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Pigs e Bric: quando l’economia si fa con le sigle

Ormai tutti ci stiamo interessando di economia in questi giorni. Premessa da fare, ne faremmo volentieri a meno. Però in questi brutti periodacci per la moneta unica facciamo di necessità virtù e ci mostriamo come degli eminenti esperti nel settore. Però una cosa ci mette in crisi: le sigle e gli acronimi. Purtroppo sono tanti: dall’Ibam al Irpef. Ma ne aggiungo due che forse molti di voi non hanno mai sentito, o almeno poche volte (in caso contrario meglio per voi): Pigs e Bric. Cosa significano veramente?

Sono delle sigle utilizzate per definire degli stati che possiedono nelle loro mani il futuro dell’economia mondiale, purtroppo e per fortuna. La prima vale per il suolo europeo, la seconda per tutto il globo. PIGS è un acronimo utilizzato per indicare i paesi dell’Unione con i maggiori problemi economici. L’inglese ci soccorre, Pigs significa “maiali”. Traduzione emblematica che chiarifica molto. I “membri fondatori” di questo Porcellum (per citare Calderoli e sempre per restare in tema) sono Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. Un possibile default di questi stati è praticamente preventivato dagli esperti, anche se la Spagna sembra la più solida dei tre. Qualche critico ha sostituito negli ultimi anni l’Italia all’Irlanda, in virtù di una consonanza dell’iniziale (e purtroppo anche della situazione economica). In effetti, una caduta del colosso tricolore (terza potenza dell’Unione) non passerebbe certo inosservata, senza nulla togliere alla piccola isola verde casa della “Guinness”. Ecco quindi il grosso problema di questi stati, il default. L’esatto contrario dei Bric.

Già, proprio così: al giorno d’oggi c’è ancora qualcuno che guadagna. Utilizzando ancora l’inglese, Bric (con la K) significa “mattone”. Mattone della nuova economia mondiale. I futuri colossi sono Brasile, Russia, India e Cina. Qualcuno, più per ragioni foniche che per vero bisogno, ha aggiunto anche la KS di Corea del Sud. Ecco che la sigla è quindi completa. Bricks (prendendo a beneficio d’inventario la K e la S). Il Brasile non lo scopriamo oggi. Stato molto vasto, che fino a 15 anni fa era solo Ronaldo, il carnevale di Rio, la Samba e che ora si avvia a diventare il nuovo leader dell’economia americana (con buona pace degli Usa, destinati secondo gli esperti ad un lento declino). La ridente terra al confine con l’Argentina viene chiamata “The farm”, la fattoria, in virtù dei suoi enormi spazi coltivati che stanno valendo oro a palate. La Russia forse lascia un po’ sorpresi, perchè tra le potenze elencate è quella più longeva. Ma basti pensare alle ingenti risorse minerarie e di gas e il gioco è fatto. Non a caso l’appellativo è “The mine”, la miniera. E poi ecco l’India, stato potente, giovane, ricco, magari non dotato di grandi infrastrutture ma basato su un grande settore privato (con un buon reddito a dispetto delle convinzioni, come riporta un articolo del “Times”) e su banche solidissime. Non a caso tutti dovrebbero imparare dall’India, la “school” (scuola) della nuova economia. La Cina invece è una presenza stabile. Seconda potenza mondiale, paese di esportatori (e di migranti), infrastrutture validissime, governo oppressivo ma molto forte che garantisce stabilità, lavoratori altamente qualificati. La Cina se vogliamo è la realizzazione massima delle risorse degli altri tre stati, una sorta di grande “factory”(industria). Poi la ricca Corea del Sud che tenta di entrare nell’Olimpo dell’economia, ma fino ad adesso aspetta alla finestra eventuali colpi di scena.

E la Francia? E la Germania? E soprattutto, dove sono gli Usa? Secondo qualcuno il loro strapotere finanziario durerà solo per un altro secolo, marcato dalla lenta ascensione di stati come la Polonia e l’Ucraina in Europa e dal consolidarsi definitivo del Canada in America (più i sopracitati Bric). Fatto sta che il mondo è in cambiamento. Per citare una celebre canzone di Bob Dylan, “the times, they’re changing”.

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