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19 gennaio 1969: Muore Jan Palach, simbolo della Resistenza anti-sovietica.

Praga, 20 agosto 1968. “Fu un tipico giorno estivo, caldo, con un sole velato. Praga era piena di turisti, intere famiglie passeggiavano o sedevano nei parchi. La città, anzi l’intero paese era tranquillo..era inconcepibile pensare che nel giro di poche ore i carri armati sovietici ci avrebbero assalito”. Così Alexander Dubcek, leader a quel tempo della Cecoslovacchia, ricorda quel giorno nella sua autobiografia “Il socialismo dal volto umano”.

Ma facciamo un passo indietro. Dubcek salì al potere il 5 gennaio 1968, diventando il Segretario del Partito Comunista Cecoslovacco. Da quel momento avviò la stagione del “socialismo dal volto umano”: una stagione di riforme, di distanziamento dal modello sovietico e di diritti ai cittadini grazie ad un decentramento parziale dell’economia e alla democratizzazione. Questa fase politica è conosciuta come “Primavera di Praga”. L’Urss però non era disposta a tollerare il tutto ciò: era la dottrina Breznev, in onore al Presidente sovietico che teorizzò pubblicamente l’imposizione agli stati satelliti solamente del modello sovietico per quanto riguardava politica ed economia.

Se a parole la diplomazia non risolse nulla, più efficaci furono i carri armati. Tra il 20 e il 21 agosto del 1968 5-7.000 mezzi corazzati e

Carri armati sovietico in Piazza san Venceslao

200-500.000 soldati del Patto di Varsavia invadevano la Cecoslovacchia, il cui esercito, per ordine di Mosca, era al confine tedesco per evitare un’eventuale intervento di altri Paesi europei. L’invasione pose fine alla stagione di riforme necessarie per una Cecoslovacchia che era troppo soffocata dal regime sovietico, essendo esso standardizzato sulla misura di Paesi meno sviluppati dell’Europa Orientale.

Soldati del Patto di Varsavia a Praga

Il 16 gennaio successivo, Jan Palach, 21enne studente di filosofia all’Università Carlo IV di Praga, salì sulla scalinata del Museo Nazionale in Piazza san Venceslao di Praga, si cosparse di benzina e si diede fuoco: era la sua protesta contro l’occupazione sovietica. Dopo giorni di agonia, morì il 19 gennaio 1969. Ai medici raccontò di essersi ispirato ai monaci buddisti che si diedero fuoco contro la Guerra nel Vietnam, attirando così l’attenzione del mondo. Anche lui avrebbe voluto attirare l’attenzione mondiale, tuttavia la stampa sovietica fece il possibile per impedire la circolazione della notizia: l’occupazione avrebbe dovuto apparire come la volontà dei cecoslovacchi. Il 25 gennaio al suo funerale parteciparono 600.000 persone.

Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche).

Piazza san Venceslao oggi.

Queste parole Jan Palach le lasciò su un quaderno, tenuto a distanza dal luogo dove si diede fuoco. “Il nostro gruppo” è un riferimento a un gruppo di studenti che decisero di scegliere questa forma di protesta. Lui estrasse il numero 1, e fu il primo a darsi fuoco. Successivamente lo seguirono nell’imitazione altri ragazzi, almeno altri 7.

Dopo il 1990, con il crollo del comunismo, la Cecoslovacchia ottenne la piena indipendenza, la storia di Jan Palach fece il giro del mondo e la sua figura fu rivalutata. Il Presidente della Cecoslovacchia post-comunista Havel (recentemente scomparso) gli dedicò una lapide in Piazza san Venceslao, fu intitolata a lui una piazza a Praga (prima dedicata all’Armata Rossa) e molti circoli e associazioni studentesche portano il suo nome, in ricordo dei suoi ideali di libertà.


Forse bisognerebbe ricordare più spesso figure di questo tipo: non esiste solo la Resistenza alla dittatura nazi-fascista.

Sulla Guerra Fredda vedi anche il Ponte aereo di Berlino e Solidarnosc

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