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10 febbraio. Il giorno del ricordo: fra memoria e negazionismo.

La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Così recita la legge 30 marzo 2004 .9, dedicata al “giorno del ricordo”. Come ricorda la legge stessa, ci si riferisce alla tragedia vissuta da un gran numero di cittadini istriani, giuliani e dalmati in gran parte di etnia e lingua italiana tra il 1943 e il 1946.

QUADRO STORICO. L’area geografica interessata comprende la provincia di Trieste, Gorizia, l’Istria e la Dalmazia italiana (principalmente la città di Zara). Sono le zone “redente”, annesse al Regno d’Italia dopo la Prima guerra mondiale. Erano zone popolate da genti di etnia italiana, croata e slovena facenti parte dell’antica Repubblica di Venezia. Durante il Fascismo la componente slava visse anni di italianizzazione forzata voluta dal regime: questa forzatura sarà uno dei motivi di tensione durante la Seconda guerra mondiale fra slavi e italiani.

A ciò bisogna aggiungere l’occupazione dei Paesi dell’Asse nel 1941 della Jugoslavia. L’Italia infatti incamerò la regione slovena di Lubiana e parti della Dalmazia, tra cui Spalato e Cattaro. Durante gli anni dell’occupazione si registrarono atti di violenza e crimini da parte dei soldati italiani ai danni della popolazione locale, inasprendo ulteriormente i rapporti.

ARMISTIZIO. L’8 settembre 1943 il governo italiano presieduto da Badoglio firma la resa agli Alleati: è il tracollo del Regio esercito. I territori occupati durante la guerra nella Jugoslavia vengono contesi fra i tedeschi e i partigiani titini (così chiamati i guerriglieri comunisti jugoslavia comandati dal maresciallo Tito). Questi ultimi iniziano a compiere quella che per loro è la vendetta contro il militarismo italiano.

Oggetto delle loro violenze diventano i “fascisti”, termine che in area balcanica perde ogni connotazione a noi più comprensibile. La loro infatti è un’azione volta a eliminare fisicamente i cittadini di etnia o lingua italiana. Il loro scopo è di abbattere la percentuale della componente linguistica italiana per poter, una volta conclusa la guerra, inglobare nella Repubblica socialista jugoslava i territori appartenenti al Regno d’Italia e abitati anche da popolazione slava: Gorizia, Treiste,la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia.

 

Localizzazione delle maggiori foibe.

FOIBE. E’ in questo contesto di violenze che si presenta il fenomeno degli “infiobati”. Questo neologismo sta a indicare le persone arrestate dai partigiani jugoslavi e gettate, talora ancora in vita, nelle foibe (particolari profonde cavità del sottosuolo presenti in area istriana). Solitamente dopo l’arresto seguivano detenzioni in carceri o campi di concentramento, sevizie, torture delle più brutali (chi vuole approfondire può informarsi riguardo alla morte di don Angelo Tarticchio, Norma Cossetto, Francesco Bonifacio per citarne alcuni) e infine l’uccisione e la precipitazione nelle foibe. Stime del numero di morti sono impossibili. La cifra più accreditata oscilla fra i 5.000 e gli 11.000 morti

PULIZIA ETNICA. E’ un termine un po’ forte, ma è di questo che si trattò. Lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo disse il 10 febbraio 2007: “fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”. La smania delle forze partigiane slave si spinse nel 1945 fino a Gorizia e Trieste, occupate dai comunisti jugoslavi per poterle reclamare ai trattati di pace. Fu una pulizia etnica perché colpì tenendo come criterio l’appartenenza dei singoli all’etnia italiana, nell’ottica della marxista “lotta di classe” in cui la classe dominatrice era costituita dai cittadini italiani: si volevano quindi eliminare possibili nemici della costituenda Repubblica socialista jugoslava.
Chi non venne ucciso dovette fare i conti se restare, da italiani, in una terra governata da un regime totalitario che li additava come nemici e senza neppure la tutela della Stato italiano. Fu così che avvenne l’esodo istriano di cittadini di lingua ed etnia italiana: furono tra i 200.000 e i 250.000.

Manifesto dal titolo: 10 febbraio, no alla giornata della menzogna.

POLITICA ITALIANA. Come reagì la politica italiana? Ruolo fondamentale fu assunto dal PCI. Legato ai partigiani jugoslavi in virtù dell’internazionalismo comunista, durante gli ultimi anni di guerra il PCI ordinò ai proprio partigiani di lasciare l’area giuliana ai guerriglieri jugoslavi perché ne prendessero possesso. Inoltre sulle pagine dell’Unità apparve il 30 novembre 1946 un articolo di Piero Mantagnani con il seguente contenuto:

Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.

Inoltre il PCI tese a minimizzare gli avvenimenti sopra descritti e a giustificarli inserendoli nell’ottica della lotta contro i fascisti. Ne fecero le spese i profughi, additati come “fascisti in fuga”.

La politica italiana non fu mai molto sensibile a questo tema anche per fattori di realpolitik: si cercava di mantenere migliori possibili i rapporti dei Paesi occidentali con la Jugoslavia a causa del distanziamento di quest’ultima dall’Urss di Stalin durante i primi anni della guerra fredda.

NEGAZIONISMO. L’accusa di negazionismo fu lanciata contro la giornalista triestina Claudia Cernigoi. In una sua pubblicazione ha definito la riflessione sulle foibe “propaganda nazisfascista”. Oltre a ridurre sensibilmente il numero delle uccisioni, affermò:

non vi furono massacri indiscriminati: della maggior parte degli arrestati si sa che erano militari e comunque collaboratori del nazifascismo. Visti i ruoli impersonati dalla maggior parte degli “infoibati”, personalmente ci rifiutiamo di onorarli. Si può provare umana pietà nei confronti dei morti, ma da qui ad onorare chi tradiva, spiava, torturava, uccideva, ce ne corre.

Inultile dire che tali affermazioni provocarono aspre polemiche e critiche di fondo sull’utilizzo delle fonti storiche.

 

Cogliamo l’occasione per sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica riguardo a fatti tristi e drammatici che ci coinvolsero così da vicino e che sono così poco conosciuti. Per non dimenticare.

Leggi anche: http://www.ilritaglio.it/2013/cronaca/18547/

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