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Il possesso di armi negli Usa: le origini di un diritto assurdo

Dopo la strage nella scuola elementare del Connecticut nella quale 26 persone hanno perso la vita per mano di un ventenne (20 erano bambini di 6-7 anni), gli USA si interrogano nuovamente sull’opportunità di continuare a permettere la libera circolazione di armi di ogni tipo. Agli occhi degli europei appare davvero incredibile che in un paese civile e democratico come l’America, fino al 2004 un qualunque cittadino poteva andare in armeria e comprare un fucile d’assalto completo di munizioni maggiorate e giubbotto antiproiettile, come se armi di questo tipo potessero presupporre una qualche forma di utilizzo legale.

Grafico informativo contro il possesso di armi. Associazione Care2

Grafico informativo contro il possesso di armi. Associazione Care2

Nel 2004 l’amministrazione Bush fece decadere questa possibilità, e allo stato attuale almeno i fucili d’assalto non possono più essere acquistati, ma le vendite di pistole semi-automatiche fioccano e permettono alle aziende produttrici di armi di fatturare decine di miliardi di dollari l’anno. Basti sapere che ormai negli Stati Uniti circolano 270 milioni di armi da fuoco, con un rapporto di 9 armi ogni 10 abitanti. Si è arrivati al paradosso per il quale perfino in nazioni in preda a guerre civili o disordini, circolano meno armi per abitante che negli USA.

Le cause storiche che hanno portato a questa situazione vengono di solito fatte risalire alle origini stesse delle istituzioni americane. Quando nel 1791 venne effettuata una prima stesura della costituzione, essa non riconosceva ai civili il diritto di possedere un’arma. Vari fattori spinsero però gli stati a emendare il testo.
La guerra contro gli inglesi era stata vinta grazie alle milizie, gruppi di cittadini esterni all’esercito regolare che offrivano supporto alle operazioni belliche, e che ebbero un ruolo importantissimo nella vittoria della guerra d’indipendenza. Non essendo per nulla scontato che in futuro non ci sarebbero state altre guerre tese a difendere il suolo patrio, si preferì mantenere armati tutti quei gruppi.
Anche in tempo di pace, però, era necessario che i cittadini fossero armati. Lo Stato non aveva i mezzi per garantire la sicurezza di ogni abitato dello sterminato continente americano: le vie di comunicazione erano ancora lente e i tempi di intervento delle autorità erano spesso troppo lunghi rispetto alle reali necessità della popolazione. La continua recrudescenza dei rapporti con gli indiani e le bande di banditi che assaltavano le banche nelle città, spingevano i capifamiglia a reagire in modo autonomo ogni qualvolta la sicurezza veniva minacciata. I film western nei quali all’arrivo dei banditi lo sceriffo suona la campana e i cittadini escono armati dalle loro case, non sono poi così lontani dalla verità.

Per queste ragioni tra gli emendamenti alla costituzione venne inserito il famigerato secondo emendamento, che recita:
Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto. 

Questo emendamento datato anch’esso 1791, fu all’origine del diritto a possedere un arma, continuamente chiamato in causa dai sostenitori del libero possesso di armi, per sostenere l’incostituzionalità di un provvedimento teso a limitarne la circolazione. Per contro, molte associazioni per i diritti civili hanno sostenuto che poiché i destinatari del secondo emendamento sono soltanto i membri delle milizie, esso non può più essere applicato. Secondo questi ultimi si tratterebbe di un diritto nato da cause ormai definitivamente superate, un articolo figlio di un contesto settecentesco che non ha più ragione di esistere nel nuovo millennio.

Queste due interpretazioni si sono scontrate con vari argomenti, finché nel 2008 una sentenza della Corte Suprema ha confermato la prima interpretazione, stabilendo che il diritto a possedere un arma è un diritto fondamentale tanto quanto lo sono la libertà di espressione o la libertà di culto, e pertanto per essere modificato deve essere sottoposto alla procedura di revisione costituzionale. L’iniziativa quindi spetta al Congresso, che deve proporre e votare le modifiche, per poi sottoporle al voto degli Stati. E’ richiesta la  maggioranza dei 3/4 degli Stati. Ma questo è il problema minore.

Infatti, per quanto possa sembrare assurdo agli occhi di un europeo o a quelli di un vicino canadese, la maggioranza degli americani è ancora favorevole a mantenere in vigore il secondo emendamento. Ad agosto, immediatamente dopo la strage di Denver, il Public Religion Center Research Institute fece un sondaggio in proposito, dal quale risultò che per il 68% dei cittadini statunitensi il secondo emendamento non va cancellato, al massimo solo corretto.

Ciò significa che, per quanto anche dopo questa strage venga intonato a gran voce il solito coro di “mai più“, difficilmente vi saranno iniziative legislative importanti, se prima non cambierà la mentalità dell’opinione pubblica americana. Perfino citare il dato che vede 31.000 americani morti ogni anno per mezzo di armi da fuoco, non sembra sortire alcun effetto.

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