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Un po’ di luce sui terremoti

I fenomeni sismici sono da sempre una piaga per il genere umano. Imprevedibili e incontrollabili, possono radere al suolo intere città in pochi secondi e comportare un costo salatissimo, sia dal punto di vista economico, sia per quanto riguarda le vite umane.

Un terremoto si origina quando, in prossimità di due o più placche tettoniche, ovvero le sezioni in cui è divisa la crosta terrestre, la tensione esistente supera il carico di rottura, cioè il carico che le rocce sono in grado di sopportare. Ciò genera un movimento improvviso, causato spesso dallo sprofondare di una placca al di sotto dell’altra, che libera una incredibile quantità di energia sotto forma di onde sismiche. Le onde sismiche sono di tre tipi: le più veloci sono le onde longitudinali, che provocano un movimento di compressione ed elongazione del materiale nel quale di propagano; le onde trasversali si diffondono invece perpendicolarmente rispetto alla direzione di propagazione, sono più lente e non possono estendersi attraverso i fluidi; le onde superficiali, infine, derivano dalla combinazione del moto di quelle trasversali e di quelle longitudinali e sono quelle che generano il maggior numero di danni.

L’energia rilasciata dalle onde sismiche è pari a quella di migliaia di bombe atomiche e viene classificata utilizzando diverse scale. All’inizio del ventesimo secolo, quando il fenomeno dei terremoti era al centro dei dibattiti scientifici, la misurazione della loro intensità avveniva mediante la scala Mercalli, cioè in base ai danni provocati all’ambiente. Tuttavia, questa scala risultava priva di oggettività, dal momento che l’entità degli effetti di un fenomeno sismico è influenzata pesantemente dalla conformazione geologica del luogo, dalla profondità dell’ipocentro e anche dalla presenza o meno di edifici a prova di sisma. Per questo, oggi si preferisce utilizzare la scala Richter, dal nome del sismologo statunitense che la sviluppò nel 1935. Charles Richeter preferì una classificazione basata sul movimento della traccia di un sismografo posto ad una distanza standard dall’epicentro: la magnitudo è zero se lo spostamento è minimo, mentre è 10 , o più, se è massimo.

Dal momento che la scala Richter è logaritmica, l’energia sprigionata, quando si avanza di un grado, aumenta di ben 30 volte. Ciò significa che il terremoto che ha colpito il Giappone l’11 marzo 2011 è stato circa 27000 volte più potente di quelli che hanno messo in ginocchio l’Emilia in questi giorni. Non si è trattato, però, del più potente mai registrato: il primato spetta al Cile, dove, nel 1960, fu registrato un evento sismico di magnitudo 9,5. Segue il terremoto di Sumatra del dicembre 2006, di 9,2 gradi, così come quello avvertito in Alaska nel 1964. Dal punto di vista delle vittime, il più distruttivo è stato quello dello Shaanxi, in Cina, che nel 1556 causò oltre 800 000 morti, mentre al secondo posto, tornando ai giorni nostri, si colloca quello di Haiti del 2010, con più di 300 000 vittime a fronte di una magnitudo di “soli” 7 gradi nella scala Richter.

L’Italia è un paese storicamente sfortunato dal punto di vista dei fenomeni sismici: l’evento più noto,a tal riguardo, è il terremoto di Messina del 1908, che, combinato al successivo maremoto, provocò oltre 100 000 vittime. Altri eventi disastrosi si verificarono nei secoli precedenti, la maggior parte in Sicilia e Calabria, ma con alcuni casi eclatanti anche al nord, come il terremoto che, nel 1173, provocò 30 000 morti nel nord Italia e la caduta di parte dell’Arena di Verona.

I fenomeni sismici di questo periodo, pertanto, rientrano nella norma: la zona emiliana, nonostante gli ultimi secoli di inattività, era spesso stata al centro di terremoti la cui magnitudo aveva raramente superato i 6,5 gradi della scala Richter. Ciò che sembra in contraddizione con gli eventi sismici, in generale, è che il terremoto del 29 maggio abbia avuto una magnitudo quasi equivalente a quello del 20: non si è stata, a quanto sembra, una scossa di assestamento, ma un evento indipendente che sembra testimoniare la possibilità della rottura di una nuova faglia tra l’Appennino e la Pianura Padana. Dal momento che non esistono modi per combattere direttamente i terremoti, quello che resta da fare è stilare una nuova mappa del rischio e cercare di prevenire gli eventi futuri con lo sviluppo dell’edilizia antisismica.

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