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Italia – Nuova Zelanda: dal rugby c’è solo da imparare

Non è tanto il fatto che sia finita 10-42, che per un tempo si sia quasi riuscito a tener testa ai campioni del mondo, e che, anzi, il primo tempo si sia chiuso sul 7-13 e qualcuno, forse un po’ utopisticamente, ci abbia anche sperato; non è nemmeno l’ora di gioco di alto livello mostrata in campo da un’ottima Italia, forse tra le prestazioni migliori della storia della nazionale; e non è neanche la prova impeccabile del capitano, con pezzi di geniale maestria come quel passaggio dietro la schiena per un attimo ha fatto vacillare anche i neozelandesi. E non è, in ultimo, nemmeno la dimostrazione che il ct Brunel sta lavorando bene sulla lunga strada che porta alla maturità, con una piccola speranza in più per quel “Sei Nazioni” che ripartirà a febbraio e nel quale vorremmo stare il più lontano possibile del tanto odiato “cucchiaio di legno”, che significherebbe ultima posizione nel torneo.

 

No: Italia-Nuova Zelanda va ben oltre tutto questo. Italia-Nuova Zelanda è stata molto di più. E’ stata un tripudio di colori e di gente festante, che cantato l’inno di Mameli con la mano sul cuore; e ha ascoltato e guardato, in religioso silenzio, la mitica danza neozelandese, la Haka.

Italia-Nuova Zelanda è stata tutto quello che un evento sportivo dovrebbe essere: massimo rispetto per l’avversario, e per il tifoso avversario, prima durante e dopo la gara. Perché, comunque vada, nulla ci toglierà il piacere di una birra insieme.

Italia-Nuova Zelanda è un pubblico che ti fa la “ola” anche quattro volte di fila, è un applauso continuo ad ogni azione degna di nota, non importa quale squadra la compia; è uno stadio Olimpico pieno da fare paura, che nemmeno per un derby-scudetto si è mai visto così.

Italia-Nuova Zelanda è un esercito di bambini colorati che cantano e ridono e guardano il match divertiti, forse senza nemmeno capire troppo; ed è un esercito di genitori che, per una volta, non ci ha dovuto pensare su a portare i propri figli allo stadio, perché c’è tutto un altro spirito rispetto al calcio, perché tutte le aree parcheggio sono aperte e non c’è nemmeno una lontana possibilità di scontri tra le tifoserie. E non solo perché stavolta gli avversari sono neozelandesi e si tratta di un’amichevole, quindi “quanti vuoi che ne saranno venuti”. No. Il rugby è solo e sempre una festa, è un mare di sorrisi e di gente bella, in campo e sugli spalti.

E allora, per una frazione di secondo, tra quegli 85.000 con la mano sul cuore che intonavano l’inno di Mameli, mi è tornato un pizzico d’orgoglio nel sentirmi italiana. Ed era una vita che non accadeva. Potere del rugby. Potere d’uno sport meraviglioso.

 

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