orrenda

l’adunca falce a me brandisci innante?

Vibrala, su: me non vedrai tremante

pregarti mai, che il gran colpo sospenda.

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