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Gunter Grass e la polemica israeliana. Alcune riflessioni sul senso di “Pace”.

In queste ultime ore abbiamo appreso in maniera abbastanza sintetica dai media, a mo’ di trafiletto marginale nel fiume di informazioni, la polemica creatasi in seguito alla pubblicazione di una poesia dello scrittore tedesco e premio Nobel  nel 1999 Gunter Grass, in cui si leggeva un attacco allo stato d’Israele visto come “colpevole d’esistere” e minaccia tangibile al raggiungimento della Pace mondiale.

Affermazioni molto forti che portano in sé un messaggio sconvolgente, soprattutto in questi giorni di feste pasquali. Affermazioni che non sono passate inosservate, anche se l’opinione pubblica ha dedicato un’esigua fetta del suo “tempo” alla vicenda.

Ma vediamo nel dettaglio in cosa consisteva questo duro assalto verbale. Scrive Grass: “Perché dico solo adesso, invecchiato e con l’ultimo inchiostro: la potenza nucleare d’Israele minaccia la pace mondiale, di per sé così fragile?”, aggiungendo inoltre che “domani potrebbe essere ormai troppo tardi”.

Le parole delle scrittore, visti anche i suoi trascorsi in gioventù a servizio delle temibili SS, sono state viste come l’ennesima rappresaglia di stampo nazista e antisemita, verso Israele e la comunità palestinese, ma scorrendo la biografia di Grass, egli stesso afferma che l’arruolamento nelle SS fu la scelta più ovvia al bisogno di evadere dalle imposizioni familiari e un ripiego all’impossibilità di essere imbarcato nelle flotte della milizia sottomarina, vero interesse del giovane Gunter. Per lo scrittore il suo passato militare fu quindi una sorta di leggerezza di gioventù e non un vero e proprio credo verso la fede nazista.

L’opinione pubblica si frantumò inesorabilmente nel 2006 quando Grass ammise questi dettagli scottanti sul suo passato. Mentre i suoi difensori proclamavano la sua innocenza ribadendo che la vita personale e il suo passato non centravano con le sue pregevoli opere, l’autore de “Il passo del gambero”  vide minata non solo la sua credibilità professionale, ma possibile il ritiro del Nobel per la letteratura vinto nel 1999.

Non dilungandoci fra i pro e contro dell’episodio, torniamo ai giorni nostri e alla vicenda ebraica.

Il ministro degli interni israeliano Eli Yishai ha interdetto Grass dal recarsi nello stato mediorientale dicendo che le sue parole sono un “tentativo di infiammare l’odio contro lo Stato di Israele e il popolo di Israele, e così portare avanti l’idea alla quale si era pubblicamente affiliato indossando in passato l’uniforme delle SS”.

Lo scrittore si è difeso dicendo che la sua era una critica al governo di Benjamin Netanyahu, non allo stato e al popolo in sé, dove egli recandosi in passato per svariati motivi aveva trovato sempre ottima ospitalità. Anzi Grass auspica un futuro di pace per Israele, il suo intervento è stato frainteso, secondo le sue parole.

Al di là di questo avvenimento, la parola “pace” rimane chiara e limpida solo sulla carta scritta ma ben poco nei fatti. La questione israeliana infiamma gli animi di migliaia di persone e molte volte vengono omesse le morti che ogni giorno avvengono su questa piccola striscia di terra nata e bagnata dal sangue degli innocenti.

L’importanza di non dimenticare e di far emergere la voce di questo popolo dal passato tormentato e dal futuro più che mai incerto e problematico risuona forte anche in occasione di episodi come questi, dove i palestinesi si sentono più che mai apolidi, senza stato, minati dalle faide con la comunità ebraica e portatori di un’unica colpa ossia l’esistere e il pretendere una propria cittadinanza.

In questi giorni di festa, fra colombe e uova di cioccolato, nel pieno delle celebrazioni per la Resurrezione di Gesù, proprio là dove ebbe i natali la Sacra Famiglia celebrata dalla comunità cristiana, molte persone si ritrovano smembrate dai propri cari, mutilate dalla guerra, senza una vita dignitosa.

Pensiamoci.

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